VANITÀ di Patrizio Paolinelli

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Da gennaio 2010 l’Adelphi ha avviato la pubblicazione delle principali opere di Christopher Isherwood (1904-1986). L’ultima uscita è: La violetta del Prater, 136 pagg., 16 euro. Senza mezzi termini: è un magnifico racconto. E lo è per molti motivi. Ogni lettore troverà i suoi. Per quel che ci riguarda ecco i nostri.

Innanzitutto lo stile narrativo: una scrittura razionale che ha il rarissimo pregio di scaldare il cuore ed eccitare la fantasia del lettore; potremmo definirla una scrittura dalle porte aperte. In secondo luogo l’intreccio tematico: inevitabili banalità della vita quotidiana (ritardi, piccole incomprensioni, strategiche interazioni verbali) sono tessute con il tragico scenario storico che precede la Seconda guerra mondiale e la descrizione dell’ambiente di lavoro degli studi cinematografici londinesi degli anni ’30. La violetta del Prater narra infatti una serie di vicende che si consumano intorno alla realizzazione di un film di cassetta girato da un geniale e umanissimo regista austriaco (Friedrich Bergmann), finanziato da un abile e deciso produttore (Chatsworth), sceneggiato da un giovane e promettente scrittore, Christopher Isherwood (alter ego dello stesso autore, che alla fine degli anni ‘30 ha effettivamente lavorato a Hollywood). Un terzo fattore che conferisce a La violetta del Prater il suo stato di grazia è la descrizione, talvolta quasi etnografica, del dietro le quinte di un film. Naturalmente nulla a che fare con gli odierni backstage, che sono una forma sussidiaria di spettacolo.

Con tratti molto tenui, verrebbe da dire: con colori pastello, la cronaca di Isherwood del retroscena di un set cinematografico delinea le dinamiche di potere tra i professionisti del grande schermo: una vera e propria lotta combattuta di volta in volta con armi diverse: dal fioretto al randello. Una lotta tutta giocata sul filo della parola. Noi che viviamo in un’epoca di visione totale pensiamo illusoriamente di poter conoscere tutto ed è questa presunzione a renderci così insaziabili, così informati, così ignoranti. La leggerezza, allo stesso tempo volatile e tragica dei personaggi di Isherwood, ci riporta all’immanenza del reale, ai suoi sorrisi e alle sue lacrime, alle sue verità e alle sue finzioni, al significato del tempo e dello spazio.

Riportandoci con i piedi per terra Isherwood indica chiaramente che il mondo delle immagini non è lo specchio della realtà, ma un’altra realtà ad uso e consumo di un pubblico ignaro della verità e che, per dirla tutta, neanche è più interessato alla verità. Un film è una macchina infernale afferma a un certo punto il mitteleuropeo Bergmann. Una macchina che una volta messa in moto non può più fermarsi, non può chiedere scusa, né ritrattare alcunché, né concedere tempo alla comprensione: un film è semplicemente irresistibile, anzi: nella nostra civiltà delle immagini un film è l’irresistibile. Eppure contro la forza travolgente di questo medium la scrittura di Isherwood riesce miracolosamente a opporsi così come un naufrago si oppone al mare in tempesta. Ma se per il naufrago gli artefici della propria salvezza sono il caso e la disperazione non si può dire la stessa cosa per La violetta del Prater. Lo scrittore inglese salva la parola dal suo affogare nell’inferno delle immagini e così facendo salva la realtà dal diventare un simulacro dei film. La via attraverso cui Isherwood riesce in questo affrancamento è lastricata di ironia. Esemplari in tal senso sono i surreali (e magistrali) dialoghi telefonici con cui si apre il racconto. Il giovane scrittore Christopher Isherwood riceve due chiamate da due sconosciuti –un collaboratore del produttore Chatsworth e il regista Bergmann – facendo così il suo ingresso nel mondo del cinema. Ironico è l’inseguimento di Bergmann da parte dello scrittore prima del loro incontro faccia a faccia. Ironica è la stesura della sceneggiatura che i due intraprendono in una stanza d’albergo alla presenza di una segretaria dalla lacrima facile. Un’ironia che non sfocia mai nel comico o nel sarcastico perché altro pregio del raccontare di Isherwood è la totale assenza di presunzione. Il suo scrivere è immune dal morbo del secolo: la vanità.

La violetta del Prater

di Christopher Isherwood

Adelphi

2011

16€

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