Il grande giornalista intraprende un viaggio attraverso la propria vita, soffermandosi sui ricordi e sui pensieri che l’hanno caratterizzata.

 

L’autobiografia di Eugenio Scalfari inizia con il suo primo ricordo, ovvero quando da bambino piangeva disperatamente tra le braccia della madre perché la sua famiglia avrebbe dovuto lasciare la casa e la città in cui era nato. Il nome della città non è esplicitato ma la sua descrizione con “le banchine del porto, il muraglione dell’Arsenale, le pescherie, la Torre della Rocca, la chiesa di Santa Firmina e i palazzi di piazza della Vittoria”, potrebbe suggerire ad alcuni utenti di questo blog che lo scrittore stia parlando della nostra città, di Civitavecchia. Certamente non è quella che a me è sembrata una piacevole curiosità, a rendere importante l’opera e, soprattutto, il suo autore.
Eugenio Scalfari non è solamente il fondatore del quotidiano d’informazione più letto in Italia (mi riferisco a La Repubblica), ma è uno dei più grandi giornalisti che il nostro Paese ci abbia regalato. L’uomo che non credeva in Dio non illustra i dettagli dell’ascesa della carriera dell’autore né dell’impresa editoriale di Repubblica (già raccontata ne La sera andavamo in via Veneto): questi, come altri avvenimenti della sua vita, sono solamente accennati, quanto basta per aiutare a definire una corsia, all’interno della quale l’uomo Eugenio Scalfari vede formarsi il proprio pensiero insieme alla propria personalità.
Il giornalista, nella stagione della vecchiaia, presenta il resoconto della sua vita interiore servendosi di uno strumento, la filosofia, che permette di affiancare la storia dell’uomo moderno-occidentale-europeo e del rapporto di questo con Dio, all’evoluzione personale di quel rapporto, l’esito del quale è chiaramente espresso nel titolo dell’opera. Il percorso comincia con la scoperta di Cartesio, responsabile di aver compiuto un “passo inaudito verso l’annullamento della metafisica” e di aver posto, nella mente di uno Scalfari adolescente, la questione dell’io che, di seguito, si traduce nelle altre questioni fondamentali del distacco dell’uomo dalla natura e della perdita dell’innocenza. Poi, da Spinoza a Nietzsche e l’abolizione dell’assoluto, quindi di Dio, e il primato del relativismo. Infine, riabilitando se stesso e le teorie nicciane, Eugenio Scalfari respinge il pensiero nichilista affermando che Dio non è morto ma “c’è finché qualcuno lo guarderà”, sebbene egli stesso, forse, non l’abbia mai guardato.
Ovviamente non possono mancare, in quest’autobiografia, l’apprendistato letterario dello scrittore e una riflessione sul periodo fascista che lo vede coinvolto senza particolari reticenze (fino al 1943), in quanto appartenente alla generazione sulla quale fu applicato l’esperimento della massificazione ideologica. Scalfari procede, andando avanti nei pochi ricordi narrati, fino ad arrivare alla nascita del giornalista che conosciamo e alla descrizione di “un mestiere crudele”, grazie al quale ha potuto usufruire di un punto di osservazione strategico di fronte a personaggi ed eventi che, a loro volta, hanno fornito il materiale su cui l’autore ha potuto forgiare una propria idea del concetto di morale e di come esso si scontri con la volontà di potenza sul terreno della politica.
Mi sembra fuori luogo (oltre che paradossale) elencare gli innumerevoli motivi per cui leggere questo libro: L’uomo che non credeva in Dio costituisce il prodotto di un grande intellettuale italiano, il quale si presenta e si confessa al pubblico, spoglio di qualsiasi titolo e con un bagaglio di sentimenti facilmente condivisibili, primo fra tutti il bisogno di fare i conti con la propria vita e le scelte che l’hanno caratterizzata.

L’uomo che non credeva in Dio
di Eugenio Scalfari
Einaudi editore
Ottobre 2010
10.50 €

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Un pensiero riguardo “EUGENIO SCALFARI SI RACCONTA di Daniela Esposito

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