Recensione di Stefano Pierucci

Servendosi di un’impressionante mole di dati, testimonianze e documenti, l’autore, professore di Storia presso l’Università della Carolina del Nord, analizza le dinamiche emotive, psicologiche e sociali che permisero alla maggior parte dei tedeschi di trasformarsi in spietati carnefici, escludendo solamente rari e lodevoli uomini che rifiutarono di fucilare uomini, donne e bimbi inermi durante lo svolgimento dell’operazione “Soluzione finale” voluta da Hitler per eliminare gli ebrei europei.
Uomini comuni è la storia dei soldati del battaglione 101, formato per la maggior parte da padri di famiglia di mezza età, appartenenti al ceto basso e medio basso, provenienti da Amburgo, considerati troppo vecchi per essere utilizzati nell’esercito tedesco, furono arruolati nella Ordnungpolizei col compito di fucilare circa 1500 ebrei nel villaggio polacco di Jozefow.
Secondo Browning furono tre i fattori che trasformarono queste persone in assassini: l’elemento sorpresa, in quanto nessuno di loro seppe a quale ingrato compito sarebbe stato destinato; la spinta conformistica, cioè la basilare identificazione degli uomini in uniforme con i compagni e il desiderio di non separare se stessi dal gruppo opponendo un rifiuto, passando per troppo deboli o codardi. Solo una dozzina di uomini aveva fatto un passo avanti per non essere coinvolta nei massacri quando fu chiesto se ci fosse qualcuno che avrebbe voluto rifiutare quel compito ingrato: altri cercarono di sottrarsene con scuse ed espedienti solo dopo aver visto coi propri occhi a cosa avevano accettato di partecipare. Tra questi credo sia doveroso citare gli esempi di Otto-Julius Schimke, primo a dire no, e del maggiore Wilhelm Trapp, il comandante del battaglione 101, che resosi conto dei compiti affidati ai suoi uomini, cercò in ogni modo di esentarne quanti più possibile e di salvare qualche ebreo miracolosamente sfuggito a quella tragica mattanza.

Nelle menti di questi uomini, dopo un iniziale senso di vergogna misto a quello di colpa e all’orrore, iniziarono i processi di autogiustificazione delle loro gesta, come ad esempio quella di un operaio metallurgico che uccideva solo i bambini tenuti per mano dalle madri ritenendo che essi, morta la mamma, non avrebbero più potuto vivere: ucciderli era quindi consolatorio per la sua coscienza.
Per quanto emerso dalle testimonianze degli appartenenti al 101, non vi è alcun cenno di antisemitismo: le autorità infatti faticarono molto per convincere molti dei soldati che gli ebrei fossero realmente i nemici da combattere, segno che l’indottrinamento nazista non aveva raggiunto pienamente il suo scopo. Neanche credere che le atrocità che avvengono durante una guerra possano mutare esseri umani in macchine di morte, oppure esaltarli, fornisce però una spiegazione sufficiente per spiegare il comportamento degli uomini del battaglione: dopo i primi massacri infatti, uccidere divenne una routine come bere il caffè a colazione. Nel caso del 101, l’abbrutimento non fu la causa, ma l’effetto, del comportamento di questi uomini. Il contesto bellico deve essere tenuto in considerazione in senso più ampio: la guerra crea un mondo dicotomico in cui esistono solo le categorie dei “nostri” e dei “loro”, in cui è lecito non risparmiare niente alla parte avversa, infatti non c’è ambiente che più facilmente della guerra si presta all’attuazione di strategie di atrocità facilmente attuabili. Quindi, la disumanizzazione dell’ “altro” contribuiva al senso di distacco psicologico che rendeva facili le uccisioni.

Uomini comuni. Polizia tedesca e «soluzione finale» in Polonia 

di Browning Christopher R.

Einaudi

15.30 €

Disponibile presso la biblioteca di Civitavecchia

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Un pensiero riguardo ““UOMINI COMUNI” di Christopher R. Browning

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