i capolavori

Un uomo, indagando sulla misteriosa morte del prozio, scopre tramite alcune testimonianze dell’esistenza di un’isola sconosciuta in cui riposa Cthulhu, un’intelligenza mostruosa proveniente dallo spazio in attesa di risvegliarsi.

Quando, nel 1928, Howard Philipps Lovecraft pubblicò per la collana Weid Tales il racconto Il Richiamo di Cthulhu, il suo giudizio riguardo alla sua opera era molto scettico: l’autore non poteva ancora prevedere l’enorme successo che in realtà avrebbe avuto. Con il Richiamo, infatti, Lovecraft diede vita al Ciclo di Cthulhu, una serie di racconti horror che hanno tutti come filo conduttore l’operato di alcuni esseri alieni che con i loro poteri terrorizzano gli uomini, conducendoli alla follia. Tale saga suggestionerà molti autori, divenendo anche l’ispirazione per film, videogiochi e giochi di ruolo.

L’elemento trainante della forza fascinatrice del Ciclo sono i tratti inquietanti con cui viene costruito l’universo narrativo. Un universo, quello di Lovecraft, che fa rabbrividire tutti i personaggi che vi incappano, proprio perché esso è costituito da tutto ciò che umano non è: nel Ciclo di Cthulhu, l’uomo viene messo di fronte a qualcosa che non può essere né misurabile né completamente percepibile. I monoliti della mitica città di R’lyeh, ad esempio, sono costruiti secondo i dettami di una geometria non euclidea, in cui le regole della materia e della prospettiva sono capovolte. E anche lo stesso Cthulhu, l’immonda creatura verde venuta dallo spazio, si manifesta come un essere colossale, le cui orripilanti fattezze sono difficilmente definibili: una massa melmosa dalla testa di piovra ma che allo stesso tempo ricorda anche un drago.

Proprio da questa indeterminatezza nasce l’orrore. Lovecraft, adottando un procedimento tipico del genere horror, mette in crisi l’ottimismo positivista lasciando agli uomini l’unica certezza della paura. Una paura che scaturisce inesorabile e che già di per sé è causa di morte. Se, infatti, la letteratura ci ha abituato a numerosi personaggi che muoiono di dolore – si veda ad esempio la morte di Ermengarda nell’Adelchi manzoniano – Lovecraft ci insegna che si può anche morire di terrore. È una paura febbrile, infatti, quella che colpisce i poveri personaggi del ciclo di Cthulhu, condannandoli ad una morte inspiegabile dal punto di vista medico e la cui unica alternativa è quella di essere condannati ad una follia insanabile. L’angoscia si va inoltre ad unire al rimpianto: lo stesso rimpianto del protagonista del Richiamo, che si pente di aver iniziato le sue indagini che gli hanno fatto scoprire queste realtà aberranti, facendogli sviluppare la consapevolezza che Cthulhu esiste davvero e che varrà il tempo in cui egli riemergerà dagli oceani gettando il mondo nel caos.

Nel mondo di Lovecraft, dunque, nessuno si salva. Nemmeno noi lettori. Infatti, lo stile investigativo della produzione dell’autore, in cui assistiamo al reperimento da parte dei protagonisti di documenti o testimonianze di chi ha avuto a che fare con Cthulhu – mediante sogni o per esperienza diretta – rende le vicende tremendamente reali e plausibili. Per questo, dopo aver letto il racconto, si ha il timore di addormentarsi sognando veramente Cthulhu, rimanendo vittima del suo distruttivo richiamo e di risvegliarsi con un eco nella testa che pronuncia le parole Cthulhu fhtang.

I capolavori
di H.P. Lovecraft
Mondadori
2008
16.00 €

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