FUORI DALLA CAVERNA di Patrizio Paolinelli

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La scrittrice tedesca Sybille Lewitscharoff ha collezionato in Germania una impressionante quantità di riconoscimenti letterari, tra cui il prestigioso premio Büchner. In Italia la sua opera è largamente tradotta e quest’anno la casa editrice Del Vecchio ha pubblicato il suo ultimo lavoro: Blumenberg, 230 pagg., 15,00 euro. Si tratta di una sorta di romanzo-saggio che chiama direttamente in causa il filosofo Hans Blumenberg (1920-1996) e la sua opera.

Come noto, Blumenberg si è occupato della metafora intesa come categoria interpretativa innestata negli strati più profondi di ogni cultura. Tre esempi: “il mulino della storia”, la natura come “libro da leggere”, la “rivoluzione copernicana”. L’indagine ermeneutica di quest’ultima metafora conduce Blumenberg a individuare nella modernità una svolta storico-culturale che induce gli esseri umani a passare dalla passività dell’osservazione al principio di autoaffermazione e dunque alla trasformazione attiva della realtà. Da qui la polemica con Karl Löwith per il quale invece la secolarizzazione (altra potente metafora) discende dalle concezioni teologiche cristiane. Löwith: “Il mondo dopo Cristo si è appropriato dell’aspettativa cristiana di un fine e di un compimento, e nello stesso tempo ha rifiutato la fede in un’imminente éschaton”.

L’ultima opera di Blumenberg, “Uscite dalla caverna” (Medusa Edizioni, 2009) è un pressante invito all’uomo moderno di confrontarsi col mito platonico: fuori dalla caverna si fonda il primato della vita (bios) sulla teoria (i concetti del bios). Ma non siamo alla fine del viaggio perché uscire dalla caverna può significare l’ingresso in una caverna ancora più grande. Ed è proprio con questo dubbio che si confronta il romanzo-saggio di Sybille Lewitscharoff.

La caverna è lo studio di un professore di filosofia all’università di Münster, Blumenberg per l’appunto. In questo stesso studio una notte compare all’improvviso un vecchio leone. Professore e animale si scrutano, ma le intenzioni del grande carnivoro sono pacifiche e allo stesso tempo Blumenberg mantiene un olimpico autocontrollo. Il leone è visibile solo agli occhi del filosofo e a una suora che Blumenberg incontra per caso durante uno dei suoi rari viaggi fuori città.

Chi è, cosa rappresenta questo leone invisibile ai più? E’ una metafora. Ma una metafora molto complessa come quelle su cui Blumenberg, erudito filologo, è abituato a impegnare il suo intelletto. Nel corso del libro scopriamo che il leone invisibile è un’immagine perché tanti sono i leoni nella storia dell’arte e dell’araldica. Così come non mancano i leoni nella storia delle religioni e della filosofia. Si tratta forse un custode dell’esistenza? È un essere dedito alla verità? L’incarnazione di un miracolo? Sybille Lewitscharoff sembra suggerire che il leone di Blumenberg è tutte queste cose e molto altro ancora. È la realtà e la coscienza. Meglio: è la coscienza della realtà.

E la realtà nel romanzo della scrittrice tedesca si annoda intorno all’esistenza di alcuni personaggi che prendono buona parte del libro: gli studenti di Blumenberg. In particolare Richard, Gerhard, Hansi e Isa, tutti blumenberghiani a prova di bomba. Isa per di più è perdutamente innamorata del celebre professore. L’altro suo punto di riferimento intellettuale è Virginia Woolf. E come la scrittrice inglese la giovane muore suicida. Ignaro del proprio ruolo nel dramma, Blumenberg apprende la notizia dal giornale due giorni dopo. Nel frattempo il leone gli è diventato indispensabile. E’ il suo custode. Colui che anni prima gli aveva permesso di sopravvivere nell’inferno del campo di concentramento nazista di Zerbst.

A differenza di Blumenberg, Isa non ha conosciuto gli orrori della Seconda guerra mondiale. Ma non è riuscita a sopravvivere ed è stata vinta da se stessa, dal mondo che la circondava… dalla modernità? Una modernità che nella Germania narrata da Sybille Lewitscharoff sembra essere fatta quasi esclusivamente di belle automobili e di star della musica pop statunitense. Come la studentessa suicida, anche i compagni di Isa non sono soddisfatti dalla vita. E il libro si conclude con un richiamo al testo in prosa “Lo spopolatore” di Samuel Beckett. Lo scrittore irlandese ha immaginato un luogo in cui duecento corpi sono racchiusi all’interno “di un tronco di cilindro basso che misura cinquanta metri di circonferenza e sedici di altezza perché deve essere armonico”. La comparsa di Beckett nel libro di Sybille Lewitscharoff lascia aperte due strade. Un’interpretazione pessimista suggerisce che dalla caverna non si esce mai. Un’interpretazione più ottimista ci dice invece che la ricerca della verità non è definitiva ma sicuramente appagante. Nonostante la realtà.

Blumenberg

di  Sybille Lewitscharoff

Del Vecchio editore

15€

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