“La manomissione delle parole” di Gianrico Carofiglio

“Chiamare le cose con il loro nome è un atto rivoluzionario”: alle parole di Rosa Luxemburg deve essersi ispirato Gianrico Carofiglio per scrivere le pagine di questo saggio mediante le quali, pur allontanandolo dalla sua vena di affermato romanziere, riesce ad immergere il lettore nella sua tesi principale secondo cui le parole sono uno strumento che serve a raccontare la realtà per ciò che è, ma quando il loro significato si stravolge e lo si piega a vantaggio di mero e parziale interesse di pochi a scapito dei più, esse perdono il loro senso originario, che ne è anche il valore massimo; diventa allora un preciso dovere dei parlanti ristabilirne il significato primigenio.

La lingua, quando e se può muoversi liberamente, è in grado di spiegare e descrivere tutto lo scibile conosciuto e conoscibile, svelare i segreti del mondo più reconditi, aprire le porte della conoscenza: è un’arma potentissima, spesso usata dal potere per insinuarsi nella mentalità degli uomini plasmandola a proprio esclusivo vantaggio. L’autore sostiene che sia arrivato il tempo di prendere la difesa delle parole e si dedica al recupero di cinque tra esse, proprie del lessico civile: vergogna, giustizia, ribellione, bellezza, scelta. Carofiglio le pone in collegamento una con l’altra, descrivendole in tutta la loro semplice e fragile potenza evocativa. Ad esempio, “scelta”: “è parola diversa da tutte quelle che abbiamo esaminato finora. Per rendersene conto basta aprire il vocabolario e constatare che essa ha numerosi sinonimi ma nessun contrario”.

Il libro è diviso in due parti: la prima, che dà il titolo all’opera, tratta i temi sovra citati; la seconda, “Le parole del diritto”, rielaborazione di un dialogo tra l’autore ed il giornalista e scrittore Gaetano Savatteri in cui si evidenzia come un linguaggio tecnico come quello dei giuristi, sicuramente caratterizzato da una variegata complicità, debba essere preservato dall’attacco degli pseudo tecnicismi, che “raggelano,ostacolano la comprensibilità, circoscrivono (senza che ve ne sia una necessità tecnica) la comunicazione ai soli specialisti”. Un linguaggio che, Carofiglio fa proprie le osservazione di Calvino a metà dei ’60, citandolo, rischia di trasformarsi in un escamotage “utile più a non dire che a dire”, a causa di “una terminologia che vuol essere specialistica senza riuscire a essere univoca, e una sintassi ramificata e sinuosa” che è proprio il contrario dell’idea di linguaggio che aveva il grande scrittore, quella di un italiano concreto e preciso.

Il saggio si chiude, infine, con una bella citazione di Tullio De Mauro sulla brevità letteraria della nostra Costituzione e sulla semplicità dei termini in essa usati: formata da 1357 lemmi, ben 1002 appartengono al vocabolario di base della lingua italiana; i restanti 355 costituiscono appena il 26% del suo lessico e sono usati con frequenza assai minore rispetto agli altri.

La manomissione delle parole

di Gianrico Carofiglio

Rizzoli

2010

 € 13 

 

 

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