Il 19 e il 20 aprile scorsi il Nuovo Sala Gassman di Civitavecchia ha ospitato Paolo Triestino nei panni de “Il custode”.

L’attore romano si è cimentato per un’ora e mezza in un monologo in dialetto reggino. Suoi unici interlocutori i Bronzi di Riace e il mare “tradituri” di Reggio Calabria. Muti i primi, logorroico il secondo. Triestino interpreta il custode delle due statue, ormai stanco di una vita monotona e priva di aspettative, ma soprattutto deluso e arrabbiato proprio nei confronti dei Bronzi che al loro arrivo, trent’anni addietro, avevano illuso la comunità locale con la promessa mancata di una rinascita economica e culturale della terra reggina. Il custode ripercorre negli anni il suo rapporto con le sculture, ricordando i bei tempi in cui egli intratteneva i turisti, allora numerosi, che accorrevano per visitare il Museo; salvo poi accusarle di ingratitudine e incolparle del fallimento di una vita. Sembra un rapporto amoroso quello descritto dall’uomo, la cui unica ambizione è, oramai, la vendetta per il tradimento subito da lui e dalla sua terra. Ma la speranza di un segno da parte dei“guerrieri” perdura nell’uomo il quale non accetta l’ostinato silenzio che essi gli oppongono, come due divinità assenti, indifferenti e ingrate.

paolo triestinoLo spettacolo, diretto da Antonio Lauro, nasce nel 1997, nel corso di una visita di Paolo Triestino al Museo Nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria. Oltre che dalla magnificenza dei Bronzi, l’attore romano confessa di essere stato colpito dal fatto di essere l’unico visitatore del museo, durante l’intera durata della sua permanenza all’interno della struttura. Tale triste indizio di decadenza culturale fa il paio con il paesaggio reggino, trascurato e segnato dall’azione malavitosa della ‘ndrangheta. Da qui gli spunti che sono all’origine de Il custode, e che si intrecciano nel corso dell’opera, sviluppando una riflessione che dagli intimi contenuti esistenziali comuni ad ogni uomo, si sposta su vari aspetti della cosiddetta “questione meridionale”.

La vera protagonista dell’opera è la città di Reggio Calabria. Inizialmente concepito in lingua italiana, lo spettacolo viene presto riadattato dai suoi autori in dialetto, per la necessità di esprimere un bagaglio culturale particolare e definito che solo nel suo codice linguistico naturale può trovare la forma più completa. Il personaggio del custode è sì un uomo come tanti, un uomo stanco e deluso dalla vita, ma prima di tutto è un calabrese. I gesti, le espressioni, la retorica utilizzati nel corso dell’intero monologo appartengono a un immaginario decisamente meridionale. Ma non è solo questo. Il paesaggio di Reggio sottoposto alla spietata volontà della natura, attraverso i terremoti e le minacce del mare, così come Lauro e Triestino lo rappresentano, esprime la propria fissità e indolenza, l’ostinazione nel rifiutare il cambiamento e nell’abbandonarsi agli eventi esterni. Una caratteristica endemica quest’ultima, come se nulla fosse passato dai tempi in cui si credeva che fossero gli dei a governare, e la presenza dei due Bronzi sta a testimoniare proprio quel passato e la continuità col presente. La popolazione continua a restare in attesa. Le uniche azioni umane che incidono sulla comunità, sono distruttive e si manifestano in maniera “disumanizzata” attraverso le opere della ‘ndrangheta e dell’amministrazione comunale, non individui bensì enti informi e onnipresenti. Attraverso i ricordi del custode, lo spettatore si pone di fronte a un quadro che, a dispetto di quanto detto finora, sbaglieremmo a considerare esclusivamente da un punto di vista sociologico come un’opera di denuncia, giacché esso si arricchisce di venature poetiche e leggere che richiamano un’atmosfera dai contorni poco delineati come solo un paesaggio del Mezzogiorno, con la sua staticità e col suo clima rovente, può creare.

La splendida interpretazione in dialetto (tra l’altro in un dialetto che non gli appartiene), nel 2003 ha valso a Paolo Triestino la candidatura come migliore interprete di monologo nella terna dei finalisti della prima edizione degli “Olimpici del teatro”, importante riconoscimento promosso dall’ETI (Ente Teatrale Italiano) e dal Teatro Stabile del Veneto, (dal 2011 il Premio ha cambiato il suo nome in “Le maschere del teatro italiano”).
D’altronde è evidente che la resa dello spettacolo deve molto anche al suo regista: non è un caso se il romano Triestino si sia rivolto, per la creazione dell’opera, proprio ad Antonio Lauro, sceneggiatore televisivo e teatrale, nativo, indovinate un po’, di Reggio Calabria!

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2 pensieri riguardo “PAOLO TRIESTINO NEI PANNI DE “IL CUSTODE” di Daniela Esposito

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