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Marzia Pez è una scrittrice, vive a Roma e il suo romanzo d’esordio, “Libellule”, risale al 2007. Scrive anche sceneggiature per il cinema e per il teatro e dalla sua mente sono scaturite iniziative come: “Il teatro in Libreria” e “Un romanzo senza prezzo”, di cui parleremo durante questa intervista.

Marzia Pez è un vulcano, un tornado di parole ed emozioni, è brillante, ironica, carismatica e determinata. Parlare con lei mi ha regalato una scarica di adrenalina, forse perché lei è una scrittrice pura e da ogni parola trapela la passione che ha per questo mestiere.

Marzia ha le idee chiare, sa cosa vuole e, soprattutto, come scoprirete, non ha paura di dire come la pensa. Lei ce lo racconterà tra il serio e il faceto, senza mezze misure, ma, tutto ciò che dirà sarà sempre e solo la verità, infondo, Marzia Pez è laureata in giurisprudenza e ha lavorato per anni nel marketing. Ad un certo punto ha lasciato tutto per dedicarsi alla sua vera passione e ragione di vita: la scrittura.

 Io l’ho incontrata per la prima volta nel 2009, durante una performance del “Teatro in Libreria” e l’ho adorata dal primo istante. Di se stessa dice di non essere una poetessa, per quanto lei ami tutte le forme di scrittura, perché non ha il dono della sintesi, né la capacità del poeta di racchiudere l’intensa emozione che prova dentro di se in poche righe. Forse perché, come dice, a lei si manifestano storie che hanno bisogno del loro spazio per potersi sviluppare, storie che non possono vivere nell’arco di pochi versi. La scrittura per Marzia è un mondo magico e meraviglioso, dove l’autore è fondamentale per dare vita alle storie ma in cui c’è bisogno di un lettore che vivendole sulla propria pelle possa farle esistere davvero.

Andiamo a conoscerla meglio in sette domande.

 

Qual è stato il motivo che ti ha fatto decidere di accantonare la tua laurea in giurisprudenza, abbandonare una brillante carriera nel marketing in un’importante multinazionale per dedicarti completamente alla scrittura?

E’ stata una decisione naturale. Ognuno di noi sceglie ciò che fare della propria vita nel momento in cui sente davvero che quella è la propria strada. Nell’istante in cui si ha chiaro nella propria mente che devi fare quella data cosa, allora non si ha una vera scelta, si ha l’esigenza di farla, è una necessità, come dire che si ha bisogno dell’aria e dell’acqua per vivere, così è per me scrivere.

Quindi, quando si scopre ciò che davvero si vuole fare della propria esistenza, non si vuole perdere neanche un minuto prima di iniziare a farla e non ci si guarda indietro.

 

Il tuo romanzo d’esordio è stato “Libellule” ed è stato anche l’unico ad essere stato pubblicato da una casa editrice, gli altri tuoi testi “Nico” e “Ma com’è che non sei fidanzata?” fanno parte del progetto “Un romanzo senza prezzo”. Raccontaci com’è nata l’idea e perché.

 Il percorso di questi romanzi è stato diverso, però, posso dirti che scegliere di pubblicare senza editore non è una vera scelta.

