INTERVISTA A LAURA LIUCCI di Linda Politi

Laura Liucci, 26 anni, è una traduttrice letteraria e audiovisiva. Ha iniziato a lavorare subito dopo la laurea in Lingue come freelance per due importanti case editrici italiane e, dopo le prime difficoltà – in un mercato editoriale che ultimamente ha subito più di una battuta d’arresto – è riuscita a trasformare la sua passione per la scrittura, la lettura e le lingue straniere, in particolare l’inglese e il tedesco, in un lavoro (quasi) a tempo pieno. Trasferitasi – a suo dire ‘momentaneamente’ – oltremanica, sta frequentando un Master’s Degree in Traduzione presso il prestigioso Imperial College di Londra e continua da lì il suo lavoro, al quale sta affiancando un impegno sempre più costante nel campo della sottotitolazione e della traduzione per l’adattamento e il voice-over.

passioneeternaInnanzitutto, di cosa ti occupi di preciso?

Lavoro principalmente nell’ambito della traduzione letteraria, con romanzi di autori americani e inglesi. Mi sono occupata anche di un volume di psicologia del management e di qualche libro per bambini – questi ultimi dal tedesco -, ma per ora si è trattato solo di una breve deviazione rispetto ai generi sui quali invece sto lavorando sempre di più, cioè la fantascienza, il fantasy, il romance e il paranormal romance. In questo momento, invece, sto traducendo un libro di una scrittrice e attrice inglese molto famosa nel Regno Unito. Il suo primo romanzo è stato un best seller, e sono davvero eccitatissima all’idea di poter lavorare su questa sua seconda opera. Che tra l’altro è una tragi-commedia, un genere nel quale non mi ero ancora cimentata.

Dicono che tradurre sia un po’ come tradire: cosa ne pensi e quanto di te lasci nei libri che traduci?

Be’, dicono anche che tradire sia piuttosto eccitante, quindi almeno qualcosa in comune con la traduzione c’è! A parte gli scherzi, è una domanda da un milione di dollari. Anzi, è LA domanda: quella che i teorici della traduzione si pongono da millenni. Per quanto mi riguarda, ho sempre ritenuto che tradurre un’opera implichi giocoforza un certo grado di ‘corruzione’ dell’originale. Talvolta dipende da difficoltà puramente linguistiche, in altri casi culturali, ma capita di dover intervenire energicamente sul testo. Credo stia però alla bravura del traduttore capire fino a che punto spingersi, fino a che punto lasciare il proprio segno, fino a che punto avvicinare l’opera al lettore allontanandosi dallo scrittore. Nei libri di cui mi sono occupata ho sempre cercato di trovare la (spero) giusta via di mezzo, creando un testo di arrivo che suonasse il più possibile naturale in italiano, ma senza allontanarmi troppo dall’originale. E comunque non dimentichiamo che ‘tradire’ e ‘tradurre’ hanno la stessa etimologia, vengono entrambi dal latino tradere, ossia dare, consegnare. Be’, dopotutto non è questo che fa il traduttore?

Cosa ti piace di più del tuo lavoro? Ci sono degli aspetti che, invece, ti piacciono meno?

Adoro ciò che faccio. Davvero. È difficile dire cosa mi piaccia di più e cosa di meno. Ritrovarsi tra le mani l’opera di uno scrittore – di qualsiasi scrittore – è un’emozione vera. È come se ti venissero affidate le sue centinaia di ore di lavoro, le sue notti insonni, le sue litigate con la moglie perché non ha pagato l’assicurazione o con il marito perché non ha fatto spesa, e ti venisse detto: ‘Mi raccomando, vedi di non fare casini’! Ma dovendo scendere nel dettaglio, direi che mi piace moltissimo il fatto di essere, allo stesso tempo, lettore e scrittore, unendo due delle mie passioni. Cosa mi piace meno? Certamente il fatto che in questo momento, in Italia, quella dei traduttori non è una delle categorie che se la passa meglio.

Studio, pratica e lettura: quanto di ognuno serve per essere un buon traduttore?

A mio parere servono moltissimo tutte e tre. Lo studio è certamente il punto di partenza: per tradurre bisogna conoscere benissimo la lingua e la cultura di partenza, e ovviamente quelle di arrivo (che sarebbe meglio fossero sempre le proprie). Una volta creata una buona base di conoscenze, poi, la pratica è tutto. La traduzione in questo non è diversa dagli altri lavori. Quanto alla lettura, infine, come diceva sempre mia madre quando mi spronava a leggere già da piccola: ‘Se non leggi non imparerai mai a scrivere’. E come darle torto?

Qual è il libro che avresti voluto tradurre?

Questa è facile, perché ci pensavo proprio qualche giorno fa quando ho finito (per la seconda volta in sei mesi) di leggerla: avrei fatto carte false per poter tradurre la trilogia degli “Hunger Games” di Suzanne Collins. Premetto che l’ho letta in inglese e quindi non conosco la versione italiana, ma sono certa sia stata davvero impegnativa dal punto di vista traduttivo. E poi mi è piaciuta così tanto!

Puoi dirci un libro famoso che, secondo te, avrebbe potuto avere una traduzione migliore in italiano?

Non saprei davvero rispondere, e questo per due motivi: in primis, perché mi capita raramente di leggere sia l’originale in lingua, che la versione tradotta di uno stesso libro, e per fare una critica che abbia un qualche valore è un requisito essenziale; e in secondo luogo perché non mi permetterei mai di criticare il lavoro di un altro. Della serie: ‘Non fare ad altri ciò che non vorresti fosse fatto a te. Tradurre un romanzo è un lavoro lungo è complesso, ed è troppo facile fare le pulci a una traduzione con il libro fresco di stampa in mano.

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