INTERVISTA A CECILIA D’ELIA di Giulia Luciani

Cecilia D’Elia, assessore provinciale alle politiche culturali e scrittrice, è intervenuta, lo scorso 21 settembre presso la chiesa di San Giovanni di Dio di Civitavecchia, alla presentazione del classico di Simone De Beauvoir, “Il secondo sesso”.
L’ultimo libro della D’Elia, “Nina e i diritti delle donne”, è indirizzato ai più piccoli e racconta la storia della conquista dei diritti femminili.

 Perché secondo lei un testo come “Il secondo sesso” di Simone De Beauvoir dopo più di sessant’anni può ancora essere considerato attuale?

Come scrive Kristeva nell’introduzione alla nuova edizione italiana del secondo sesso, fatichiamo ancora a capire la portata di quello che è successo a metà del secolo scorso. L’ha detto Simone de Beauvoir: il secondo sesso è libero!

L’autrice mette al centro della scena la concretezza della condizione femminile, decostruendo la cultura millenaria che ne ha sancito la subordinazione.

La straordinarietà di Simone de Beauvoir risiede anche nel fatto di essere stata una privilegiata, una donna indipendente e una intellettuale riconosciuta che mostrava alle donne come fossero illusori i tentativi solitari di uscita dalla condizione di subordinazione femminile. La strada doveva essere collettiva. “le donne vivono disperse in mezzo agli uomini”, così scrive nel secondo sesso.

E’ un libro che anticipa la grande trasformazione del secolo scorso. Mostra dunque anche la funzione critica e “profetica” della letteratura, uno strumento che deve essere in grado di interpretare, comprendere e anticipare i cambiamenti della mentalità e dei comportamenti. Con “Il secondo sesso” Simone de Beauvoir non ha solo messo per scritto un pensiero, per quanto acuto e intelligente. Ha anche saputo costruire un riferimento culturale alla nascita di un movimento sociale, ha dato voce a una possibilità di cambiamento, ha trovato le parole e le idee per un nuovo immaginario collettivo dell’essere donna nella società del ‘900. Ha dimostrato, in altre parole, che la cultura e le persone che la producono, hanno una responsabilità pubblica.

Dagli anni sessanta ad oggi molto è cambiato della figura femminile; eppure mediamente la donna che rientra a casa la sera dal lavoro si immerge in un universo parallelo caratterizzato da un secondo lavoro, quello della cura della casa, dei figli e degli anziani. Si è fermata proprio nell’ambiente familiare la “liberazione” della donna?

Non credo che la liberazione della donna si sia arenata sulla famiglia. Basta pensare a cos’è stato il nuovo diritto di famiglia, una delle più grandi riforme che il nostro paese ha conosciuto. Seppure lentamente, molti passi in avanti da questo punto di vista sono stati compiuti. Esiste una nuova generazione di uomini, padri, compagni e mariti che si fanno carico delle responsabilità di cura, ed esiste senz’altro un impianto normativo che, per quanto inadeguato, offre una ottima base di lavoro per politiche di sostegno al lavoro familiare e di cura.

Direi piuttosto che si è poco elaborato cosa comporta in termini di cambiamento per tutti la nascita della libertà femminile. E’ un inedito anche per la politica, per l’organizzazione della vita, del welfare, delle famiglie, degli affetti, del matrimonio.

A questo si aggiungono gli effetti delle ingegnerie economiche messe in campo dai neoliberisti nostrani per far quadrare i conti in epoca di crisi, che ricadono in grandissima parte sulle spalle delle donne, come lavoratrici e come persone spesso costrette a svolgere un doppio, talvolta triplo, lavoro di cura. Chi, se non le donne, sta pagando il prezzo dei 16 miliardi di tagli alle agevolazioni assistenziali dell’ultima finanziaria? E su quali vite incideranno i minori servizi sociali che saranno erogati dagli enti locali a seguito di questi tagli? Le donne rappresentano la maggioranza dei dipendenti pubblici i cui rinnovi contrattuali sono bloccati per tutti i prossimi anni; sono donne la maggioranza degli insegnanti a cui sono bloccati gli scatti di anzianità; e lo sono anche la stragrande maggioranza di chi lavora nel welfare, insomma i tagli subiti da tutte queste categorie di lavoratori, toccano in particolare e molto da vicino soprattutto le donne.