Libellule come sai è stato pubblicato da una piccola casa editrice che si chiama “Tracce diverse” con la quale è stato fatto un percorso d’esordio molto bello ed interessante. Il libro è stato anche presentato alla Fiera del libro di Torino, durante un incontro con dei giovani studenti che mi chiedevano cosa volesse dire essere “esordiente”. Purtroppo il problema principale con le piccole case editrici è che si occupano dell’editing del libro, della stampa, però poi, la distribuzione è relegata a piccole presentazioni e il passo più importante e decisivo lo deve fare l’autore. Da un certo punto di vista non è sbagliato, visto che uno scrittore oltre a metterci la penna deve metterci anche la faccia e andarsi a cercare i propri lettori, soprattutto se è uno sconosciuto. Davanti a queste difficoltà oggettive e all’esperienza del “Teatro in Libreria”, grazie alla quale sono entrata in contatto con moltissimi editori, ho capito come funziona il meccanismo che permette ad alcuni scrittori di diventare molto famosi, con delle vendite altissime mentre altri non riescono a fare altrettanto. Tutto a causa di un sistema che, con mio grande rammarico, non è assolutamente meritocratico, almeno nella maggior parte dei casi. Arrivata a questa conclusione e alla luce di queste premesse, ho pensato di realizzare “Un romanzo senza prezzo”. Questo progetto è nato con un duplice obbiettivo, da una parte riuscire a coinvolgere dei piccoli investitori privati e convincerli a pubblicizzarsi attraverso un prodotto culturale che in questo caso è il libro. Dall’altra, permettere al libro di diffondersi gratuitamente fino ad arrivare nelle mani dei lettori nel modo più semplice possibile. Questo lavoro è stato fatto per “Nico” che è stato stampato in 10.000 copie, raggiungendo un risultato eccezionale che si può definire un “case history”, visto che in Italia nessuno, almeno credo, è riuscito a farlo prima di me e a queste condizioni, ovvero convogliare piccoli investitori per riuscire a stampare e distribuire una pubblicazione di un’autrice sconosciuta. E’ stato un grande successo, però purtroppo, i media non ha dato risalto all’evento e non per una carenza di ufficio stampa, ma perché è ovvio che nessuno si darebbe la cosiddetta “zappa sui piedi”, visto che i canali di comunicazione sono strettamente legati ai più grandi editori.

Un’altra evoluzione di questo progetto è stata fatta con il mio terzo libro: “Ma com’è che non sei fidanzata?”, infatti, ho voluto calcare la strada del “Pay what you want”. Anche in questo caso sono riuscita a coinvolgere piccoli investitori per riuscire a stamparlo e raggiungere l’obiettivo finale che è quello di far pagare al lettore esattamente quello che percepisce come giusto per quel libro. E’ il lettore che sceglie quanto pagare per ciò che vuole leggere.

 Hai accennato al progetto del “Teatro in libreria”. Spiegaci di cosa si tratta.

Il Teatro in Libreria è stata un’esperienza di grande spessore e significato, è stata viva per 3/4 anni molto intensi e poi ha smesso la sua attività, perché il “cuore” del Teatro in libreria è appunto la libreria e quelle che facevano la vera differenza culturale, non esistono più. La nostra attività, per poter essere fatta, necessita di uno spazio libero ed indipendente; mancando questo elemento fondamentale, ha cessato suo malgrado di esistere. Le librerie, ora, non sono altro che catene commerciali basate su gigantesche operazioni di marketing e questa è una realtà oggettiva e non l’opinione personale di Marzia Pez. Per rendercene conto basta entrare innico-217x3001 una qualsiasi libreria moderna e si capisce subito che non lo è, anzi, di conseguenza ha cessato di essere un punto di riferimento culturale.

Comunque sia, Il “Teatro in libreria” non era altro che un’associazione libera di persone che mettevano parte del proprio genio, della propria creatività, della propria arte per realizzare una performance teatrale. Le rappresentazioni avevano la particolarità di essere dei “trailer” di un libro. Esattamente come si realizza il trailer di un film, noi inscenavano parti del testo scelto per stuzzicare l’attenzione dello spettatore e suscitare la sua curiosità, attraverso dei finali “sospesi”.

Era anche un incentivo alla lettura, perché le performance avvenivano all’improvviso mentre i clienti erano intenti a girare tra gli scaffali, alla ricerca di un libro da leggere e potevano assistere ad una piece teatrale gratuita che non durava mai meno di 20 o 30 minuti. Dei veri e propri “corti teatrali” con dietro un lavoro molto intenso, perché, si andava in scena ogni tre settimane con sei repliche in altrettante librerie, un impegno ed una sfida per tutti noi che misurandoci davanti a persone che non avevano pagato il biglietto non si facevano scrupoli a girarti le spalle oppure ad applaudirti di cuore. Un modo per testare la propria credibilità come artista, perché non è detto che se un attore funziona sul palcoscenico, funzioni allo stesso modo se spogliato di esso.

