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Recensione di Colpa delle stelle di John Green

La classica, tragica e impossibile storia d’amore che attraversa l’adolescenza e la malattia   

L’ennesimo successo mondiale, sospinto da tanto di film, martellante colonna sonora ed onnipresente pubblicità arriva sulla mia scrivania. Cosa fare? Ignorare quella che potrebbe rivelarsi l’ennesima versione 2.0 del famigerato Twilight? Lascio da parte i pregiudizi sui libri diffusi a buon mercato e idolatrati dalle ragazzine, tentando un’immersione globale nella storia.

Siamo ad Indianapolis, anni nostri, dove vive Hazel Grace, la protagonista sedicenne e affetta da cancro ai polmoni. L’incipit è piuttosto cupo, o meglio, sembra un quadro a tinte fosche dipinto da un adolescente depresso e infelice (un must, piuttosto scontato, ormai, ma continuo nella lettura, speranzosa).

Hazel non vive una vita normale: non può andare a scuola, non ha contatti con ragazzi della sua età, è perennemente attaccata ad una macchina che fornisce ossigeno ai suoi polmoni e sembra avere una certa tendenza alla teatralità di gusto discutibile. Mi spiego meglio: in quale universo concepire una ragazzina sedicenne che è già iscritta al college, recita a memoria interi passi di poesie semisconosciute tra lacrime/crisi, e passa il suo tempo limitato dal cancro a filosofeggiare tristemente sul suo libro preferito, Un’imperiale afflizione? Nomen omen, insomma. Senza contare che il suo migliore amico è l’autore mai incontrato di suddetto libro, un personaggio misterioso che Hazel vorrebbe tanto rintracciare e a cui negli anni ha scritto molte lettere senza risposta…

Il principale “svago” della ragazza consiste nel suo gruppo di supporto psicologico, che accoglie malati di cancro come lei, giovani senza speranza, malati terminali. Una volta alla settimana la mesta schiera si riunisce in cerchio nel seminterrato di una chiesa a condividere le proprie esperienze di vita, le paure di morire, di essere dimenticati. Hazel, la voce narrante, è sempre più depressa da queste sedute monotone e non sembra neppure avere un briciolo dell’eccitazione o della curiosità nei confronti del mondo che contraddistingue ogni suo coetaneo.

A dare una svolta a questa sua lenta, passiva e a volte noiosa visione di vita  è l’incontro con Augustus, al gruppo di supporto. Inutile evocare il classico colpo di fulmine, prevedibile e scontato sin dalle primissime righe dell’incontro. Augustus è bello, forte, atletico e…indovinate un po’? Malato. Un osteosarcoma lo ha privato di una gamba, sostituita da una protesi che lo rende leggermente zoppicante. Per lui ci sono maggiori speranze di vita che per Hazel, il cui destino è ormai scritto nelle stelle… È già, perché la più “grande” trovata di Green nel libro è proprio questa infantile parafrasi da Shakespeare: The fault in our stars, come recita il titolo originale in inglese.  La malattia è destinata a spezzare le loro vite, a rendere impossibile e breve una relazione adolescenziale a tratti patetica e poco credibile, come se fosse colpa delle stelle. Il finale della vicenda è già scritto nel titolo del romanzo: Green si fa spoiler di se stesso.

Alcuni meriti bisogna però riconoscerli, come le considerazioni sulla tragicità della malattia e sulla vita, pienamente condivisibili da chi è “sano” e che di cancro poco si intende. Tuttavia sembra proprio che l’autore abbia voluto usare la leva della malattia in maniera teatrale e patetica, per suscitare le simpatie a buon mercato dei suoi lettori dai cuori sdolcinati.

Colpa delle stelle di John Green

Rizzoli, 2014

356 pag.

16 €

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