Recensione di “Fiamme in paradiso” di Abdel Malek Smari

Uno sguardo sulla Letteratura italiana della migrazione attraverso il romanzo di un autore algerino che illustra, in maniera realistica e suggestiva, le problematiche legate all’integrazione sociale di un giovane nordafricano immigrato in Italia.

fiamme in paradisoNel panorama letterario italiano dei primi anni Novanta, il mercato editoriale ha iniziato a proporre all’attenzione del pubblico alcune opere scritte in lingua italiana da autori stranieri. Quello che all’inizio era etichettato come un “fenomeno” sociale più che culturale, ha acquisito maggiore dignità nel momento in cui parte della critica e del mondo accademico ha iniziato a interessarsene, seguendo l’esempio di università straniere in cui, già da tempo, la Letteratura di migrazione era considerata oggetto di ricerca, spesso nell’ambito degli Studi post-coloniali e culturali.
Le tematiche maggiormente presenti nei testi degli scrittori migranti variano sia in base alle singole esperienze individuali che in funzione di altri fattori, come l’area geografica di provenienza. Tuttavia, alcuni topoi tendono ad essere ricorrenti e sono legati ai concetti d’identità, di viaggio e della cesura che la prima subisce in seguito al secondo. Un elemento fondamentale e caratterizzante è quello linguistico. La scelta di utilizzare la lingua del paese di destinazione per rappresentare la propria esperienza, illustra tutto lo sforzo comunicativo che sta alla base dell’integrazione sociale ma, d’altra parte, comporta anche la perdita di alcuni dati, a causa della difficoltà, e a volte dell’impossibilità, di trasportare nel nuovo codice un immaginario culturale distante e concettualmente costruito su un idioma altrettanto lontano.

Abdel Malek Smari nasce nel 1958 a Costantina, in Algeria, lo stesso anno in cui il Paese ottiene, dopo un lunga e sanguinosa guerra, l’indipendenza dalla Francia. Laureato in Psicologia clinica nel 1983, si trasferisce in Italia nel 1992 e da allora vive a Milano. Fiamme in paradiso è il suo primo romanzo, scritto contemporaneamente in arabo e in italiano, con l’assistenza di Raffaele Taddeo, presidente del Centro multietnico La Tenda. Il romanzo, edito nel 2000 dalla casa editrice il Saggiatore, vince nel 2001 il premio Marisa Rusconi e segna la fortuna del suo autore, il quale attualmente lavora presso la casa editrice Feltrinelli.
Vi si narra la drammatica esperienza di Karim, giovane algerino immigrato in Italia con la speranza di poter proseguire gli studi. Ben presto l’immagine positiva ed estremamente idealizzata che ha spinto il ragazzo verso la sua “nuova patria” lascia il posto a una realtà degradante e retrograda. La speranza di Karim di trovare una sistemazione dignitosa sfuma progressivamente, di fronte all’inadeguatezza della burocrazia italiana e all’ostilità delle forze dell’ordine. Rifiutato dalla società di arrivo, non riesce a identificarsi neanche nella propria cultura di appartenenza, rappresentata dalla comunità islamica che il giovane giudica troppo chiusa e vincolata a precetti privi di logica. Il suo stesso aspetto, caratterizzato da lineamenti più tipicamente europei che arabi, esprime questa doppia mancanza di appartenenza. Nonostante il coraggio e la forza di volontà del protagonista, la storia si svolge, in una spirale discendente, verso un epilogo drammatico.

La componente africana della Letteratura di migrazione è inevitabilmente collegata all’esperienza coloniale, sia che si tratti di scrittori arabi provenienti dal Maghreb, che di autori neri appartenenti all’Africa sub-sahariana. Il protagonista di Fiamme in paradiso, così come il suo autore, viene dall’Algeria, ex colonia francese. Il passato coloniale e la frattura da esso creata nella cultura delle popolazioni sottomesse, è simbolicamente presente nel personaggio di Karim, nei suoi lineamenti occidentali e nel suo bilinguismo (il ragazzo parla arabo e francese). In questo contesto l’Italia rappresenta un’Europa che ha scelto di non assumersi la responsabilità dei danni causati dal proprio passato imperialista.

L’importanza di quest’opera risiede in primo luogo nel valore testimoniale dell’esperienza dell’immigrazione in Italia nei primi anni Novanta. La situazione non è molto diversa oggi. L’attenzione non è posta soltanto sull’uomo e sulla sua dignità, che comunque sono il centro attorno cui ruota la vicenda del personaggio principale. Ad essere messa sotto una lente d’ingrandimento è la stessa Italia e le sue storture, la fatica di adattarsi alle nuove realtà e di uscire da un ristagnamento principalmente culturale. Il racconto realistico dell’esperienza della migrazione e del bisogno di preservare le proprie origini sono gli obiettivi principali dell’opera, accompagnati da un elemento costante della letteratura italofona di matrice araba, quello della ghurba, la nostalgia, che funge da collegamento tra il passato e il presente, ovvero tra il mondo che si è lasciato e quello in cui l’immigrato cerca d’inserirsi.
Un romanzo, quello di Abdel Malek Smari, difficile da digerire e dai toni quasi costantemente cupi, in grado, però, di sensibilizzare il pubblico sulle tematiche dell’integrazione sociale e dei diritti umani, e di indurlo ad un’autocritica individuale e collettiva.

Fiamme in paradiso
di Abdel Malek Smari
Il Saggiatore
giugno 2000
12.90 €
Disponibile presso la biblioteca comunale di Civitavecchia

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