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Recensione di Esame di coscienza di un letterato di Renato Serra

Un saggio sulle inquietudini dell’inizio del ‘900; un intellettuale prematuramente scomparso che ha saputo scavare dentro di sé, toccando con mano le angosce e i turbamenti più profondi. Un continuo interrogativo sulla guerra e sulla letteratura.

Renato Serra: ai più questo nome non rimanda ad un viso, un’opera. Ingiustamente fa parte di quella schiera di intellettuali di inizio ‘900 relegati nella sfera dedicata agli intenditori, per professionisti, addetti ai lavori nel settore delle lettere. Nato a Cesena nel 1884, Serra, è stato un intellettuale che ha vissuto un’esistenza di provincia partecipando, però, alla letteratura europea. L’occasione è stata quella della prima guerra mondiale, degli antecedenti con i fermenti, le discussioni portate avanti maggiormente sulle righe delle riviste e le divisioni tra neutralisti ed interventisti. La mente brillante e viva di Serra si scontrava con la sua indole svogliata e indolente, la sua capacità di leggere nei versi poetici la finezza e l’oltre si confrontava con la necessità di una letteratura che non fosse avulsa dalla realtà; tutto questo sfocia in una dicotomia di amore-odio tra il centro e la periferia intesi proprio come luoghi fisici, geografici. Di fatto la sua vita ha inizio a Cesena per poi compiere peregrinazioni verso Bologna e Firenze per motivi di studio ma la terra natia rimarrà il luogo di riferimento e di paragone. Un uomo che scriveva saggi critici su autori di fama europea come Verlaine, Rimbaud, Tolstoj, Nietzsche ma che volgeva lo sguardo anche alla letteratura propria del microcosmo natale, con attenzione ad autori romagnoli. Un indeciso, forse uno dei pochissimi letterati che, attraverso i suoi scritti, ci ha parlato del disagio dell’uomo pensante d’inizio del secolo. Un disagio viscerale, difficile da captare e rendere su carta e che Serra è riuscito a comunicare attraverso la sua opera più riuscita, Esame di coscienza di un letterato.

Nel 1915 Serra scrive questo breve saggio in cui troviamo addensati tutti gli elementi caratterizzanti del critico: paragone e nostalgia della terra natale quando questa è lontana e necessità di movimento quando questa è sotto i suoi piedi; il rapporto privilegiato con la madre, un affetto che ha più i contorni della dipendenza; la necessità di partecipare trovando, però, le giuste distanze. Esame di coscienza di un letterato è un saggio che va letto tutto d’un fiato: è veloce, è spietato, è netto; Serra si pronuncia e lo fa in prima persona quasi come uno sfogo “Il conto non è finito. Ho detto che questi pensieri mi pesavano, che bisognava liberarmene. E, dunque, sono libero. Di pensieri”. Già dal titolo vediamo come le finalità siano quasi intime, uno scritto che serva a guardarsi allo specchio o meglio guardare allo specchio la realtà. È interessante leggere il saggio alla luce della corrispondenza che Serra ha intrattenuto sia con l’amico e collega De Robertis (direttore del giornale con il quale ha collaborato, “La voce”) sia con i parenti e amici più stretti una volta partito volontario. Attraverso le lettere possiamo capire meglio gli umori del trentenne, le decisioni e i dubbi che vengono sviscerati nel saggio che potremmo dividere in due parti: la prima molto focalizzata sulla guerra che in realtà non cambia nulla, è un fatto molto banale, quasi estemporaneo, soprattutto non cambia la letteratura. Molto interessante, a tal proposito, è questo passo: “La letteratura non cambia. Potrà avere qualche interruzione, qualche pausa nell’ordine temporale: ma come conquista spirituale, come esigenza e coscienza intima, essa resta al punto a cui l’aveva condotta il lavoro delle ultime generazioni. […] È inutile aspettare delle trasformazioni dei rinnovamenti dalla guerra, che è un’altra cosa: come è inutile sperare che i letterati ritornino cambiati, migliorati, ispirati dalla guerra”. Un passo dalla forte carica emotiva, una difesa della letteratura, del letterato che non troverà giovamento alcuno dal conflitto che non ha il compito di cambiare le coscienze, gli uomini o la letteratura, la finalità è quella di cambiare il Paese. In un passo successivo, in un continuum che prepara, man mano, alla seconda divisione dello scritto, Serra asserisce che l’Italia avrà un’altra chance qualora questa dovesse fallire ma gli uomini no, invecchierebbero con il rammarico, il rimorso di non aver raggiunto l’obiettivo. Questa seconda parte si apre a profonde riflessioni che parlano della vita nella sua totalità, del dolore, del rischio, degli affetti per tornare alla patria spirituale e territoriale: Cesena: “Ecco quello che importa. Resto così ad assaporare la mia libertà nelle sensazioni che l’attraversano; erranti, senza corpo: aria levata e vuota; colori muti. Libertà. Che cosa rimane di tutto il peso di prima? Un sorriso mi riporta, attraverso spazi, a una inquietudine che si perde lontana, sotto i miei piedi, come le casette della mia cittadina […] e tutto così piccolo, fermo! È lontana; non è più mia. In me non c’è altro che il vuoto. […] Non è niente di straordinario. La mia carne conosce questa stretta improvvisa d’angoscia, che sorge dal fondo buio, fra una pausa e l’altra della vita monotona”. Quando nelle lettere Serra parla della realtà vissuta durante il poco tempo  trascorso da militare (partirà volontario i primi giorni di luglio del 1915, per morire durante un’ azione il giorno 20) i rimandi e i confronti alle strade di Cesena sono onnipresenti, paragonando le  valli che ammirava dal campo di San Vito al Tagliamento a quelle natie, solo per citare un esempio.

Altro grande tema è quello del presagio della morte che accompagna ininterrottamente il saggio e viene meglio esplicitato nelle lettere, con raccomandazioni ai cari che appaiono commiati definitivi. Una morte però mai verbalizzata alla madre, quasi fosse un argomento tabù in grado di rompere gli equilibri tra loro; una madre addolorata dalla sua partenza e anche a distanza piena di premure per il figlio, leggiamo così nelle ultime righe del saggio: “Non mi occorrono altre assicurazioni sopra un avvenire che non mi riguarda. Il presente mi basta; non voglio né vedere né vivere al di là di quest’ora di passione. Comunque debba finire essa è la mia; e non rinunzierò neanche a un munito dell’attesa, che mi appartiene.” Bene, quest’attesa è quasi cara al nostro intellettuale quanto forte l’incombere della morte: di fatto la vita nel campo militare sembra una continua, prolungata, lunga attesa. Ma di cosa? Dell’azione, di quel momento in cui il letterato-tenente imbraccerà il fucile, porterà i suoi “soldatini” (così vengono chiamati nel saggio, un diminutivo quasi affettuoso, un sentimento paterno) allo scontro e sentirà che le ragionevolezza del suo sentimento stava nella realtà del combattimento. Serra partecipò al conflitto perché avvertiva che di fronte ad esso la letteratura evidenziava tutti i suoi limiti e nel conflitto trovò il suo ultimo Esame di coscienza (di un letterato).

In breve saggio che tocca le nostre corde profonde, poche ma intense pagine che hanno una tale forza comunicativa da poter essere prese ad esempio per comprendere meglio le angosce di un uomo perennemente diviso tra forza e volontà per l’avvenire da una parte, dall’altra forse l’insicurezza di allontanarsi troppo da ciò che veniva percepito come rassicurante. Poi la guerra che pose fine agli scritti, alle incertezze e alle gioie.

Sellerio Editore, 1994

108 pag.

€ 5.16

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