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Se il Novecento è stato il secolo del susseguirsi delle ideologie e delle varie tendenze letterarie, Elsa Morante (1912-1985) può davvero definirsi una scrittrice fuori dal suo tempo. Nessuna ombra di metodologie assorbite dall’esterno viene a turbare le opere di una delle massime saggiste, poetesse e critiche del XX secolo: la Morante sembra essere naturalmente emersa dal mondo favolistico che caratterizza, con dolci sfumature di sogno, le sue fiabe e racconti d’esordio.

La stessa vena sottilmente onirica e fiabesca, così estranea alla temperie novecentesca, nutre con intensità il secondo romanzo della scrittrice, L’isola di Arturo, 1957, grande successo editoriale e vincitore del Premio Strega. L’isola di Procida dei primi anni quaranta si rende sfondo e stupendo panorama delle vicende di Arturo, accompagnandolo nel suo difficile viaggio dal limbo di un’infanzia solitaria, sino alla conquista di un’adolescenza sofferta e travagliata. Arturo è un ragazzino orfano di madre (morta di parto) che cresce selvaggio nello splendore naturale dell’isola di cui si sente padrone, senza altra compagnia che quella della fedele cagnetta, Immacolatella. Non esistono scuola o studi, nella vita di Arturo, eppure il “guaglione” si nutre avidamente della ricca biblioteca della casa paterna, alimentando sogni megalomani e vagheggiando imprese mitiche. Gli scambi con i suoi coetanei sono pressoché nulli, tanto che Arturo si rifugia nella solitudine di un mondo fantastico di sua personale invenzione.

Il rapporto col padre, Wilhelm Gerace, un italo-tedesco biondo e di bell’aspetto, costituisce il punto nevralgico dell’intero romanzo. L’uomo è da sempre scostante, assente e sembra spesso disinteressarsi a quell’unico figlio che lo adora e lo rende oggetto di una vera e propria venerazione mitica; Arturo immagina il padre nelle vesti di un nobile guerriero che regna sull’isola di Procida, splendido nel suo altezzoso distacco da ogni creatura che non sia ritenuta al  suo inarrivabile livello. Il ragazzo soffre immensamente le frequenti assenze del padre, che abbandona l’isola anche per molti mesi di seguito, senza fornire alcuna spiegazione e lasciandolo nella più completa, disperata solitudine. Arturo, nella sua fervida immaginazione fiabesca, giustifica i frequenti viaggi di Wilhelm fantasticando: immagina il padre coinvolto in imprese eroiche, ardue, che lo sottraggono necessariamente al figlio, nella loro importanza.

Tutto sembra cambiare con il ritorno dell’amato padre, accompagnato da una moglie giovanissima, Nunziatella, conosciuta durante una delle interminabili assenze da Procida e quasi coetanea di Arturo. Fin dal primo incontro con la ragazza, una paesana ignorante, ingenua e sprovveduta, Arturo si accorge di provare sentimenti fortissimi e ambivalenti: è diviso tra la gelosia e una strana attrazione che gli impedisce persino di pronunciare il nome della matrigna.

Il tempo trascorre lento sull’isola fiabesca in cui vive e sogna Arturo; il susseguirsi delle stagioni lo accompagna, tra dolori e gelosie nei confronti del padre, fuori dalla condizione infantile: Arturo si scopre improvvisamente ragazzo, per di più sveglio e prestante. Alla sofferenza di vedere il padre sempre meno interessato a lui e tutto preso dal nuovo matrimonio, si aggiunge l’arrivo di un fratellastro, il biondissimo Carmine Gerace, una piccola e perfetta copia di Wilhelm. Arturo inizia così a sentire sdoppiata la sua gelosia: soffre il distacco del padre e la nuova condizione di maternità di Nunziatella, che la sottrae alle sue attenzioni e compagnia. Nella sua purezza d’animo, il ragazzo non si rende ancora conto di amare la coetanea e di essere probabilmente ricambiato; i suoi rapporti con Nunziatella, pertanto, sono altalenanti, tra silenziosi distacchi e imbarazzati tentativi di interazione. In un moto di disperata e inconsapevole gelosia, per attirare l’attenzione della ragazza tutta presa dal nuovo arrivato, Arturo finge persino un suicidio, ingerendo delle pillole che gli causano un lungo e delirante malessere.

Il ritorno di Wilhelm dall’ennesimo viaggio imprime una misteriosa svolta all’intera vicenda: l’uomo sembra profondamente addolorato per qualcosa che Arturo non riesce proprio a spiegarsi. Dopo essersi inutilmente interrogato e tormentato, il ragazzo si riduce a seguire il padre nelle sue peregrinazioni sull’isola, sino ad intuire un inconfessabile segreto…

Ormai deluso e amareggiato, il ragazzo vede crollare il mito del padre e, respinto da Nunziatella, l’unica donna che ama, non può fare altro che abbandonare quell’isola terribile e meravigliosa, teatro dei suoi sogni infranti.

L’isola di Arturo

di Elsa Morante

Einaudi

2005

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