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Recensione di Nel buio della notte di Alba de Céspedes

Un classico mancato

«Di cosa parla questo libro?», mi hanno chiesto. Difficile dirlo. A questa domanda, ancora frastornata dalla lettura, potrei rispondere che il libro parla di diversi personaggi – tanti, tantissimi personaggi, una sessantina – di nottambuli che vivono la metropoli parigina di notte, nella fattispecie nella prima notte di primavera. E la primavera, si sa, oltre allo zefiro e ai fiori, porta anche un’insidiosa e perniciosa smania di vivere che costringe a riflettere, a parlare, a cercare, a pensare. Oppure potrei rispondere che questo libro parla solo di Parigi e della vie parisienne al calar delle tenebre, della geografia e della movida parigina, di cui i personaggi non sono altro che voci sentite, registrate per caso o per sbaglio, voci che si sentono, perché è Parigi stessa che parla. «Sì, ma questo romanzo non ha protagonisti, non ha una trama?». Sì, ce l’ha, c’è Jacquot (è forse lui il vero protagonista?) un tassista anziano non ancora in pensione che si sveglia – anzi, lo sveglia la moglie – alle cinque del pomeriggio perché deve iniziare il turno di notte col tassì; è un lavoro massacrante, ma a lui piace e, dopo aver scarrozzato a destra e a manca i suoi clienti per tutto il tempo, Jacquot torna a casa e si mette a dormire. Un po’ banale. No, non va bene, devo cercare di spiegarmi meglio, in quanto non mi sembra di rendere giustizia a questo capolavoro dell’autrice italo-franco-cubana. De Céspedes, con questo romanzo, aveva intenzione di rievocare un mondo, quello parigino appunto, la città in cui ormai si era stabilita dal ’67, la città in cui aveva assistito ai moti del Sessantotto, la città di cui aveva imparato ad assorbire la lingua, arrivando non solo a scrivere in francese ma anche a pensare in francese, avendolo ormai sostituito completamente alla sua lingua madre, quell’italiano lingua di un popolo cui non sente più di appartenere, e di restituire poi questo mondo in una costellazione di immagini, di voci, di frammenti, di personaggi, di idee, di sentimenti che mantenessero tuttavia, nonostante la loro pluralità, l’organicità di un romanzo e, al tempo stesso, distruggessero dall’interno l’idea stessa della forma romanzo. È una dichiarazione di poetica, dunque, ma anche una dichiarazione d’amore alla capitale francese, che scalza ben presto Roma come possibile ambientazione del romanzo, e alla notte stessa, di cui l’autrice si vantava di essere amante.

Vero è che il lettore che si avvicina a questo romanzo così corposo non si aspetta di trovarsi di fronte a una tale difficoltà di lettura, data dall’altissimo numero di personaggi, e all’inizio può essere altresì infastidito dall’esperimento di de Céspedes, che non si è preoccupata di divedere in paragrafi – figuriamoci in capitoli! – il suo lavoro e che spesso non segna nemmeno mediante la punteggiatura il momento in cui la scena si sposta da un capo all’altro della grande metropoli. Il montaggio stesso dell’opera, che consiste in vertiginosi procedimenti ellittici, è complesso e sofisticato, per cui rischiamo di perderci nel marasma caotico di nomi e di storie. All’inizio i nomi dei vari personaggi non dicono nulla a chi legge, anzi l’impatto è duro e disorientante, poi, via via che si avanti, alcuni di questi personaggi emergono dal testo, si impara a fare la loro conoscenza e sembra quasi di sentirli parlare, si possono immaginare le loro voci e le loro cadenze. Non vi sono protagonisti, nemmeno Jacquot in fondo lo è, anzi lui non è nemmeno il solo tassista presente nel romanzo, visto che c’è anche Pierre, un ex camionista nostalgico del verde del Piemonte, che ha sposato una donna avida di danaro, Simone. E non vi è nemmeno una trama: vi è solo la notte, sovrana assoluta, Leitmotiv costante, scenario perfetto in cui ambientare un romanzo che voglia parlare di tutto, ma che alla fine non ha la pretesa di spiegare niente.

