Recensione de “La nuvola in calzoni” di Vladimir Majakovskij

La nuvola in calzoni è il capolavoro della stagione “pre-rivoluzionaria” di Majakovskij. Composto tra il 1914 e 1915, a poca distanza di tempo dalla collaborazione del poeta alla stesura di “Uno schiaffo al gusto corrente”, attacco alla tradizione e bandiera dei nuovi autori d’avanguardia. Del manifesto il poemetto mantiene la forza lirica tesa, che vuole essere dissacrante e libertaria, forte abbastanza da mostrare l’uomo che c’è dietro l’inchiostro: poterlo vedere, giovane e forte; sentirlo urlare in versi il suo rifiuto del vecchiume, della morale comune, dei valori borghesi.

Vladimir Vladimirovich Majakovskij nasce nel 1893 a Bagdadi, in Georgia, da una famiglia di modeste condizioni. Alla morte del padre, un nobile decaduto che lavora come ispettore forestale, nel 1906 Vladimir si trasferisce a Mosca dove, abbandonati gli studi, si dedica alla vita politica. Appena quindicenne si iscrive al partito bolscevico, che allora agisce ancora nella clandestinità, e finisce diverse volte in carcere per attività sovversiva. Proprio durante questi periodi di detenzione il giovane Majakovskij inizia la sua attività di poeta. Appassionatosi alla poesia, legge e recita versi continuamente, in un costante monologo interiore.
Il suo primo poema lungo, La nuvola in calzoni ha per tema dominante l’amore.
In quell’anno Majakovskij conosce infatti Lilja Brik, moglie del critico Osip Brik, suo amico.
Da allora, sempre Majakovskij amò Lilja.

A far pubblicare inizialmente l’opera, in 1050 copie, fu Osip Brik. Majakovskij domandò a Brik che nome si potesse dare ad un’icona divisa non in tre parti, ma in quattro. Osip rispose che ignorava se esistesse un’icona di quel genere, ma che poteva essere detta “tetrattico”. Diviso in quattro parti ed introdotto da un prologo, il poemetto è insieme attacco alla borghesia, alla visione filistea dell’amore, celebrazione esasperata del suo io-poeta, grido rivoluzionario e sussurro d’amore, in una continua “lotta con Dio”.

Il verso di Majakovskij nasce per essere letto ad alta voce di fronte ad una platea di ascoltatori ed in particolare si forma sullo stampo della sua voce.
Il titolo che l’autore aveva dato al poemetto era Il tredicesimo apostolo, ma, trovato il rifiuto dell’ufficio della censura, egli lo cambiò ispirandosi alla stessa risposta che diede alla domanda su come avesse potuto unire il lirismo ad una simile rozzezza: “E così dissi: bene, se volete, io sarò quasi frenetico; se volete sarò tenero come nessun altro: non uomo sarò, ma nuvola… in calzoni”.
L’eroe della Nuvola cerca disperatamente l’amore di una donna, amore che riempia tutto l’universo, dirompente. Per mezzo di versi scolpiti nella durezza delle sue parole egli si mostra grande e fragile, stringendosi a quell’umanità che soffre, facendo delle parole una forte opportunità di riscatto.
Il poemetto è una melodia triste, una fanfara, marcia militare, un’orchestra costruita sulle sue corde vocali, vibranti su versi sussurrati, esaltati dai tamburi della cassa toracica, gridati contro una società ingiusta e violenta, incapace di contenere la carica di chi ama; versi contro Dio, in cui il poeta vede il rifiuto, il silenzio dell’universo.

La nuvola in calzoni si colloca, quindi, nel periodo giovanile di Majakovskij, ma emana una forza espressiva che non dà spazio a indecisioni o vacillamenti. Come punto di partenza, il poemetto, avrà come conseguenza il voler scoprire cosa racchiude la parola Majakovskij, chi era colui che Pasternak definì “un bel giovane dall’aria cupa, con la voce di basso d’un protodiacono, con un pugno da boxeur e dotato di un’arguzia inesauribile, micidiale”.
Egli fu uno scoppio, nel nostro tempo, capace di grida di dolore e urrà di vittorie, di versi tali da aggrapparcisi, da correre incontro ai propri conoscenti, balbettando, per mostrar loro quanto forte riesca ad urlare un libricino.

La nuvola in calzoni
di Vladimir Majakovskij
Einaudi
maggio 2012
12.00 €

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