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Recensione di Una questione privata, di Beppe Fenoglio

Milton è il partigiano imperfetto, l’uomo dello sguardo, dell’osservazione: il partigiano tentato dal richiamo del passato.

Esistono delle coincidenze che solo a posteriori è possibile definire tali, il mio incontro con Beppe Fenoglio è una di queste. La prima volta che io e Beppe ci siamo conosciuti risale a qualche anno fa, in occasione di una conferenza sul tema della resistenza (solo ora ho capito che la resistenza partigiana richiama necessariamente il nome di Fenoglio); ricordo che ascoltai con interesse la relatrice, affascinata da questa storia incredibilmente perfetta e mi decisi a leggere Una questione privata: un colpo di fulmine che però, come nella migliore prassi dei sentimenti ardenti, perse subito intensità. Altri libri, altre storie fin quando un giorno, in università, il mio Professore non decide di tenere un corso di letteratura italiana contemporanea sulla resistenza partigiana con un focus su Beppe Fenoglio: rivelazione!

Milton è un giovane ragazzo, magro (eccessivamente magro), brutto ma con occhi molto interessanti ed espressivi; è solitario, taciturno e timido, questo non lo aiuta nella vita relazionale. Milton decide che la sua strada è quella della collina, della montagna: decide di diventare partigiano. Milton-Fulvia-Giorgio, questa è la triade su cui l’intero romanzo di articola, un triangolo che non è la storia trita e ritrita di una passione a tre, questo è un perfetto triangolo dentro il quale può essere rintracciato il fine dell’esistenza: la ricerca della verità. Milton conosce Fulvia, rimane subito affasciato dalla ragazza che ha dovuto abbandonare la sua città, Torino, perché pericolosa a causa della guerra; le langhe dovevano essere più tranquille, meno esposte, e per volere dei genitori si trasferisce in una villa con la custode. I due vengono presentati da Giorgio, amico borgese di Milton dalla bellezza ultraterrena. Anche Alba viene sconvolta dalla guerra, o meglio dall’armistizio del settembre 1943 e quindi dalla guerra civile, e Fulvia è costretta ad abbandonare la villa mentre Milton segue il suo istinto engagé decidendo di combattere. In realtà, e questo è un finissimo gioco dell’autore, Milton combatte per la storia, per l’Italia, contro il fascismo nella rovinosa guerra civile ma lotta per Fulvia, per poterla rivedere facendola tornare e lotta, in prima persona, per poter scambiare Giorgio una volta catturato dai fascisti. Perché Giorgio e Fulvia sono collegati? Presto detto: Milton partigiano si ritrovata davanti la villa di Fulvia, incontra la custode e lei, durante una incauta confessione, parla di una presunta relazione tra i due. La storia personale nelle maglie della Storia, la corsa verso l’impegno e la decisione ma anche verso la scoperta della verità.

Una questione privata è un romanzo circolare, si apre e si chiude con la stessa incertezza; anche se il filo rosso è la ricerca della verità forse questa corsa poteva arrestarsi dopo pochi metri. Milton che inizia il romanzo guardando la villa di Fulvia decide di entrare cedendo così alla tentazione della villa, al richiamo del passato che il buon partigiano dovrebbe lasciarsi alle spalle senza appello: “le cose di prima a dopo, a dopo!”. Entrando rompe il patto con l’etica partigiana, scopre ciò che non avrebbe saputo se avesse abbandonato il suo passato e annaspa per cercare la verità alla quale, però, non arriverà mai; di fatto Giorgio non lo incontrerà quindi l’unica verità di cui Milton dispone è quella della custode: ma è la verità o ha parlato per supposizioni?

Tutti i personaggi di Fenoglio guardano, osservano: Milton attraverso gli sguardi apre davanti a sé il mondo, comunica raramente e quando lo fa usa le due attività che meglio gli riescono: l’osservazione e la traduzione. “Proprio tu l’hai tradotta? Allora sei un vero dio”, così Fulvia risponde a Milton dopo il suo dono: una traduzione. Libri e traduzioni sono gli strumenti attraverso i quali Milton vorrebbe comunicare con Fulvia, messaggi subliminali che probabilmente la ragazza non recepisce ma che per il protagonista hanno lo stesso valore di una dichiarazione in piena regola.

“Correva, con gli occhi sgranati, vedendo pochissimo della terra e nulla del cielo. Era perfettamente conscio della solitudine, del silenzio, della pace, ma ancora correva, facilmente, irresistibilmente.  Poi gli si parò davanti un bosco e Milton vi puntò dritto. Come entrò sotto gli alberi, questi parvero serrare e far muro e a un metro e mezzo da quel muro crollò.” Così si conclude il romanzo, una conclusione innegabilmente aperta. Diverse, in passato, sono state le ipotesi tra le quali campeggia quella del romanzo non terminato (Fenoglio muore giovane e lo scritto viene pubblicato postumo), ma è davvero così? Se conosciamo anche minimamente la scrittura dl Fenoglio sappiamo che il suo rapporto con il romanzo e con l’epilogo, la chiusura dello stesso è combattuto, fino ad arrivare al dato di fatto secondo il quale i protagonisti dei suoi romanzi muoiono. Questo muro, di evidente ispirazione sartriana, rappresenta il momento cruciale in cui la scelta del partigiano, che non prevede mezze misure (si è partigiani fino in fondo) viene a compimento: le piante che si pongono come muro rimandano al muro della fucilazione, alla parete dei plotoni d’esecuzione. Insomma Milton cerca la verità, la cerca disperatamente, e riceve in cambio non la stessa ma un plotone di soldati fascisti ad attenderlo.

Io credo fermamente, e non solo io ma anche una voce più affermata di me come quella di Italo Calvino, che questo romanzo vada letto, riletto e riletto ancora perché è il compimento della ricerca del Romanzo della resistenza, dello scritto capace di fare una summa delle esperienze partigiane incastonate nella vita dei protagonisti.

Einaudi, 1963

129 pag.

€ 11.00

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