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Recensione de Il caso Franza di Ingeborg Bachmann

Un viaggio attraverso il dolore e la follia

Quando leggo mi piace immaginare gli spazi e i personaggi descritti dall’autore come se assistessi alla proiezione di un film, tuttavia con questo romanzo di Ingeborg Bachmann, Il caso Franza, è stato letteralmente impossibile. L’abile scrittrice austriaca ha tentato un esperimento alquanto rischioso (riuscito? Forse sì): accanto agli spazi reali, alla geografia netta e ben distinta dei luoghi, la Bachmann scaraventa il lettore – senza accompagnarlo – attraverso i meandri contorti della mente della protagonista, malata di una malattia dalla quale non esiste via d’uscita, una malattia mentale. Il lettore, trovandosi sperduto nel mondo interiore della donna malata, può solo ricostruire, per pezzi sconnessi e brandelli disposti in disordine, l’origine e la causa della follia di Franza, donna inizialmente piena di vita, aspirante medico, sorella premurosa e poi moglie perfetta, diventata improvvisamente un caso clinico; ma lo stesso lettore, alla fine del libro, non riuscirà a distinguere il confine tra il reale e l’allucinazione .

Franza è sposata con un medico di Vienna, tale Leopold Jordan, esperto in malattie mentali, uomo stimato e rispettato da tutti, eroe dei convegni nazionali ed internazionali. La donna si è innamorata di lui perché, come intuisce abilmente il fratello Martin, unico custode della vita della sorella, questo medico odioso e detestabile ha delle verruche nere sul viso, come quelle che aveva il loro papà – un padre scomparso in guerra, che di tanto in tanto affiora dalla nebbia dei ricordi. Jordan è visto come un uomo che odia le donne e, proprio perché le odia, ha bisogno costantemente di nutrirsi dell’oggetto del suo odio. E non è un caso che Franza sia la sua terza moglie, una moglie troppo bella, troppo giovane, troppo piena di vita per uno come lui, che si sente in diritto di trasformarla in un caso clinico e di compiere su di lei orribili esperimenti. Il viaggio attraverso il dolore comincia per Franza proprio nel momento in cui la donna si rende conto di non essere più moglie, bensì caso, derubata della sua umanità e del suo intelletto. Il marito la spia, l’osserva, l’accompagna per mano attraverso la pazzia. Lei, inconsapevole, si lascia guidare, e, quando si accorge di essere stata manovrata da lui, è troppo tardi, troppi traumi si sono accumulati dentro di lei, primo fra tutti il trauma di un aborto forzato, durante il quale la sua pazzia esplode inarrestabile. Franza è già diventata una pazza, perché il confine tra la sanità mentale e la follia è debole e, una volta superato, non è più possibile tornare indietro.

Il libro è diviso in tre parti. Nella prima, confusa e inaccessibile, Martin si ricongiunge con la sorella schizofrenica nella terra dell’infanzia, Galicien, in cui affiorano ricordi fatti a volte di luce a volte di ombre, primo fra tutti il ricordo del primo tenero amore di Franza con un ufficiale inglese arrivato a Galicien alla fine del secondo conflitto mondiale, durante «la primavera più bella di sempre». Vedere il mondo e la patologia di Franza attraverso gli occhi del giovane geologo Martin non è semplice, perché i suoi pensieri sono sconnessi, di difficile interpretazione: ogni personaggio diventa un «fossile», mentre l’accesso ai sentimenti e alle sensazioni del protagonista è negato. Se il lettore intrepido è riuscito a superare l’insormontabile scoglio della prima parte, avrà in premio la seconda, ambientata nei salotti di Vienna, in cui la trama comincia a dipanarsi e a scorrere con meno difficoltà, attraverso i ricordi, i pensieri e le confessioni della malata, che racconta la violenza subita con un linguaggio sbrindellato e forzato, a volte privo di punteggiatura, come in un flusso ininterrotto di pensieri, che tuttavia esprime il dolore di una donna che sa di essere destinata a scomparire lentamente. Infine il terzo capitolo, La tenebra egizia, che non è solo un modo di dire tedesco per intendere che è buio pesto, ma è anche una delle piaghe d’Egitto descritte nell’Esodo ed è anche il viaggio (incomprensibile e metaforico) che i due fratelli compiono nel deserto. Cambia ancora una volta la geografia del libro e con essa cambia lo stato mentale e la scrittura diventa più aspra e ricca di significati nascosti. Tra le dune mobili del deserto, sotto al sole infernale d’Arabia, nelle terre devastate dalla siccità, che si affacciano su un mare che pullula di squali paurosi, la pazzia della donna non conosce più freni. In una terra che ha fatto della morte il suo più grande vanto, Franza vede dappertutto la sua stessa morte, una morte per asfissia, che la paralizza tutta: si tratta di un’agonia impossibile, difficile, perché Franza fisicamente è sana, ma, al contempo, è talmente malata da implorare la morte in ogni angolo di quel deserto maledetto e finirà come quel villaggio di Uadi Halfa, sepolto dal Nilo in piena insieme alle sue case rimaste ormai desolatamente vuote.

Il libro della Bachmann, che è stata autrice di pregio anche in Italia durante gli anni di attività del Gruppo 47, è rimasto incompiuto, come altri lavori della scrittrice austriaca, tra cui si ricorda Requiem per Fanny Goldmann, rimasto un abbozzo. Questo romanzo, che aggredisce e prende crudelmente a pugni il lettore, mantiene il fascino delle cose incompiute, che lasciano che l’immaginazione di chi legge crei il resto.

Il caso Franza

Ingeborg Bachmann

Adelphi

Milano

1988

12,00 euro

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