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“Cent’anni di solitudine” di Gabriel Garcìa Màrquez

Pubblicato nel 1967 Cent’anni di solitudine costituisce un evento epocale nella storia della letteratura mondiale e in quella di un genere specifico: il romanzo. Negli anni Sessanta la letteratura latinoamericana entra violentemente nella scena globale causando un cambiamento di prospettiva che amplifica la crisi in cui la vecchia Europa si trova da ben prima dei conflitti mondiali. L’impatto che le opere letterarie provenienti dal Sud America hanno sul monopolio culturale occidentale di matrice europea, è caratterizzato da una componente socio-culturale, in quanto scaturito da un contesto post-coloniale che non può che rapportarsi in maniera critica con gli ex dominatori, e una artistica estremamente forte del sincretismo fra gli elementi puramente indigeni e quelli meticci.
Il risultato dall’unione di questi due fattori è chiaramente illustrato da quello che viene generalmente definito “realismo magico” e di cui l’opera di Garcìa Màrquez è considerata perfetta rappresentante.

In Cent’anni di solitudine è narrata la storia del villaggio di Macondo e della famiglia Buendìa, sua fondatrice, nell’arco di un centinaio d’anni. È difficile collocare geograficamente e cronologicamente gli eventi che compongono il romanzo, a causa dell’assenza di riferimenti espliciti e dell’uso di formule tipiche della letteratura orale, che mirano a disporre la narrazione in uno spazio e in un tempo indefiniti. D’altra parte l’intreccio è strutturato attorno a tracce del reale che permettono di intravedere una trasfigurazione del Paese natale dello scrittore colombiano, dalla metà dell’Ottocento fino alla metà del secolo successivo: la Guerra dei mille giorni, l’avvento disastroso della multinazionale United Fruit Company, la terribile repressione dei lavoratori in sciopero nel 1928.

La parabola famigliare dei Buendìa e lo sviluppo di Macondo riflettono le trasformazioni della società sud-americana dalla colonizzazione alla globalizzazione, che a sua volta rispecchia la distruzione di un universo più generalmente e tipicamente rurale. Il mondo esterno e la storia irrompono violentemente nella vita chiusa di Macondo determinando la sua fine, o meglio la perdita dell’identità cui segue l’omologazione e quindi la sparizione della cittadina, portata materialmente a compimento da una tempesta. L’esistenza del villaggio si protrae attraverso un tempo ciclico in cui gli eventi si ripetono seguendo sempre lo stesso schema, intrappolando i protagonisti in una fissità che ne annichilisce le aspettative quanto i caratteri. La solitudine in cui vivono i personaggi è ben rappresentata dall’utilizzo del più importante elemento magico del libro, ovvero la convivenza dei vivi con i morti, che esaspera la sensazione di staticità nonostante la varietà degli aneddoti raccontati diano al lettore una sensazione di dinamicità.

Leggere Cent’anni di solitudine significa inoltrarsi in un poema epico moderno che non può non coinvolgere e colpire il lettore, il quale avrà senz’altro la percezione di stare partecipando a un evento letterario imponente. L’opera di Garcìa Màrquez sembra racchiudere una perfetta chiave di lettura del destino umano, la quale risulterebbe di difficile digestione se non fosse per lo stile favolistico dell’autore e per quel materiale magico che addolcisce senza nascondere l’amaro e ricco percorso verso la conclusione della parabola.

Probabilmente il fruitore europeo del racconto sarà istantaneamente e prevalentemente rapito dall’esotismo presente nel libro, nonostante ciò ci si augura che i nostri utenti coscienziosi si rapportino in maniera adeguata, ovvero aperta e critica, a questo capolavoro letterario.

Cent’anni di solitudine
di Gabriel García Màrquez
Mondadori
2011
12 €

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