Un’esperienza straordinaria che esisteva grazie alla sinergia di attori, registi, scenografi, musicisti ma anche addetti alla comunicazione e alla logistica, ma che purtroppo è finita per i motivi che ti ho già spiegato.

Cosa ne pensi del panorama editoriale italiano?

Non vorrei deluderti, però io posso dirti davvero poco. Anche se, come scrittrice, anzi, come scrittrice navigata che vive nella totale ombra, credo che sarà molto pesante da digerire per i nostri editori quando, tra 20/25 anni starò ricevendo riconoscimenti e premi all’estero, mentre loro non hanno fatto altro che ignorarmi non sapendo riconoscere la mia grande creatività. Parlo di me in toni così arroganti ma parlerei allo stesso modo di tanti altri scrittori che come me sono totalmente ignorati sia dalle case editrici che dagli agenti letterari. La figura dell’agente letterario in Italia, inoltre, è quanto di più raccapricciante possa esserci, ad alcuni di loro, puoi inviare il tuo manoscritto solo durante un certo periodo dell’anno o un certo giorno del mese, entro una data ora e non ne accettano più di un certo numero. Quindi, quando tra 20 /25 anni ritirerò, magari, il Nobel per la letteratura, questi agenti letterari dai nomi altisonanti o le varie case editrici come: Mondadori, Bompiani, RCS, Feltrinelli, Einaudi, faranno la stessa CONTATTI-IIfigura meschina di quando non hanno saputo riconoscere in Dino Campana il più grande poeta italiano o quando hanno rifiutato testi importantissimi come la “Coscienza di Zeno” di Italo Svevo. Altra cosa su cui riflettere è che gli editori italiani pubblicano per l’85% traduzioni e promuovono nelle loro riviste un turn – over di personaggi che nella loro vita non fanno neanche gli scrittori, mentre i veri autori, quelli che magari scrivono da vent’anni, vengono continuamente scartati. Questi sono quelli che io definisco “fenomeni mediatici “ed il loro successo si allinea perfettamente all’ignoranza degli editori ed agenti letterari che non sono né editori, né agenti letterari ma sono solo degli imprenditori e hanno anche l’aggravante di avere il potere di manipolare le menti culturali e di diseducare. A questo aggiungo la complicità dei vari premi letterari e delle fiere dei libri e anche le fiere dell’editoria indipendente, dietro le quali c’è tutto, tranne l’indipendenza. Quindi, io ho veramente poco, pochissimo da dire su questo argomento, anzi, mi sono dovuta sforzare molto per formulare un pensiero, perché oramai il pensiero non c’è più è come un encefalogramma piatto. Non mi stupisco più quando entro in libreria e dopo un breve giro, esco scontentata e a mani vuote perché non ho trovato un buon testo. In queste gradi catene i veri autori non ci sono, li devo andare a cercare nei meandri di internet. Facebook, paradossalmente, è una specie di “sotterraneo della cultura” dove ho conosciuto colleghi che hanno scritto libri strepitosi. Invece, vado a prendere il romanzo best sellers e mi viene da piangere, anzi, rimpiangere i vecchi Harmony a mille lire che avevano al confronto uno spessore maggiore e hanno fatto la cultura di chi l’italiano neanche lo conosceva. Quindi, come vedi, io su editori, agenti letterari, fiere e premi letterari non ho davvero nulla da dire.

 

Tu non scrivi solo romanzi ma scrivi anche sceneggiature per il cinema e per il teatro. Ci parli dei tuoi lavori?

