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“Dialoghi sublimi” di Gian Piero Bona

Viviamo in un mondo fatto su misura per l’usa e getta. E a causa di questa logica tutto è diventato oggetto di consumo: le cose, le persone, la cultura. Ovviamente anche i libri sono entrati a far parte del nostro planetario sistema di mercificazione della vita e l’impoverimento qualitativo è sotto gli occhi di tutti: da un lato, si scrive in fretta, per il successo personale e per le vendite; dall’altro, si legge ancora più in fretta, prevalentemente opere di celebrità e il prodotto sicuro è il bestseller. Ogni tanto però qualche pesce sfugge dalla rete del marketing e ci si ritrova fra le mani libri frutto di sapienza (parola demodé, me ne rendo conto), di profonda meditazione e di una ricchezza tale da poter esser letti e riletti rimanendo ogni volta stupefatti. Stiamo parlando dell’ultimo lavoro di Gian Piero Bona, Dialoghi sublimi.

Dialoghi sublimi esce dal dominante ethos dell’intrattenimento che sta fagocitando anche la scrittura e costringe il lettore a pensare. Abbiamo dunque a che fare con un libro che torna alle origini della propria funzione sociale: riflettere, porsi e porre interrogativi. E forse non è un caso che il volume faccia parlare parecchi personaggi mitologici dell’antica Grecia. Si tratta di conversazioni filosofiche uscite dalla penna di Bona e completamente immerse nel contesto culturale classico di cui lo scrittore mostra un’eccezionale conoscenza. D’altra parte, non ci si sarebbe potuti cimentare in un’impresa che fa dialogare, tra gli altri, Eros con Psiche, Ulisse con Mentore e Narciso con Tiresia senza padroneggiare la materia a tal punto da compiere un vero e proprio salto all’indietro nel tempo dando voce a personaggi di un mondo che non c’è più e che tuttavia si ostinano a volerci dire ancora qualcosa.

Gian Piero Bona non è nuovo a simili imprese. Come puntualmente osserva Carlo Carena nell’Introduzione, già nel 1999 con la pubblicazione delle Muse incollate (Scheiwiller editore) Bona innestò parole nuove sui frammenti dei versi di poeti come Saffo. Riempire quegli spazi vuoti fu un’operazione davvero temeraria perché mise da parte l’idea di restaurazione della parola interrotta avendo l’ardire di completarla. Un raddoppiamento della poesia verrebbe da dire. Ma con Dialoghi sublimi Bona evita di mandare in crisi (o su tutte le furie) i filologi e concede lo spazio riflessivo all’invenzione. Invenzione che come abbiamo accennato è completamente calata nel mondo dell’Antichità Classica da cui lascia emergere la potenza e l’attualità del discorso filosofico affidato a soggetti mitici. Come per incanto ci si ritrova calati nelle profondità di un immaginario collettivo intenti a origliare (tale è la posizione in cu Bona pone il lettore) i colloqui degli déi e degli eroi greci. Anche loro fanno un salto nel tempo. Stavolta in avanti perché parlano di noi. Meglio: parlano a noi. Ma noi, che più nulla abbiamo a che fare con i pastori dell’Arcadia e la società di Platone, siamo in grado di capirli? Più semplicemente: siamo in grado di ascoltarli? Questa è la vera sfida dei Dialoghi sublimi.

L’unico modo con cui un recensore può aiutare il lettore a raccogliere la sfida è accompagnarlo nell’interpretazione del testo. Prendiamo il dialogo intitolato “Il Burrone”. I protagonisti sono Morfeo e Fantasio, rispettivamente figli del Sonno e della Notte. Entrambi sono Sogni. Il primo annuncia sempre la verità mentre il secondo non l’annuncia mai. Morfeo e Fantasio si trovano affacciati sul cervello di un uomo che dorme e Morfeo confessa di avere le vertigini, come se si trovasse sulla vetta di una montagna. Così gli replica Fantasio: “E’ naturale. Ti sei accorto che in quel baratro niente ha senso”. Da qui parte un dibattito filosofico sul rapporto tra illusione, realtà e apparenza. Tema su cui noi, individui immersi in flussi continui di immagini raccontate dalla moda e dalla pubblicità, dovremmo riflettere più di quanto non facciamo per comprendere la nostra posizione nel mondo. Sono diverse le conclusioni a cui giunge questo dialogo. Eccone una. Gli uomini vivono senza senso perché ignorano il senso del tutto. Perciò si affidano alle apparenze. Se così non fosse, se gli uomini cogliessero il senso della realtà, non avrebbero più necessità delle apparenze perché sarebbero la realtà stessa. Eccone un’altra. Interrogarsi sul senso della vita significa porsi fuori dalla vita perché solo chi è dentro la vita (ossia fuori dalle apparenze) conosce il senso di ogni cosa. Può l’uomo recuperarsi alla realtà? Forse. Accade sempre qualcosa. Anche nel burrone senza senso che è il cervello umano. Nel frattempo Fantasio continua a raccontare agli uomini bugie e a farli stupire.
Dialoghi sublimi
di Gian Piero Bona
Moretti&Vitali
2013
16,00 €

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