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Recensione di Amras di Thomas Bernhard

Non solo un romanzo, ma un incubo ad occhi aperti.

Nel momento in cui il lettore inconsapevole si accinge a leggere questo libriccino di Thomas Bernhard non ha la più pallida idea di ciò che si troverà ad affrontare pagina dopo pagina: un incubo si manifesterà nella sua mente e il gioco sarà un gioco perverso e mortale che lo condurrà nell’inferno privato dei due fratelli Walter e K., entrambi poco più che adolescenti, reduci di un tentato suicidio familiare avvenuto a Innsbruck.
È con la notizia del suicidio dei genitori che si apre il racconto: i due sono riusciti con successo nell’impresa, mentre i fratelli hanno fallito e sono «costretti a vivere». Il suicidio è vissuto come un rito familiare, che dovrebbe porre fine alle sofferenze del vivere. Le cause del suicidio? Non sono molto chiare, in verità: forse è stata la malattia materna a indurli al grande passo, quell’«epilessia Tirolese» che la tormenta da quando aveva ventun anni, poi trasmessa al figlio più debole, Walter, oppure sono stati i molti debiti paterni contratti in varie città d’Italia e la conseguente confisca di tutti i beni. In ogni caso, ogni dettaglio brancola nel buio e sicuramente le riflessioni incerte e incomprensibili di K. non aiutano il lettore, che pure, volenteroso, cerca di comprendere la logica nella follia. Ad ogni modo, pur di non far rinchiudere i due fratelli in manicomio – come prevede la legge del posto per chi ha tentato il suicidio – lo zio materno impone loro una reclusione forzata nella torre di Amras, situata vicino al fiume Sill, nel Tirolo. La torre è fredda e buia e tutto al suo interno risulta marcescente, a cominciare da quelle cataste di frutta ammuffita sotto cui i fratelli si seppelliscono per ingannare le lunghe ore di silenzio, quando non sono impegnati a procurarsi graffi e ferite l’uno con l’altro. La natura intorno alla torre è la natura che caratterizza il Tirolo: boschi sterminati e odorosi meleti la fanno da padrona, eppure ogni cosa in essa ha un che di maligno e di sinistro agli occhi di Walter e di K. e assume le caratteristiche dell’Unheimliche. Il male è ovunque, ogni oggetto si distorce e assume caratteristiche paurose, per esempio la carne affumicata della Cucina Nera, che non è semplice carne ma carne umana, fatta di gambe, di occhi, di bocche e di talloni o per esempio il coltello proveniente da Augusta, che spaventa a morte Walter perché quella lama così affilata e lucente tira fuori il peggio di lui. Nella torre insomma non c’è fine all’orrore, gli oggetti perdono la loro natura e, in un’atmosfera che ha chiari connotati kafkiani, la sedia dell’internista – il medico che dovrebbe curare Walter e salvarlo dalle sue crisi epilettiche – diventa oggetto di elucubrazioni mentali dal sapore claustrofobico. K. si ostina a riflettere su quella sedia per epilettici e ogni volta ne parla in maniera diversa, e, mentre gira freneticamente intorno a questo pensiero, ecco che ne subentra un altro, ancora più folle e insensato: a che piano si trova lo studio dell’internista? Questa domanda martellante perturba il lettore per pagine e pagine e lo fa entrare direttamente nella mente del ragazzo. Tuttavia l’oggetto, se così si può definire, che sconvolge di più è quel «diabolico elemento ossigenato», che altro non è se non l’aria tirolese che i due fratelli sono costretti a respirare: ad un certo punto il malcapitato lettore avrà la sensazione che ogni respiro anche per lui pesi come un macigno.
Bernhard non racconta solo una storia, in cui la trama, in realtà, sembra languire in una palude putrida, bensì costruisce un gioco fatto di metafore e di simboli, che gli serve per denunciare alcuni giganti della società, primi fra tutti il sistema universitario e la sanità, attacchi non nuovi nella poetica dell’autore, che non ha perso occasione nella sua vita per fare della buona satira pungente e sbeffeggiante. I fratelli rappresentano due sfere diverse dell’umano: da una parte Walter, che si fa figura stessa dell’Arte con la sua musica, con i suoi spartiti, con il suo sistema dodecafonico, con i suoi pensieri tutti votati alla morte. Dall’altra la Scienza, impersonata da K., che studia le scienze naturali e che osserva il mondo esterno, da cui proviene la sua conoscenza. Le due menti brillanti, i due geni incompresi e incomprensibili soccombono entrambi e vengono osteggiati in tutti i modi dalla società, diventandone reietti. Walter è il primo a soccombere: la malattia e il suo sapere che gli viene da dentro lo stroncano in maniera inevitabile e quindi farà un volo dalla torre di Amras e porrà fine così alla sua miseria.
Se da una parte l’Arte perisce, dall’altra la Scienza sopravvive, sebbene a stento, e diversa sarà la sorte dell’altro fratello, che verrà spostato in un ancor più sinistra – se possibile – casa nel bosco, circondato da presagi di morte. La morte è ovunque, personaggio fisso e immobile di tutta la narrazione: è nei cimiteri visitati dalla misteriosa ragazza, è nei gesti dei boscaioli, nei ricordi del protagonista, nelle sue lettere all’amico del padre, Hollhof, è nei cervi morti e sepolti sotto la neve ed è soprattutto nelle cornacchie nere onnipresenti. Rimasto senza Walter, con cui viveva in perfetta simbiosi, K. capisce di essere rimasto veramente da solo, sebbene, anche mentre il fratello era in vita, lui abbia sempre sentito forte il morso della solitudine. Di grande interesse è il finale aperto del romanzo, che lascia più dubbi che certezze riguardo alla sorte di K. e che può essere inteso come una fuga del protagonista verso il manicomio o come una fuga simbolica verso la libertà.
Quando è uscito, nel 1964, l’autore ha definito questo breve romanzo, questo inno alla tanatologia, il suo capolavoro. Noi non ce la sentiamo di contraddirlo, perché di certo ogni autore sa chi sia il più prezioso e caro dei suoi figli, e riteniamo che Amras, con i suoi scenari macabri e con la sua visione distorta e perversa della realtà, sia una lettura perfetta per Halloween.

Amras
di Thomas Bernhard
Einaudi
Ed. 1989
7,23 euro

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