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Riportiamo per i lettori de Il Bibliomane un articolo di Juliet Waters apparso su Internazione 1035. Scrittura, intellettuali e tecnologia sono forse termini inconciliabili?

Un manipolo di intellettuali è schierato ostinatamente contro il web 2.0, l’alfabetizzazione informatica di massa e il suo potere di neutralizzare opinioni.  Waters raccontando la sua esperienza personale, di critica prima e giornalista/alfabetizzata dopo, porta al centro della discussione la tecnofobia, il ruolo dei software open-source, districando la matassa di chi vede il mondo in bianco o nero. Forse la posizione di Waters risulta solamente un filtro in scala di grigi, ma ci propone una ragionevole alternativa al neo-luddismo, esistere. (Godiamoci la scazzottata) 

Dopo aver lavorato come critica letteraria, sono arrivata alla, conclusione che questo tipo di mestiere e sostanzialmente il relitto di un’altra epoca. Chi compra libri oggi preferisce la saggezza collettiva delle recensioni su Amazon. Quotidiani e riviste, che lottano per sopravvivere, dedicano sempre meno spazio ai libri, e gli scrittori sono costretti dall’economia della, rete a offrire opinioni per poco o niente. Questa presa di coscienza risale all’inizio del 2012, e se avessi avuto la possibilità di trascinarmi nella mia polverosa stanza piena di libri e morire, forse l’avrei fatto. Ma come madre non sposata di un ragazzino undicenne, c’erano una vita da costruire e, molte bollette da pagare. Perciò ero molto motivata quando mi è capitato tra le mani un articolo che sosteneva l’importanza della “alfabetizzazione informatica”.

Ispirata, mi sono iscritta a un corso per imparare un linguaggio di programmazione della Codecademy, una start up di istruzione online con sede a New York. La prima sorpresa di imparare a programmare? Mi sono veramente divertita. Sì, programmare è impegnativo, frustrante d spesso noioso. Ma offre soddisfazioni che non sono troppo diverse da quelle di scrivere. Gli eleganti raccordi logici, l’attenzione per i dettagli, l’obbiettivo di raggiungere il massimo impatto con il minimo di righe, la sensazione di creare qualcosa di accattivante a partire da poche idee sottili e astratte: come critica queste sfide mi erano familiari. Dopo meno di tre mesi avevo interiorizzato una nuova logica, un diverso modo di guardare all’informazione. Quando è arrivata l’estate stavo imparando il web design, costruendo applicazioni e portandole da semplici prototipi a qualcosa di abbastanza sofisticato da poterlo sottoporre al test degli utenti. E alla fine del corso conoscevo la struttura di base dei sistemi operativi del computer. Non sarei mai diventata una programmatrice di professione. Anche se avevo cominciato con l’idea di tirarmi fuori da un’emergenza finanziaria, non e stato necessario. Sono riuscita a riconvertirmi da critica letteraria a giornalista.

Però il mio anno di codice mi ha cambiata.

Quando incontro qualcuno che ha a che fare con la tecnologia -cioè praticamente chiunque, oggi- capisco veramente di cosa sta parlando, che si tratti di un consulente che lavora per una banca o di un ingegnere biomedico che ha creato un software per visualizzare con maggiore precisione una risonanza magnetica. Conoscere meglio il codice mi fa sentire più legata agli altri nella nostra società tecnologica.

La più grande sorpresa è stata la sensazione che la mia mente mi appartenesse di nuovo. Era diventato più facile controllare e filtrare l’invadente agenda della tecnologia mobile. Ho anche imparato a usare i social network per arricchire la mia vita, anziché rovinarmela.

Tanto per cominciare, non perdo tempo a cercare di tenere il passo con le notizie di Twitter o di Facebook così come non perderei tempo a suonare il campanello di ogni persona del mio quartiere tutti i giorni.Jonathan Franzen

Al tempo stesso, ora ne so anche abbastanza da essere infastidita dal tono apocalittico assunto negli ultimi tempi da due dei nostri scrittori più influenti. Sono d’accordo con alcune delle loro preoccupazioni espresse da Jonathan Franzen nel suo articolo Cosa c’è che non va nel mondo moderno (Internazionale 1022) e da Dave Eggers nel suo nuovo romanzo The Circle, una satira dell’aziendalismo tecnologico. Ma non potrei essere più in disaccordo con il tribalismo che promuovono. Hanno ragione sui pericoli di una nuova tecnoélite che controlla non solo i nostri computer ma anche i nostri libri e, sempre più spesso, quotidiani e riviste. Ma sembrano non capire che anche gran parte dello stesso mondo tecnologico è, ed è sempre stato, preoccupato per questo.

