A PROPOSITO DELLA DISPUTA FRA GRASSO E TRAVAGLIO… di Stefano Pierucci

“Un magistrato fuori legge” di Gian Carlo Caselli

Ha fatto scalpore la diatriba tra Marco Travaglio e il nuovo Presidente del Senato, l’onorevole Grasso, ex Procuratore nazionale antimafia.
Gian Carlo Caselli, oggi Procuratore generale presso la Corte d’Appello di Torino, racconta come il Parlamento Italiano votò una legge per impedirgli di concorrere alla Procura nazionale antimafia, spianando la strada a Grasso. Questo libro contiene delle dichiarazioni che sembrano incredibili, come quella dell’ Onorevole Bobbio, allora An, che disse: “Certo che il mio emendamento serve a escludere questa ipotesi, lui non merita quell’incarico”. Ma procediamo con ordine. Per legge, l’incarico in questione dura quattro anni, rinnovabili una sola volta. Vigna, allora Procuratore, aveva già rinnovato: quindi, alla scadenza del mandato, a gennaio 2005, avrebbe dovuto lasciare. A Novembre 2004 il Csm bandì il concorso per la nomina del nuovo Procuratore.

Ma il 30 Dicembre un decreto legge prorogò Vigna per altri 6 mesi, fino al 2 agosto del 2005, ed il concorso venne annullato. Ma questi 6 mesi servono per approvare definitivamente la legge delega di riforma dell’ordinamento giudiziario.

Un punto della riforma stabilisce che i nuovi aspiranti dovranno andare in pensione a 75 anni, ma bisogna garantire almeno due anni di servizio prima del compimento dei 70 per chi aspira a dirigere uffici di legittimità, cioè di Cassazione; quattro anni – quindi non aver compiuto i 66 – per chi aspira a uffici direttivi di primo e di secondo grado, come la Procura nazionale antimafia. Ma Caselli, nato il 3 Dicembre del 39, ai fatidici 66 era quindi arrivato. A questo punto però un coup de theatre irrompe in questa singolarissima vicenda: la riforma, approvata il 3 dicembre 2004, non fu promulgata dal Presidente Ciampi, che la rinviò alle Camere: il cavillo per estromettere Caselli dal concorso non divenne legge, il Csm bandì di nuovo il concorso e lo stesso Caselli presentò domanda di ammissione. Intanto la riforma tornò alle Camere: il 22 giugno il Senato approvò il cosiddetto emendamento Bobbio, che servì ad anticipare l’entrata in vigore dello sbarramento ai danni di Caselli, stabilendo che la norma dei due e dei quattro anni di servizio da garantire prima del compimento del settantesimo anno di età fosse immediatamente operativa, senza bisogno – a differenza di tutte le altre norme del nuovo ordinamento giudiziario – di decreti delegati.

La riforma fu definitivamente approvata il 20 luglio e promulgata il 26: per eliminarlo, altri 600 suoi colleghi furono colpiti: colleghi incolpevoli. Invece quale fu la sua “colpa”? Ce lo spiega lo stesso Caselli, con parole che segneranno per sempre questa incredibile vicenda:

«Sono l’unico magistrato italiano al quale il Parlamento ha dedicato espressamente una legge. Una legge contra personam che mi ha espropriato di un diritto: quello di concorrere, alla pari con altri colleghi, alla carica di Procuratore nazionale antimafia. Autorevoli esponenti del centrodestra hanno chiarito pubblicamente che la mia esclusione era da intendersi come un “risarcimento” al senatore a vita Giulio Andreotti, da me ingiustamente “perseguitato” con l’inchiesta aperta nei suoi confronti quando ero Procuratore capo a Palermo. La verità è stata ribaltata. Quell’inchiesta, infatti, ha portato a una sentenza della Corte d’Appello di Palermo, poi confermata dalla Cassazione in modo definitivo e immutabile, che ritiene “commesso” e “concretamente ravvisabile” a carico dell’imputato, fino alla primavera del 1980, il delitto di associazione a delinquere con Cosa nostra. La sentenza non è di condanna perché prende atto della prescrizione di quel delitto, mentre per i capi d’accusa successivi al 1980 il senatore a vita viene assolto con lo schema tipico dell’insufficienza di prove. Questi sono i fatti. Eppure, una certa politica non ha avuto alcun dubbio su chi fosse da risarcire e chi da colpire.”

Un magistrato fuori legge
di Carlo G. Caselli
Melampo
2005
10.00 €

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