Colette, Le ore lunghe

Apparso su VIA PO (Conquiste del lavoro) il 10/12/2013

Sono le quattro del pomeriggio di un caldo giorno d’agosto quando Sidonie-Gabrielle Colette(1873-1954), in vacanza a Saint-Malo, ascolta il banditore col tamburo proclamare che la

Francia è entrata in guerra: tutti gli uomini abili alle armi sono chiamati alla mobilitazione generale. Appresa la notizia molte donne restano sgomente. Alcune piangono, altre si ritrovano a bocca aperta a fissare il vuoto. Inizia con queste brevi pennellate il reportage di Colette dai luoghi che furono teatro di guerra durante il primo conflitto mondiale. Reportage intitolato “Le ore lunghe. 1914-1917” e tradotto per la prima volta in italiano da Del Vecchio Editore (226 pagg., 14 euro). Per Louis-Ferdinand Céline la guerra è tutto quello che non si capisce. Forse per questo motivo, Colette, sua contemporanea, fa una scelta precisa e individua il lato estetico presente in ogni manifestazione della vita. Come? Semplicemente osservando.

Ed ecco che, in una Saint-Malo lontana dal fronte e immersa in “una splendida luce velata di estate marina”, la guerra è una ruvida pescivendola che in vista di tempi cupi accetta solo monete e rifiuta le banconote; oppure è un giovane ambulante che col campanello della sua bicicletta invita allegramente tutti a nascondere l’olio, lo zucchero e il carburante. A Parigi invece, durante la prima settimana di mobilitazione, la guerra è la singolare vicenda di un riservista che pur alle soglie dei quarant’anni non vede l’ora di battersi contro i tedeschi e senza pensarci troppo sopra ha abbandonato la promessa sposa due giorni prima del matrimonio. Nella prospettiva di Colette la guerra è una presa d’atto.

E’ scoppiata e non ci si può far nulla.

Tuttavia non bisogna permetterle di divorare ogni aspetto dell’esistenza. E non per una petizione di principio, ma perché è l’esistenza stessa ad essere infinitamente più ricca della guerra. Ed è questa ricchezza l’oggetto principale degli articoli che Colette invia a diverse testate francesi da Verdun, Venezia, Roma.

I dettagli della vita quotidiana costituiscono le pietre preziose da cui traspare l’umanità colta in ogni dove dallo sguardo di Colette. Certo, la scrittrice parlerà della guerra e a lungo, ma senza rinunciare ad annotare copiosamente ciò che ogni giorno la ripudia: la bellezza del paesaggio, il fascino dei monumenti, la cura del corpo, la tenerezza dei genitori nei confronti dei figli. Per chi rimane nelle retrovie la guerra è soprattutto l’attesa di chi aspetta il ritorno dei soldati dal fronte.

Un’attesa fatta di ore che non finiscono mai. Ore lunghe ma non inutili: i parigini vanno clandestinamente a caccia di prodotti tedeschi come l’aspirina e i cerotti “Plastik” (da non confondere con quelli senza la “k” finale); i cani vengono addestrati per essere mandati al fronte per consegnare messaggi e scovare feriti; un militare in licenza scopre il tradimento dell’amata; un altro soldato protesta con la moglie perché le lettere che lei gli invia hanno come argomento la guerra, mentre lui vorrebbe sapere come vanno le cose a casa e se è nato un nuovo vitellino; un giovane facchino, furbo e robusto, riesce ad evitare la chiamata alle armi mettendo al mondo il settimo figlio; in ospedale i feriti riescono a scherzare delle proprie mutilazioni tanto che gli unici ad apparire tristi sono i visitatori; le donne sole di Parigi si rivolgono a un istituto che si impegna a trovare loro un’occupazione a domicilio (non sono abituate a lavorare, ma accettano con estrema dignità di rimboccarsi le maniche per andare avanti). Una parte del libro di Colette è dedicato al suo viaggio in Italia. Tutto sembra sorprenderla: la luce del giorno, l’azzurro del cielo, la campagna dorata, le donne alle prese con torme di bambini, le rumorose trattorie, il vino dei Castelli, la bellezza dei soldati italiani in partenza per il fronte.

A Roma la guerra è presente e assente allo stesso tempo. Gli ospedali sono pronti ad accogliere i feriti ma i feriti ancora non ci sono. In un’atmosfera segnata dall’attesa Colette è discretamente circondata da premure e attenzioni: “In qualsiasi salotto romano, di fronte a me si fingerà di parlare poco della guerra e con leggerezza. Per dire “l’avanzata sull’Isonzo” si dirà “il temporale di questa mattina”, senza insistenza”.

 “Le ore lunghe” costituiscono il diario forse elitario di una scrittrice all’epoca celeberrima. Nonostante ciò l’attualità di questo libro risiede in un’indicazione e in una possibile riflessione. L’indicazione: osservare l’Europa avviata all’autodistruzione con lo sguardo di chi cerca ovunque la bellezza. La riflessione: il tipo di guerra di cui narra Colette non esiste più. Oggi la guerra è diventata invisibile. Si pensi solo alla Francia, che di fatto ha ripreso a colonizzare l’Africa. O agli USA, che sono in guerra permanente. In entrambi i casi la nazione non è preda delle “ore lunghe”. Tutt’al più della noia. E il rimedio consiste nel cambiare canale.

Le ore lunghe. 1914- 1917

di Louis-Ferdinand Céline

Del Vecchio editore

2013

14€

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