Per ogni Amazon o Facebook impegnati a domare il pianeta, c’è un gran numero di altre aziende che fanno a gara nel liberarlo: per esempio aziende open source come WordPress, il cui cofondatore, Matt Mullenweg, concepisce l’espansione non tanto come una multinazionale elefantiaca al servizio del profitto di pochi, ma come una città di sviluppatori e web designer collegati tra loro e con diverse specializzazioni. Oppure gitHub, che gestisce un deposito open source usato dai programmatori per collaborare e condividere, con il suo modello di organizzazione piatta che punta a eliminare i dirigenti intermedi.

The-Circle-Dave-Eggers-main-v2Franzen ed Eggers sbagliano a incoraggiarci a indossare il tecnoanalfabetismo come una sorta di emblema del coraggio, come qualche volta sembrano fare. Se vogliamo combattere gli obiettivi aziendalisti incorporati nel nostro software e hardware, dobbiamo diventare più esperti di tecnologia, non meno.

Franzen divide il mondo in gente Mac e gente Windows. Ma ha dimenticato la gente Linux, programmatori professionisti e dilettanti che insieme hanno sviluppato un sistema operativo. Sono più numerosi che mai. Di fatto, il sistema operativo Android, adottato dal 39 per cento dei dispositivi portatili di tutto il mondo, è basato su Linux.

The Circle è stato giustamente ridicolizzato dai critici per l’ignoranza di Dave Eggers in materia di tecnologia. Uno scrittore lo ha felicemente paragonato a “una satira della Formula uno in cui tutte le auto sono interpretate da treni merci”. Il libro si basa sulla creazione di un “sistema operativo unificato”, ma quello che Eggers descrive sembra molto di più di Facebook o Google+ che un sistema operativo, cioè il software che permette al vostro computer di funzionare. Questi autori non sembrano neppure rendersi conto di quanto il loro puritanesimo antitecnologico li allontani dai lettori, che nella maggior parte dei casi, diversamente da loro, non possono permettersi di disprezzare la tecnologia. Questo vale doppiamente per gli scrittori: se non scrivete best seller, non avete altra scelta che adattarvi ai cambiamenti tecnologici.

Più di duemila anni fa, Socrate metteva in guardia i suoi allievi con la rapida diffusione di una tecnologia che avrebbe devastato la loro memoria e il loro istinto per la verità: la parola scritta. Per certi versi aveva ragione. Abbiamo perso la capacità di memorizzare coltivata dalla narrazione orale. Ma quanti di noi rinuncerebbero agli immensi vantaggi – scientifici, economici, sociali e artistici – prodotti dalla conoscenza collettiva disseminata in tutto il pianeta attraverso i secoli e resi possibili dalla scrittura?

E quanti allievi di Socrate seguirono il suo consiglio, dopo tutto? Cosa ne fu di loro? Chi lo sa. Conosciamo solo quelli che non lo ascoltarono.

Tecnofobi, prendere nota.

Internazionale 1035

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Un pensiero riguardo “DIFFIDATE DEGLI SCRITTORI TECNOFOBI di Juliet Waters

  1. Beh i tempi cambiano,e di una cosa solo sono arcisicuro: i cambiamenti sono sempre più dannatamente veloci… Io ho trovato un sistema intermedio fra la libreria e Amazon (o similari). Uso il secondo come enorme vetrina, utile semmai quando per esempio ti propone letture alternative che abbiano una qualche attinenza con quella che stai cercando. Ma quando trovo qualche titolo interessante preferisco poi andare in libreria e toccare con mano. Compro da internet se le differenze di prezzo sono notevoli, o se proprio non trovo altrove ciò che cerco.

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