INTERVISTA A RAOUL LA ROSA di Giulia Luciani

Raoul La Rosa, dopo il notevole successo riscontrato grazie alle raccolte poetiche “Pesci Colorati” (2007) e “Nella battaglia non penso a te…” (2009), ha recentemente pubblicato un interessante romanzo: “Neon blu elettrico”.

raoul la rosaScorrendo le pagine del libro il lettore trova molte analogie tra il protagonista e l’autore: la città dove vive, il periodo storico vissuto in gioventù e addirittura la data di nascita. A primo impatto sorge quindi spontanea una domanda: quanto c’è di autobiografico in questo romanzo?
Di autobiografico c’è sicuramente ogni sensazione provata e quindi descritta. Credo che invece non interessi il lettore (o almeno non dovrebbe), il riscontro reale ed oggettivo delle date, dei personaggi e dei singoli episodi narrati. Si tratterebbe infatti, in tal caso, di cercare risposte che nulla potrebbero aggiungere alla possibilità di meglio comprendere Neon Blu Elettrico. Neon Blu Elettrico è un romanzo e una testimonianza, la mia, di un travaglio dell’animo umano che mi ha “fatto compagnia” per otto lunghi anni. Inteso in questo senso, ogni pagina, riga o parola, è assolutamente reale, e dirò di più: essendo il travaglio in questione il disturbo da attacchi di panico, molto diffuso purtroppo soprattutto nella popolazione giovanile, ne esce un’ attinenza alla realtà dell’opera che trascende la mia storia, per ritrovarsi, credo, nelle esperienze simili di tantissime altre persone. Questo almeno, mi hanno testimoniato molti lettori.

Il protagonista, Francesco, soffre di attacchi di panico per molti anni, ma nonostante questo decide di non confidarlo completamente a nessuno dei suoi cari. Può essere considerata una scelta dettata dalla paura di non essere compreso dagli altri e di essere, quindi, emarginato o piuttosto dalla voglia di riuscire a sconfiggere “quella roba” esclusivamente con le proprie forze? Secondo lei quanta importanza danno i giovani all’opinione che gli altri hanno di loro stessi?
Qui dobbiamo guardare i tempi, perché i tempi cambiano, per tutto e per tutti. E’ ben noto che la cura degli attacchi di panico preveda la psicoterapia ed eventualmente anche la terapia farmacologica, ma la storia di Francesco si svolge nei primi anni ottanta e sebbene i rimedi fossero gli stessi anche allora, nell’immaginario collettivo certe cose non stavano esattamente come oggi. Oggi, per fare un esempio, non c’è un attore del grande cinema che fa mistero di rivolgersi ad un analista, così come i grandi campioni dello sport, i grandi manager e via dicendo… oggi la necessità di rivolgersi allo psicoterapeuta, è concepita spesso come un qualcosa per persone molto stressate, stressate perché molto attive…e molto attive perché probabilmente molto valide. Ecco la positività che spesso oggi traspare nel dire di aver bisogno dell’analista, ma trent’anni fa le cose stavano abbastanza diversamente, credetemi. La psicoterapia e peggio ancora gli psicofarmaci, erano cose di cui un ragazzo ventenne come Francesco sapeva ben poco, ma quanto bastava per diffidarne molto.
Per questo motivo, e per non sapere con esattezza cosa fosse “quella roba”, la scelta del protagonista non poteva che essere quella di tacere, concentrare le forze e cercare di venirne fuori. Poco c’entrava l’orgoglio di riuscirci da solo e meno ancora il timore di non essere accettato dagli atri. Per Francesco, in fondo, il problema poteva essere esattamente il contrario: cioè, essere fin troppo accettato dagli altri, fin quasi all’ insopportabilità, visto che lui nel profondo non ne capiva le ragioni.
Come autore cinquantenne, oggi, non saprei dire quanta importanza danno i giovani all’opinione che gli altri hanno di loro stessi. E sinceramente, anche se la risposta esatta fosse “nessuna” cioè il disinteresse totale per ciò che gli altri pensano di loro, credo che la cosa non sarebbe affatto preoccupante, anzi… Trovo invece più preoccupante se non addirittura inquietante, vedere e percepire quale opinione hanno i giovani di sé stessi; un’opinione, o considerazione se vogliamo, che troppo spesso mi sembra un bel po’ sopra o troppo sotto le righe.

