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“A scuola se piove” di Angelo Gregori

PREMESSA DOVEROSA. Ho letto questo libro con grande partecipazione emotiva poiché quella del protagonista Dino Comandini, ex internato militare italiano in un lager tedesco, è anche la storia del mio nonno materno Attilio Pescatori, oggi lucido novantaduenne: quindi tutte le sofferenze, le umiliazioni, la fame, la paura, la speranza che l’autore Angelo Gregori, anch’egli figlio di un I.M.I., Arturo, ha colto dai racconti di Comandini sono quelle stesse che io ho ascoltato fin da bambino e che ascolto ancora oggi. Chiedo venia preventivamente ai lettori ed ai redattori de “Il Bibliomane”, perché questa recensione sarà ispirata molto più dal cuore che dagli strumenti coi quali si dovrebbe correttamente analizzare un’opera letteraria.

Dopo l’8 settembre ‘43 molti soldati italiani scelsero con coraggio di non voltare le spalle alla Patria quando i tedeschi offrirono loro la possibilità di essere rimpatriati a patto di combattere contro gli Alleati nelle file dell’esercito nazifascista: furono condotti ed imprigionati nei lager nazisti in Germania e presto ridotti a furia di sevizie, bastonate, umiliazioni e torture ad essere uomini privati della stessa condizione umana e classificati con l’acronimo I.M.I. che stava per Internati militari Italiani. Risuonano ancora le parole secche e tremende di Levi « Considerate se questo è un uomo/ Che lavora nel fango/Che non conosce pace/Che lotta per mezzo pane/Che muore per un sì o per un no. »

Comandini venne catturato nei pressi di Atene, il giorno dopo l’armistizio, messo su un carro treno insieme ad una cinquantina di suoi compagni, pigiati uno addosso all’altro come bestie. Una pagnotta da dividere fra tutti mista a segatura, qualche grammo di margarina ed acqua, quando trovata nel corso di qualche sosta nelle stazioni ferroviarie, erano l’unico pasto che questi poveri uomini avevano a disposizione per sopravvivere. I cadaveri degli sventurati che non ce la facevano venivano buttati giù dal treno con la solerzia fredda tipica dei tedeschi.

A fine settembre lui e gli altri valorosi soldati giunsero a Trier, un campo di smistamento prigionieri, dove divenne il prigioniero 6666, uno dei tanti untermenschen, sottouomini, poi inviato al lager di Friedrichsthal, dove rimase dall’ottobre ’43 al marzo ’45, un campo dov’erano solo italiani e dove conobbe Stefano, un alpino che condivise con lui la tragica esperienza della prigionia e del lavoro nella miniera di carbone scandito dalle bastonate e dalle sadiche crudeltà degli aguzzini nazisti, che consideravano i prigionieri “stuke”, cioè “pezzi” della miniera, come un sasso o uno sputo. Stefano, purtroppo, passò tra i più qualche mese dopo.

Il 19 marzo del 1945 gli alleati liberarono i prigionieri, che poterono così rientrare finalmente a casa. Comandini non partecipò alle vendette e le rivincite che i prigionieri si presero sui loro aguzzini: voleva solo andare a casa e fuggire dalla Germania. Riuscì a raggiungere la stazione di Pescantina, in provincia di Verona, nel Luglio del ’45, dove inaspettatamente incontrò un suo concittadino, Pietro Fornaciari detto “Muciò”. Qualche giorno dopo, Dino Comandini tornò a casa sua, a Campagnano. Anni dopo divenne Presidente dell’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci.

Il 27 gennaio 2010, al Quirinale, ha ricevuto la Medaglia d’ Onore in qualità di I. M. I. .
Quel giorno c’ero anche io. Accompagnavo un altro I.M.I. : il soldato di fanteria Attilio Pescatori, mio nonno, che come Dino preferì le botte e le torture piuttosto che tradire l’Italia. 60.000 italiani che presero sulle loro spalle la furia cieca dei tedeschi che li denominarono in questo modo per privarli dello status di prigionieri di guerra e vendicarsi del presunto “tradimento” dell’otto settembre.

A scuola se piove. Memorie dal lager di un internato militare italiano
di Angelo Gregori
SBC Edizioni
2013
€ 12
Disponibile presso la biblioteca di Civitavecchia

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