INTERVISTA IMMAGINARIA A RACHELE, IMMORTALE VENEZIANA di Mario Michele Pascale

nosferatu

Rachele aveva la testa reclinata, gli occhi chiusi. L’avevo cercata per giorni e giorni, inseguendo fatti strani e leggende metropolitane. Finalmente l’avevo trovata. Ero seduto davanti a lei. La sua testa era sorretta da una mano bianchissima, molto curata, che esaltava lo smalto rosso. Aveva le ciglia folte, il colorito pallido, le labbra di una sensualità disarmante. Non aveva un filo di trucco e somigliava ad una statua di porcellana. Ho timore di parlare: è talmente bella che potrei romperla, mi dico. Indossava un semplice tubino nero, calze nere che impongono le giarrettiere e scarpe chiuse con il tacco. Non eccessivo, ma comunque rispettabile e che abbisogna della dovuta tecnica per essere domato. Il corpo pareva abbandonato su di una poltrona stile Luigi. Non so bene quale Luigi: non mi sono mai cimentato nell’antiquariato. Il mobilio mi parve sei-settecentesco, almeno nella riproduzione. A ben guardare aveva l’aria molto vissuta. Mi soffermai sui buchi dei tarli: erano tanti, distribuiti con caotico ordine. Ella non si muoveva. Non respirava. Osservavo il suo décolleté immobile ed il suo diaframma rigido, ne apprezzavo le proporzioni, la bellezza, le geometrie dei capezzoli al di sotto della stoffa e restai in silenzio, inebetito. D’un tratto due occhi neri, con le pupille dilatate ed irreali, immerse nel bianco, mi fissarono ed io venni richiamato alla realtà.

canalettoBuonasera, avete intenzione di restare lì a guardarmi per tutta l’eternità?

Balbettai qualcosa di incomprensibile, quanto bastava per dichiarare, tragicamente, il mio imbarazzo. Lei sorrise, cambiò la pendenza del capo e si aggiustò sulla poltrona. I suoi occhi restarono identici.

Ho saputo che mi cercava per un’intervista. Strano, pensavo che queste cose accadessero solo nei film. Voi umani siete così poetici ed avete quest’abitudine così teatrale di cacciarvi nei guai. Ma perché deludervi. Dovete sapere, monsieur, che la curiosità è il motore immobile di noi immortali. Per questo oggi io mi concedo al vostro sguardo.

Cercai di reagire ma, in verità, volevo infilarmi in un angolo di mondo dove lei non sarebbe arrivata con i suoi occhi. Mi sentivo nudo, diviso a metà, vivisezionato. Il tutto avendo piena coscienza di quel che accadeva. Alla fine accettai la sfida della curiosità e mi aggrappai al mio dovere di cronista.

“Signora… ”

Madame. Prego. Signora fa tanto casalinga di Voghera, titolo nobiliare del nulla in formato famiglia. Per voi io sono madame. O vi sembro una donnina disperata con marito da accudire e figli che ti devastano l’utero?

dracula

“Non volevo offenderla, Madame. Non sono nella condizione di offenderla… ” E pensai tra me e me di aver detto una cosa stupida, fin troppo evidente. Mi sentii piccolo piccolo mentre lei, con i suoi occhi sempre uguali scrutava nella mia anima. Riuscivo anche a sentire il rumore che faceva mentre penetrava nei miei ricordi e nelle mie emozioni.

Bene, vedo che ci capiamo, Monsieur. Michele, vero, voi vi chiamate Michele ed avete visto giorni migliori. Avete paura di morire, Michele?

Presi coraggio: Siamo tutti morti, madame, dobbiamo solo prenderne coscienza.

Rachele ebbe un sobbalzo. Si mise a sedere con la schiena dritta, come una scolaretta appena ripresa dall’istitutrice. Inarcò le narici come per inseguire il mio odore. Mi sentii come una lepre inseguita da un mastino. Passò le mani tra i capelli corvini, lisci, lunghi fino alle spalle.