Alcuni personaggi restano più impressi di altri dal tono minore, che tuttavia servono alla scrittrice per creare uno sfondo corale e variegato. Vale la pena pennellarne qualcuno per rendere l’idea: c’è, per esempio, una donna, la signora Beaulieu, che il marito, un cinico scalatore sociale di nome Maurice che lavora nel settore pubblicitario per un’innovativa macchinetta del caffè, la Sagaz, ha fatto rinchiudere nella clinica psichiatrica di Saint-Jeanne, luogo emblematico della malattia del secolo, a cui ognuno è destinato. Martine Beaulieu non sa nemmeno spiegarsene il motivo, non ne soffre, ma si accontenta di chiacchierare tutta la notte con il medico di turno, Bernard Erlanger, un giovane scapolo che rifugge dal potere femminile, ma che, immerso nella magia ovattata della notte, si ritrova affascinato dalla profondità della sua paziente e parla con lei tutto il tempo, cercando, nelle verità di quella giovane-vecchia casalinga, le proprie più profonde verità. Forse si è innamorato per la prima volta nella sua esistenza, tuttavia si lascia che ogni cosa navighi nell’incertezza, perché nella vita stessa non sempre si hanno le idee chiare sui propri sentimenti e sulle proprie volontà e il dottore quella donna deve rilasciarla e forse non la incontrerà mai più. Lui, a sua volta, è angustiato da un’altra vicenda, più spinosa, quella di un fervente cristiano che ha fatto testamento donando la metà dei suoi averi ai bisognosi e per questo la moglie lo ha fatto rinchiudere nella clinica psichiatrica in cui il dottore lavora, e allora ne parla con Klaus, la caposala, una donna salda, tutta d’un pezzo, che serve al dottore dei cioccolatini con la scusa che gliene regalano troppi, e invece lei mente perché è una donna sola e senza amici, che vive esclusivamente dei suoi turni di notte e quei cioccolatini è lei stessa a comprarli per non mostrare al mondo la sua solitudine, di cui si vergogna come di una colpa. Poi c’è Christiane (inizialmente doveva essere questa giovane giornalista la vera protagonista dell’opera e il romanzo doveva chiamarsi Christiane et la rose, ma poi l’autrice ha accantonato quest’idea), ultima generosa eroina di un secolo di individualisti, che rimane sveglia tutta la notte per chiamare i numeri delle persone che contano e chiedere loro di firmare la petizione per salvare il francese Lunais dal braccio della morte dall’altra parte del pianeta. Ma quella sera tutta la Parigi bene si trova a Marly, a un evento mondano organizzato dai Marot d’Arbois, a sfoggiare i propri abiti e le proprie ricchezze e a sorseggiare drink annoiati spettegolando con ipocrisie e menzogne dei convitati. Qualcuno non risponde a Christiane, qualcuno le sbraita contro, qualcuno le concede una firma, qualche numero è occupato e nel frattempo molti uomini sono innamorati di lei, primo fra tutti Thierry, disilluso erede del Sessantotto, il quale crede che Christiane lo tradisca con l’intellettuale Eric e così si sente in dovere di sorvegliare tutta la notte la finestra dell’amata mentre vacilla tra sentimenti di rabbia e di odio e brucia d’amore. Tra i giovani c’è poi Monique, innamorata dell’indolente Antoine, la quale insegue una libertà che non esiste e c’è l’amica di lei, Jacqueline, che si fa chiamare Jackie, che si prostituisce per elemosinare amore. Tutt’e due le amiche incontrano Serge, un ragazzetto macilento in astinenza da droga, che detesta l’alba e la luce del giorno, e tuttavia Serge non è l’unico tossico in cerca di una falsa felicità, perché come lui ci sono tanti altri giovani in astinenza, giovani che nella notte vanno a caccia di roba. C’è poi don Lopez, un prete non credente che detesta l’abito talare e tutto ciò che è ecclesiastico: lui è originario della Colombia, ma è stato spedito a Parigi, perché i suoi superiori ritenevano che Parigi fosse più adatta a uno come lui, ma adesso cercano di allontanarlo anche da Parigi, perché di idee troppo colombiane…

Ma non basta. Potrei continuare ad andare avanti nelle descrizioni di questi personaggi e non riuscirei comunque a rimandare indietro l’idea che giace dietro al romanzo, in cui si intrecciano (anzi, si sovrappongono) mille e più romanzi diversi, che rimangono incompiuti. Da ogni personaggio scaturiscono idee e pensieri – e critiche soprattutto – quanto mai profondi: si critica la falsità di alcuni ambienti sociali, soprattutto del sistema borghese e della sua folle e insensata corsa verso il danaro. C’è una critica accanita contro l’individualismo, contro il razzismo, contro la Chiesa come istituzione, ma la critica che sconvolge di più è quella sul futuro. «Ma come il futuro!? Spiegati meglio!». Sì, il futuro. Per esempio, quando si fa accenno alla nascita di un bambino, de Céspedes illustra tutto ciò che avverrà nella vita di quell’innocente neonato nel ventunesimo secolo e il futuro è un futuro grigio, che fa paura per la sua meschinità e fa più paura ad un lettore qualsiasi del ventunesimo secolo che non a uno ancora speranzoso degli anni immediatamente successivi al boom economico.

Il romanzo, che ha avuto una lunga gestazione e che è oscillato tra il mondo italiano e quello francese, è stato pubblicato prima in Francia, presso le Éditions du Seuil nel 1973 con il titolo di Sans autre lieu que la nuit. In Francia ha riscosso il favore della critica, ma ben presto la vicenda editoriale si è interrotta per mancanza di interesse da parte dei lettori. Tre anni dopo, in seguito a un sofferto lavoro di traduzione e riscrittura in italiano, il romanzo è stato pubblicato per Mondadori e anche in questo caso è stato ben accolto dalla critica, ma non apprezzato dal pubblico, ancora evidentemente non pronto ad accogliere un lavoro simile.

Chi legge questo libro oggi è sopraffatto, schiacciato dal peso delle pagine, in quanto durante tutto il percorso della lettura non ha fatto altro che passare da uno stato d’animo all’altro, da un sentimento all’altro e alla fine, arrivato stremato all’ultima pagina colorata dei colori tenui e nebbiosi dell’alba, non può che avere un sorriso amaro e sentirsi parte di quel tutto frenetico dipinto e descritto dall’autrice. Un romanzo che dovrebbe essere ripescato dal dimenticatoio in cui ha avuto la sfortuna di cadere ed essere letto e assaporato come si fa con i grandi classici della nostra letteratura.

Nel buio della notte (contenuto in Romanzi)

Alba de Céspedes

Mondadori (collana «I Meridiani»)

2011

60,00 euro

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