 Le donne hanno sulla carta pari diritti e opportunità, eppure avere figli o anche solo pensare di averne, vivere pienamente la propria femminilità può voler dire essere estromesse o marginalizzate nel mondo del lavoro. Cosa possiamo fare noi per difenderci?

Ci sono molte proposte politiche interessanti discusse in questi anni e soluzioni messe in atto a titolo sperimentale, o in misura minima in regioni e Comuni particolarmente avanzati sotto il profilo del welfare familiare: dagli asili aziendali, ai servizi di cura condominiali, al car sharing per i trasporti casa – scuola, al tele lavoro per le donne in avanzato stato di gravidanza.

Tuttavia, a fianco di singoli provvedimenti interessanti, c’è una priorità: riconoscere al lavoro di cura la centralità che merita nella vita sociale. Il lavoro di cura non è un “affare delle donne”, ha un profondo valore sociale, del quale occorre che la società si faccia carico. Il lavoro di cura non può essere tutto socializzato, ha un di più di gratuità, direi anche di desiderio per ognuno di noi di poter stare vicino a persone a cui vogliamo bene, quando scegliamo di farlo. Questo significa ripensare i tempi e l’organizzazione delle città e del lavoro.

Lei in quanto scrittrice, si rivolge a un pubblico molto particolare. Ha scritto un libro di divulgazione dei diritti delle donne destinato ai bambini. Dove nasce l’idea?

In primo luogo dal fatto di essere mamma di una bambina di 11 anni e quindi dalle sollecitazioni che il rapporto madre figlia comporta. Volevo trasmettere ai miei figli il patrimonio di idee e la ricchezza della storia delle donne, i gesti di libertà compiuti da tante di loro. Credo che questa genealogia vada riconosciuta e coltivata, anche per avere il senso della nostra libertà.

Poi certamente dal fatto che i bambini sono gli attori più interessanti di una società che è già cambiata: è nelle aule scolastiche o nelle attività sportive che i bambini incontrano la diversità e scoprono i diritti. Fanno amicizie, scambiano racconti di vita e storie con coetanei spesso diversi da loro, magari figli di genitori separati, testimoni di episodi di violenza e sopraffazione, spettatori di un mondo complicato che talvolta non sanno spiegare.

E’ importante allora produrre strumenti interpretativi adatti a loro, piacevoli, magari divertenti, ma anche utili a capire da dove vengono, a spiegare che cosa vedono e sentono. I diritti non sono un lascito intangibile e inattaccabile. Sono un patrimonio che va tramandato, metabolizzato e amato. E spiegato ai bambini.

Quali sono le nuove frontiere dei diritti delle donne?

Dall’inizio del 2012, oltre 90 donne sono state uccise tra le mura domestiche. In Italia, a 35 anni dal varo della legge 194 sull’interruzione di gravidanza, ci sono solo 150 ginecologi non obiettori che affiancano e sostengono le donne e le coppie che scelgono la difficilissima via dell’interruzione di una gravidanza. I servizi consultoriali sono inferiori del 50% a requisiti previsti dalla legge. I tagli ai servizi per l’infanzia e scolastici sono tamponati da un circolo virtuoso di economie domestiche che le donne pagano in prima persona, o rinunciando al proprio reddito o compiendo dei veri e propri salti mortali per conciliare la cura dei figli con le responsabilità lavorative.

Ecco, tutto questo descrive una condizione di profondo attacco ai diritti delle donne, alla loro libertà e alla loro integrità fisica e morale. L’insieme di questi fenomeni deve diventare parte centrale e non residuale delle politiche pubbliche. I rischi fisici, sociali ed economici che gravano sulle donne di questo paese non sono, come già detto, un “affare delle donne”, ma una questione che attiene alla responsabilità pubblica e alla sensibilità politica di ciascuno.

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