Teoria interessante, monsieur, nel mio caso terribilmente vera. Io, del resto, sono morta da un bel po’ e ci ho fatto pace… 556 anni fa, mese più, mese meno, due giorni dopo il bar mitzva di mio fratello maggiore, dopo aver agonizzato un bel po’ in un vicolo di Venezia. Lei com’è che si sente morto? Se la può consolare percepisco l’odore della sua sincerità.

Come i samurai. Andavano in battaglia sapendo di essere già morti. Non avendo nulla da perdere, davano il massimo.

Siete dunque un guerriero? Non siete un uomo di lettere?

Forse ambedue le cose.

Lo vedremo. Veniamo alle vostre domande, monsieur. Come nascono gli immortali, vero?

carmilla_coverVero, vi dovrei chiedere come avete fatto, ma sarebbe ridicolo…

Esatto. Dovete sapere che, al principio, c’era uno spirito che aveva assaggiato il sangue degli uomini. Gli piacque, ma non aveva la possibilità di cibarsene oltre il momento dei sacrifici. Si industriò e trovo due corpi. Un uomo ed una donna. Il padre e la madre. Nacquero circa 6000 anni fa. Crearono altri come loro. E loro crearono me. Noi siamo legione. Siamo un tutt’uno con lo spirito primordiale che, per nostro tramite, si nutre di sangue umano.

Il padre e la madre? Esistono ancora?

Ma certo. Esistono. Ma ad un certo punto, più o meno nel medioevo, si stancarono del mondo e decisero di addormentarsi. Dormono in un luogo segreto, che solo alcuni di noi conoscono. Ma essi sono con noi, in noi. Ogni immortale sente i loro pensieri.

E voi, madame? Chi vi ha reso… così? Come eravate prima?

Ero una donna come tante. Come già sapete mi chiamavo Rachele. Il mio destino era, probabilmente, quello di morire di parto, oppure di essere violentata e gettata in un canale, dove sarei morta. Oppure, che sarebbe stato peggio, morire di stenti, di fatica e di vecchiaia adorando il dio di Israele. Francesco mi ha salvata, mi ha tolto appena in tempo da quel malefico vicolo e mi ha donato la mia seconda vita. In verità il suo vero nome era Quinto, un centurione romano. Aveva il vezzo di cambiare nome ad ogni epoca, ma per passare il tempo faceva sempre il soldato. A quel tempo si spacciava per ufficiale degli schiavoni. Si divertiva a strappare gli occhi dei turchi. Come si dice oggi, ognuno ha i suoi hobby …

SI interruppe, giocherellò con le dita, assaporò il silenzio e mi osservò.

Deluso, vi aspettavate più poesia? Una vampira in preda alla passione per l’umano, magari? Voi mi desiderate, monsieur. Ma avermi può essere una maledizione, lo sapete vero?

Madame, io…3814-il-mercante-di-venezia

Monsieur, suvvia. Volete la poesia. Va bene. Iniziamo dalle lettere, dato che siete qui per farmi un’intervista e parlare di cultura. La mia opera preferita? Ma è Il mercante di Venezia. Sapete, mi ricorda la mia prima vita. “Una libbra di carne. Non un’oncia in più”. Questi ebrei, così ossessionati dal contratto, dall’avere, dalla vendetta e questi gentili, così superficiali e che passano la loro triste e cattolica esistenza a giocare con il fuoco. Anche giocare con gli immortali può essere pericoloso. Anche la letteratura può essere pericolosa, monsieur. Specie quando prende vita. Di lettere si può anche morire.

D’un tratto non la vidi più. Fu un attimo. Riapparve davanti a me, in ginocchio. La sua mano toccò il mio collo ed io ebbi paura. Una paura profonda, primordiale. La sua mano era fredda, ma parimenti come velluto. Accarezzò il mio torace finché non percepii un dolore lancinante, terribile, poco sopra il cuore. Le sue dita frugavano, dividevano la mia carne, spezzavano le mie ossa.

Avevo finalmente capito, anch’io, che di letteratura si può anche morire. L’ultima cosa che ricordo era lei, con il mio cuore in mano, che sussurrava, soavemente:

“Una libbra di carne. Non un’oncia in più”. Io ho preso la parte migliore. Spero non vi dispiaccia, monsieur…

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