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La pantagruelica opera di Martin, ancora in fase di costruzione, sta scioccando i telespettatori per le scene spinte che vengono rappresentate: può quest’opera essere riassunta solamente in questi termini? Direi proprio di no! Da lettrice vi racconto le mie impressioni

Ho iniziato a leggere i libri de “Le cronache del ghiaccio e del fuoco” di George R. R. Martin nonostante la saga non sia stata ancora terminata. Dopo essermi trovata ad attendere due anni per leggere il finale della saga “La Torre Nera” di Stephen King, mi ero ripromessa di non commettere più simili peccati veniali. Devo ammettere di essere piuttosto bulimica quando si tratta di leggere, e dei libri mancanti mi fanno sentire come se tentassi di estinguere la frenesia alimentare avventandomi su di un frigorifero vuoto.

Nonostante le perplessità iniziali sono convinta che questi libri meritino di essere letti subito, senza pensare al fatto che si dovrà attendere ancora qualche anno per vedere la conclusione di quest’opera. Inizio a spiegare il perché dal punto che ritengo essere il meno forte: George Martin è, in realtà, uno sceneggiatore. Ma non di quelli che scrivono descrizioni striminzite e si buttano sui dialoghi, anzi. È un amante dei particolari a livelli che rasentano la maniacalità. Trovo questa cosa un’arma a doppio taglio: le descrizioni minuziose di abiti, persone, dettagli, strategie di guerra sono precise al millimetro, coinvolgono talmente tanto la fantasia da non lasciarle spazio e sono troppe. Dopo un po’ che leggo i suoi libri mi devo martinfermare e prendermi un bicchiere di acqua e bicarbonato, perché mi sento piena di parole e di immagini che a un certo punto non so gestire e mi sembra che mi si fermino tutte sullo stomaco. Questa ossessione per i dettagli trova il suo coronamento nel modo in cui Martin ha deciso di raccontare la sua storia: la focalizzazione è interna, in terza persona, e ogni capitolo è in realtà il punto di vista di uno dei personaggi, con cui di volta in volta noi lettori viaggiamo, ci immedesimiamo, veniamo a conoscenza dei suoi segreti e speranze.

Una scelta narrativa molto complessa se si pensa al numero di personaggi che di volta in volta si aggiunge al racconto, tutti diversi tra loro per trascorsi, psicologia e ambizioni. Essi, grazie a questo modo maniacale ma ben congetturato di scrivere, riescono a prendere vita. Appassionano, commuovono, sono tridimensionali e coinvolgono il lettore in ragionamenti volti a farlo decidere quanto un cattivo sia in fondo buono e quanto un buono sia corrotto al di là di ogni sospetto. Ciò accade in un crescendo che vede i protagonisti del primo libro sì ricchi di sfaccettature ma più coerenti col ruolo loro assegnato nel dualismo buono/cattivo: in seguito il quadro iniziale si fa più tridimensionale e i protagonisti sono chiamati a raccontare anche delle loro contraddizioni. Il peccato originale di questi personaggi è il loro essere quasi delle persone vere, rose da dubbi che diventano anche un po’ nostri dopo tutto questo tempo a contatto con loro. Sono consapevoli della loro complessità: alle volte cercano di migliorarsi, altre volte rimangono coerenti con loro stessi. È anche per questo che sono veramente pochi i personaggi che, pur essendo laidi, non meritino in fondo in fondo almeno una piccola giustificazione, anche perché tra i protagonisti non si trovano buoni o cattivi puri, così come tra le persone che ci circondano nel nostro quotidiano.

E così come nella vita reale, il destino sa essere crudele e non guarda in faccia nessuno: personaggi più o meno forti, che durante le migliaia di pagine macinate abbiamo cominciato ad amare o a disprezzare, possono o veder finire la loro fortuna o addiritturagameofthrones morire nel più crudele dei modi, lasciandoci con gli occhi strabuzzati e la bocca da carpa per cinque minuti buoni. Dopo alcuni di questi spiacevoli colpi di scena si arriva anche a tirare il libro al muro e intavolare uno sciopero della lettura di qualche minuto. Martin tiene il coltello dalla parte del manico: noi ci affezioniamo ai personaggi che lui crea. Lui no. Preparatevi a tutto se ancora non avete iniziato la lettura o ne siete agli stadi iniziali: le sorprese non tarderanno ad arrivare. E
se per il fedele lettore questa politica scrittoria è dilaniante, da un punto di vista più oggettivo non si può che apprezzare la capacità che ha Martin di svincolare la storia che sta narrando da una trama precostituita, dove non ci sono eroi che vivono in eterno, eletti dal destino (e dallo scrittore) a sopravvivere a tutto e a tutti pur di portare a termine la loro missione. Non esistono favoriti del fato, nelle Cronache del ghiaccio e del fuoco: tutti sono soggetti alla falce, che pareggia meriti e demeriti con implacabilità.

Non mi resta dunque che finire di leggere i libri che mi restano e attendere quelli che verranno, tenendomi la curiosità di sapere quello che potrebbe ancora succedere, dato che in questa saga appassionante ogni cosa può accadere e nessuno può dirsi al sicuro.

Soprattutto il lettore.

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