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Piccola intervista a Giorgia Biasini, autrice di Scriverne fa bene e di Come una funambola, co-fondatrice del super-blog Oltreilcancro.it.

Leggendo Scriverne fa bene mi ha colpito come la sua voglia di raccontarsi sia scattata in automatico, un riflesso naturale,  secondo lei perché talvolta è così difficile aprirsi e farsi ascoltare?

 La voglia di raccontarsi pubblicamente dipende da un’attitudine caratteriale e dalle circostanze della vita, che talvolta impongono di farlo, soprattutto quando si utilizza un mezzo che facilita la comunicazione, come la scrittura di un blog.  È sempre difficile aprirsi agli altri, soprattutto riguardo all’esperienza di una malattia, argomento tabù nella comunicazione. La difficoltà però può essere superata quando ci si accorge che rompendo il tabù si contribuisce a ad alleviare la fatica di vivere un esperienza difficile, intima, ma universale, condivisibile da molte altre persone. In questo modo altre persone si sentono incoraggiate a intraprendere un percorso analogo, scoprendo che “scriverne fa bene”.

Le forme di cura ed il narrare hanno radici antiche, la Blogterapia coglie nel segno e riesce ad unire autoterapia e eteroterapia, se possiamo darle questo nome, una sorta di racconto privato aperto all’altro, cosa ne pensa?

 Con il termine blogterapia io e altre blogger che come me hanno raccontato o raccontano il cancro attraverso un blog abbiamo cercato di mettere in risalto l’effetto positivo, realmente terapeutico, almeno dal punto di vista psicologico, della scrittura e della condivisione. Come ho scritto nel libro, rispetto alle narrazioni tradizionali il blog consente un’interazione immediata con chi legge, e questo aiuta a valicare il muro di solitudine che quasi sempre circonda le persone che vivono una malattia grave come il cancro.


Il web è nell’immaginario collettivo rappresentato come dimensione anarchica e confusiva, una rete di relazioni fredde e nevrotiche, ripensando al portale oltreilcancro.it tutto questo è smentito dai fatti, è forse possibile riscoprire un volto umano alla rete?

Non ho mai vissuto il web come rete di relazioni fredde e nevrotiche. Da quando ho aperto il mio blog, nel 2004, grazie alla possibilità di far circolare immediatamente le proprie idee e i propri scritti, sono riuscita a costruire legami profondi con persone che altrimenti non avrei mai potuto conoscere. Per me la rete ha sempre avuto un volto umano, umanissimo. Come ogni altro mezzo di comunicazione, il web si adatta all’uso che ne facciamo, nel bene e nel male.

L’informazione molte volte non è in grado di raccontare storie di sofferenza e malattia, mi riferisco ad esempio ai recenti sviluppi del caso Stamina, può dirci qualcosa al riguardo?

Credo che si debba distinguere il racconto giornalistico di storie di malattia, più o meno efficace, dalla diffusione di metodi di cura controversi che possono alimentare false speranze, se non mettere in pericolo la stessa vita delle persone. Sul caso Stamina è stata sfruttata, a mio avviso, la disperazione e la sofferenza dei malati e dei loro familiari, dando credito e visibilità ad una metodica bocciata dalla comunità scientifica e oggetto di indagine giudiziaria.

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Concluderei l’intervista parlando di lettura: tre libri da consigliare ai lettori de Il Bibliomane

Questa domanda è difficilissima… Se intendi  letture che non abbiano necessariamente a che vedere con l’argomento del mio libro, mi vengono in mente, tra le più amate degli ultimi anni:

 Ascensione, di Steven Galloway, e/o, la storia di un funambolo rom ripercorsa mentre compie la più ambiziosa delle sue imprese: camminare sul cavo teso tra le torri gemelle del World Trade Center.

Molto forte, incredibilmente vicino, di Jonathan Safran Foer, Guanda, la storia di Oskar, un bambino  che ha perso il padre durante gli attentati dell’11 settembre 2001 al World Trade Center.

L’uccello che girava le viti del mondo, di Haruki Murakami, Einaudi. Impossibile raccontare la trama.

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