Ghelardi

In un mondo che ha fatto del cambiamento continuo il proprio tratto distintivo occuparsi di uno studioso della memoria culturale come Aby Warburg è una sfida intellettuale di rilievo.

Tanto più se la sfida privilegia testi inediti e produzioni minori dell’intellettuale amburghese passando per un tomo la cui mole spaventa la maggior parte dei febbricitanti lettori contemporanei. Chi però si vuole cimentare con il ponderoso lavoro di Maurizio Ghelardi non solo non resterà deluso, ma ne uscirà arricchito e stimolato a continuare ad occuparsi di un personaggio così scomodo per chi ogni giorno insegue novità. E allora, prima di procedere, due parole per tracciare un profilo dello studioso tedesco.

Warburg è uno storico dell’arte e il fondatore dell’istituto che porta il suo nome. A dire la verità, definirlo storico dell’arte è decisamente riduttivo. Sin da giovane Warburg si occupa anche di altre discipline: archeologia, antropologia, storia delle religioni, filosofia. Il suo interesse per le opere d’arte è dunque la porta d’accesso per intraprendere un viaggio nella cultura occidentale. Viaggio che lo porta a costruire un metodo di indagine delle arti figurative che mappa le costanti della memoria occidentale attraverso l’indagine dei miti e dei simboli, delle figure e delle parole. Metodo che è il risultato di un approccio interdisciplinare che va ben oltre la storia dell’arte e in questo suo andare altre la rifonda inaugurando la moderna iconologia.

Un’ultima cosa prima di concludere questo incompleto ritratto: il rapporto di Warburg con l’Italia è stato estremamente importante sia per l’influenza che ebbero sulla sua formazione intellettuali come Tito Vignoli (pioniere della psicologia comparata) sia per gli studi svolti sul nostro Rinascimento, studi che lo portarono a soggiornare a Firenze per diverso tempo.

Già da questi pochi cenni sul percorso intellettuale di Warburg si può intuire l’importanza che la sua opera riveste per un mondo come il nostro. Un mondo in cui gran parte dei comportamenti delle persone sono il risultato delle immagini che vedono sui mass-media. Ed è per questo che la ricerca di Ghelardi è da leggere e approfondire. Perché attraverso Warburg ci offre delle chiavi per far parlare il passato istruendoci sul modo con cui noi oggi guardiamo le icone del presente. Nel linguaggio di fine ‘800, nel linguaggio di uno psicostorico – come si autodefiniva Warburg – si tratta di esplorare le immagini mentali tipiche di una cultura. Ma si tratta anche di comprendere il significato che assume l’eredità classica per noi occidentali del terzo millennio. Un lavoro faticoso, non c’è che dire. Un lavoro che prevede un metodo. E nel metodo di Warburg è dirimente l’uscita dalla lettura estetizzante dell’opera d’arte per comprenderla attraverso i rapporti reali tra le persone e tra queste e la società (per esempio: Botticelli e l’umanista Poliziano; Michelangelo e la corte dei Medici). Con tutta evidenza si tratta di un approccio che sconfina dai tradizionali recinti della storia dell’arte per approdare al folklore, all’antropologia e alla storia del costume. Approdo che nel 1896 conduce l’allora trentenne Warburg tra gli indiani Pueblo del Nuovo Messico per studiarne la mentalità e le immagini visive nel temerario tentativo di risalire alle sorgenti della cultura umana.

Altro motivo per occuparsi di Warburg (anche da un punto di vista non accademico) è dovuto al fatto che lo studioso tedesco ci offe degli strumenti con cui interpretare la formazione e il cambiamento degli stili. E Dio solo sa quanto bisogno ci sia di questa comprensione in una cultura qual è la nostra dominata dalla moda (non solo dell’abbigliamento ma anche tecnologica, letteraria e persino identitaria). Certo, Warburg si occupava degli stili dell’arte e può forse apparire irriverente tentare di attualizzarlo in questa maniera. Ma crediamo di non fare torto al lavoro di Ghelardi se proponiamo di leggere la sua opera sullo studioso tedesco non come un reperto archeologico ma come qualcosa di vivo per muoverci nel nostro complicato e difficile presente. D’altra parte, come ben nota Gombrich in Custodi della memoria (Feltrinelli 1985), al fondo della ricerca di Warburg c’è la lotta dell’uomo contro le sue paure ancestrali. Ad esempio la paura dell’uomo primitivo (e non) per tutto ciò che si muove. Paura che l’arte fissa in immagini. Immagini che cambiano nel tempo, che lottano per l’affermazione di uno stile e che la ragione ha l’onere di comprendere.

 

Aby Warburg. La lotta per lo stile.

di Maurizio Ghelardi.

Aragno Editore,

2012

35€

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