Sono scritture completamente diverse, quindi saper scrivere, non significa necessariamente saper scrivere tutto. Io mi ritrovo sia nella scrittura di romanzi che di sceneggiature per teatro e cinema, forse perché sono legati alla creazione di storie e personaggi e per me, non può esistere un testo che non abbia dentro di se un’anima propria, individuale e distaccata dalla mia, quindi non potrei mai sforzarmi di scrivere una storia se questa non esiste a prescindere da me, anzi, detesto che i miei testi possano portare qualcosa di mio, significherebbe che non ho permesso alla storia di librarsi da sola. Per il teatro, in particolare, ho scritto moltissimo, soprattutto per il “Teatro in libreria” in quanto ero la sceneggiatrice di riferimento. Il mio compito era leggere romanzi di altre persone e trarne una sceneggiatura efficace in pochi giorni, quindi si trattava di un lavoro anche stressante, anche se per “stress” intendo uno stress creativo, in cui ci si confronta con l’intero team: il regista, gli attori e l’autore stesso del libro. E’ stata una palestra straordinaria e stimolante.

Ho anche scritto monologhi, (Non posso non menzionare “Il sorriso della città eterna” ndr) commedie, musical, testi drammatici etc.   Ritengo la scrittura per il teatro fondamentale per un creativo, perché gestire i tempi teatrali ed i dialoghi è faticosissimo. Da questo lavoro ne trae beneficio anche il romanziere, perché i dialoghi sono una cosa sempre difficile da affrontare ed il teatro è la scuola migliore per chi si cimenta nel scrittura di romanzi o racconti brevi.

Cosa diresti a quei ragazzi che sognano di diventare scrittori o che vogliono pubblicare le loro storie?

Non dovete sognarlo dovete farlo!

Ma dovete farlo con grande umiltà, perché non è detto che tutto ciò che scriviamo debba essere pubblicato. L’importante è scrivere, tutti i giorni per qualche ora, perché, come un musicista o un ballerino si allenano tutti i giorni, anche lo scrittore deve fare lo stesso. E anche se quello che abbiamo scritto ha una sua linearità, non è detto che sia la nostra opera finale, quella che potremmo tentare di pubblicare, potrebbe essere stato solo un meraviglioso, straordinario, ben riuscito, esercizio di scrittura. Quindi, scrivete di continuo, sempre, perché questo vi aiuterà un giorno a raggiungere il vostro capolavoro che potrebbe nonscrittura avere nulla a che fare con quello che avete scritto per mesi. Questo la dice lunga su chi pubblica un libro all’anno, perché un libro all’anno non può essere scritto. Una storia ha bisogno di tempo per svilupparsi e crescere, proprio come un bambino ha bisogno di nove mesi per nascere e poi di altri mesi per essere svezzato. La nostra storia ha bisogno di tempo per sviluppare la propria anima e vivere autonomamente che poi non è la nostra storia ma è la storia del mondo, dell’universo. Insomma, per imparare a scrivere, forse non basta tutta una vita. Bisogna essere onesti, perché non si può pensare di saper scrivere solo perché lo si fa da due o quattro anni. Non si è scrittori nemmeno quando si riceve il premio più prestigioso, perché scrivere è evoluzione. Quindi, non dovrete mai arrendervi davanti ai no che riceverete. Tutti noi crediamo di essere degli Hemingway di essere i migliori e questo è lo spirito giusto, dovete pensare di essere i più grandi scrittori viventi, anche se non riceverete nessun riconoscimento, perché questo, ragazzi, non è un mestiere che si misura in base agli assegni strappati o a copie vendute.

Bene, un’ultima domanda, scontata ma obbligatoria: Stai lavorando ad un nuovo libro o ad altri progetti?

In questo momento sto completando l’editing di una sceneggiatura per il cinema italiano, che probabilmente non porterà a nulla, ma che sarà comunque un importate esercizio. Inoltre, sto per rimettere mano ad una sceneggiatura, a me molto cara, per un lungometraggio di genere fantascientifico che si intitola “Caronte” scritto in lingua inglese. Motivo per il quale a giugno partirò per andare in Australia per frequentare un corso di perfezionamento che mi permetta di scrivere in lingua in maniera più fluente e corretta.

 

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