Neon blu elettrico può essere considerato un vero e proprio romanzo di formazione, dove viviamo l‘evoluzione del protagonista da ragazzo ad adulto, evoluzione che si compie grazie alla vittoria sulle sue paure. Francesco riesce a fare questo soltanto in caserma, grazie al contatto con gli altri, dove lui prova per la prima volta in vita sua “l’inconfondibile unicità di un preciso numero e l’inebriante senso di appartenenza ad un insieme grande”. Da dove nasce l’idea di raccontare una storia del genere e perché la scelta di far “guarire” il protagonista proprio grazie al contatto con gli altri?
Sì, in realtà, pur essendomene reso conto solo ad opera ultimata, credo che NBE possa essere a ragione considerato un romanzo di transizione dall’età giovanile all’età adulta. Per quanto riguarda la scelta di raccontare una storia del genere e di far “guarire” il protagonista in caserma, in realtà, potrebbe non essere in fondo una scelta dettata unicamente dalla fantasia… del resto, lo ripeto, NBE è un romanzo-testimonianza.
Ma la cosa più importante credo sia un’altra: capire cioè cosa guarisce Francesco in caserma, e questa cosa è un ribaltamento dei rapporti col prossimo, è il sentirsi finalmente uguale al prossimo, né migliore né peggiore. E’ il sentirsi parte di un insieme grande, un insieme di tanti individui posti in identica condizione ma non identici tra loro. Ed è in questo contesto, appunto, che per Francesco si verifica il miracolo. Perché solo gli altri, vista la socialità della nostra natura umana, possono aiutarci a ritrovare equilibri perduti e gioie dimenticate. Basta chiedersi chi, tra noi tutti, vorrebbe essere l’unico abitante del pianeta possedendone quindi tutto e tutte le ricchezze. Nessuno. La risposta è nessuno, perché noi non riusciamo neanche a intravedere noi stessi se non attraverso l’interazione col prossimo. Questo è quanto scopre Francesco nelle pagine di NBE e quanto io mi auguro possano scoprire tantissimi ragazzi e ragazze, uomini e donne, afflitti oggi dagli attacchi di panico.

Per un lettore civitavecchiese fa un certo effetto ritrovare in un romanzo i luoghi e le caratteristiche della sua città, diciamo che lo fa riflettere sul fatto che non è poi un sogno così irraggiungibile quello di far pubblicare un proprio romanzo. Lei che consigli darebbe a uno scrittore con questo sogno nel cassetto? Come si è avvicinato lei al mondo della scrittura?
Non credo sinceramente di poter dare validi consigli agli scrittori emergenti perché tale, evidentemente sono anch’io. Che dire quindi…forse solo questo: diffidare sempre dell’ipocrisia. Che può essere quella delle facili lusinghe dei troppo amici, quelle di certe pseudo-case editrici e anche quella che, più o meno consciamente, mettiamo giù noi nei nostri scritti. Nel mio caso, non posso non riconoscere di essere stato fortunato ad incontrare l’Associazione Spartaco (soprattutto nella persona di M.M. Pascale) che ha pubblicato NBE e i miei due volumi precedenti. Per quanto riguarda la prima stampa di NBE si è deciso di curare non tanto la distribuzione-vendita (in fondo il libro è presente per ora solo in tre librerie civitavecchiesi) quanto la diffusione dell’opera mediante presentazioni e incontri con i lettori. Stiamo tuttavia lavorando per rendere a breve NBE reperibile su I Tunes come e-book.

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