OGNUNO COMBATTE LA PROPRIA GUERRA , VINCERE O MORIRE AL LIMITE PERDERE di Marco Coccia

“Il corpo umano” di Paolo Giordano

È il dicembre del 2010 quando Paolo Giordano parte per l’Afghanistan a rimorchio di un plotone di soldati italiani, con l’idea di fare un reportage su quella che ritiene essere la grande guerra della sua generazione.

E così cinque anni dopo La Solitudine dei Numeri Primi Giordano pubblica per Mondadori Il Corpo Umano. Certo è che, con più di un milione di copie vendute con il primo lavoro e risultando il libro più venduto in Italia nel 2008, tutti si aspettavano un rapido bis anche perché, sempre nel 2008, lo scrittore vince, come più giovane autore di sempre, il prestigioso premio Strega. Invece Giordano non si fa prendere la mano tanto meno la penna, e pondera un nuovo libro aspettando la giusta maturazione dell’ispirazione, che neanche lui avrebbe creduto potesse arrivare così inaspettata e in luoghi così remoti dal nostro quieto vivere.

In un avamposto isolato nel distretto del Gulistan, nel sud del paese, uno dei più pericolosi di tutta l’area del conflitto: la forward operating base (FOB) “Ice”, Giordano ritrova l’ispirazione del romanziere incontrando ragazzi come lui, più o meno suoi coetanei, impegnati in una guerra che in un modo o in un altro li sottrae alle proprie personali guerre, quelle della quotidianità che ognuno di noi è costretto a combattere. Dai complessi rapporti famigliari alle crisi di coscienza, alla dipendenza da psicofarmaci .

Il racconto di Giordano narra di un plotone di soldati comandato dal maresciallo Antonio René. Quest’ultimo è un uomo in crisi con la propria coscienza, tormentato e sconvolto dal non riuscire a prendere una decisione: se far abortire o meno la donna che di lui in Italia è rimasta incinta ma alla quale poi non si sente così legato, una gravidanza generata da un rapporto occasionale e che, per questo, gli fa rimettere in discussione tutte le sue convinzioni e le sue certezze.
Controversa anche la figura del tenente medico Alessandro Egitto, schiavo degli ansiolitici e recatosi in guerra per sfuggire a un’altra più personale, segnata da conflitti non meno tragici, come quelli famigliari, sentimentali ed esistenziali. Un Deserto dei Tartari (Dino Buzzati) in stile nuovo dove l’esistenza diventa relativa e la coscienza è amplificata da caldo, stenti e paesaggi che lasciano spazio alla meditazione e all’autoanalisi, metabolizzando paure e incertezze raziocinate come rancio su ogni uomo che al fronte con Giordano, non è più solo una matricola ma essere umano. L’Afghanistan è dietro l’angolo, è in ogni casa, è in ogni dove la coscienza può valicare il proprio oblio e riproiettarci in quel senso di colpa e malessere che ognuno di noi prima o poi nella vita vive. Nonostante tutto non è questo un libro che parla di guerra, non in modo canonico, non c’è quasi traccia del nemico, presente solo come artefice di un agguato che costerà la vita ad alcuni soldati. E’ piuttosto un libro di sensazioni ed emozioni, quelle provate dall’autore in un viaggio che ha dato vita ad un libro che poi forse un reportage un po’ lo è.

Ripetersi è sempre difficile ed oltre un milione di copie non si vendono ad ogni libro, ma se a detta di uno studio La solitudine dei numeri primi ebbe un così grande successo anche per la scelta della copertina, certamente questo ha ben altro impatto, l’immagine di copertina così come il titolo sono forse volutamente asettici inversamente proporzionali alla narrazione, che sorprende per i colori della tavolozza così brillanti nel descrivere tanto grigiore.
Semicapolavoro.

Il corpo umano
di Paolo Giordano
Mondadori
2012
19.00 €
disponibile presso la biblioteca di Civitavecchia

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