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Londra, sabato mattina. Metto l’English Breakfast da una parte e mi organizzo per la mia prima intervista in videochiamata. Qualche problema tecnico dell’ultimo minuto, il tempo di dare una riguardata alle domande e via, sono collegata con Antonio Valenzi. Giornalista da più di quindici anni, ha iniziato lavorando in un giornale locale per poi arrivare a scrivere per l’Huffington Post. Il cinema è una grande passione che coltiva in maniera professionale; come giornalista cinematografico ha ottenuto riconoscimenti e partecipato a trasmissioni radiofoniche e televisive. Ma Antonio è anche uno scrittore: il suo primo libro La provincia del diavolo, edito da Arpeggio Libero, è un thriller che riesce a coinvolgere il lettore dalla prima pagina per la bravura dello scrittore ma anche perché è tratto da un’inchiesta vera, condotta personalmente dall’Autore, su quanto di marcio si celava e si cela tuttora a Palestrina e nelle zone limitrofe, definite la provincia del diavolo, appunto.

Il libro narra, in maniera in parte romanzata, eventi realmente accaduti che ti hanno coinvolto in prima persona. Come è stato “metterti su carta”, dato che il protagonista, Alessandro Vescovi, è il tuo alter ego letterario?

È stato terapeutico: ti astrai da te stesso e cerchi di osservare sia i tuoi punti forti che quelli deboli. Personalmente, ho cercato di non essere indulgente su quelli deboli e ho imparato a collocarli nella giusta dimensione. Ad esempio, una cosa che ho trovato molto difficile e che ho considerato come un demone che va tenuto sotto controllo è la fretta che ti viene di voler vedere il prima possibile gli effetti che il tuo libro fa sulla gente, quando invece c’è un tempo per tutto ed è meglio in certe situazioni saper aspettare per soddisfare la propria curiosità. Un demone che, al contrario, ho trovato positivo è inerente alla sconsideratezza di certi avvenimenti: ad esempio, l’evento dello scambio di documenti nel parking Ludovisi di Villa Borghese a Roma di cui parlo nel romanzo. Se pensiamo che, in quel periodo, mia figlia era nata da poco, la modalità con cui è avvenuto appare ancora più sinistra… Però troppa cautela avrebbe cozzato con la curiosità naturale del mio essere un giornalista, e ci sta.

Da quanto tempo avevi intenzione di scrivere un libro? È un desiderio che coltivavi da anni oppure lo hai considerato qualcosa di fisiologico per via del tuo lavoro di giornalista?

In realtà mai avrei pensato di scrivere un libro in vita mia. Parafrasando Borges, vorrei vantarmi di più dei libri che ho letto piuttosto che di quelli che ho scritto. Non mi sentivo all’altezza di scrivere un romanzo, soprattutto un thriller che ha una struttura narrativa tale che, nel migliore dei casi, lo può sorreggere, oppure nella peggiore far diventare cialtronesco. Oltretutto l’ho scritto quando ancora non avevo un editore: è venuto da sé in un la-provincia-del-diavolomomento in cui ero concentrato sull’inchiesta ed ero in cerca degli ultimi tasselli da mettere a posto. In questo modo il tutto ha acquisito un senso compiuto. Quello che è uscito fuori non poteva rimanere in un cassetto: sentivo l’urgenza di lasciare una testimonianza. È stata un po’ dura all’inizio: infatti, se dovessi fare una piccola critica al mio lavoro, direi che la prima parte è quella che forse scivola meno per via proprio di questo timore che avevo nell’approcciarmi alla scrittura di un romanzo. Ma tutto sta a iniziare: dopo i primi capitoli è andata meglio perché ho deciso di godermi questa esperienza e lasciarmi andare al piacere della scrittura. Le correzioni potevano aspettare la seconda stesura, non c’era motivo di bloccare quello che stavo facendo per tenere tutto sotto controllo. Alla fine tutto è stato molto naturale e ci ho preso gusto.

La base del tuo romanzo è stata questa inchiesta che ti ha coinvolto personalmente negli anni. Mi chiedo: non è interessata a nessuno come inchiesta oppure è stata studiata proprio per essere trasformata in un romanzo?

C’è da dire che c’è un passo nel mio romanzo che fa parte di quel 70% di verità di cui è composto: quando mi accorsi che gli scavi in quella grotta potevano avere un’eco maggiore, così come quella crisi idrica così centrale nel romanzo, dalla dinamica così particolare da non avere niente a che vedere con una banale perdita d’acqua o carenza tecnica, ingenuamente bussai a diverse redazioni, tra cui quella del Corriere della Sera. Chissà: o non sono stato bravo io a porgere la cosa oppure non interessava a nessuno. C’è da dire, però, che anche i giornali devono portare l’acqua al loro mulino e cercare argomenti che possano fare presa sui loro lettori. Negli ultimi anni l’approfondimento, l’inchiesta, non sono fattori che interessano molto ai giornali. Anzi, forse a parte i diretti interessati, non interesserebbero nemmeno ai lettori. Il punto è questo: o riesci a fare dei salti di carriera incredibili, oppure scrivi La provincia del diavolo.

Parliamo della scrittura del tuo primo romanzo: è stato un processo naturale oppure hai trovato delle difficoltà oggettive?

ImmagineSe ci sono state difficoltà, non sono state a livello di scrittura; scrivere mi piace ed è forse la cosa che mi riesce meglio. La difficoltà più grande che ho incontrato è stata a livello di preparazione: quando ho deciso che il mio romanzo sarebbe stato un thriller, la preparazione è stata lunga e meticolosa. Ho concepito La provincia del diavolo come un falegname concepirebbe un mobile: ho preso misure, materiale, ho cercato di lavorare il tutto e di assemblarlo insieme al meglio. È stata un’operazione lunga e piena di dubbi, data l’inesperienza. Volevo e dovevo arrivare alla pagina bianca con le idee chiare. Con questo non voglio dire che non siano cambiate in corso d’opera, ma di partenza avevo questo quaderno d’appunti che come una road map mi faceva da bastone nel cammino. C’era il rischio che, con questo sottofondo storico molto forte, le curiosità si “ribellino” e inizino a sbizzarrirsi con la fantasia. Ma questo sarebbe sbagliato: il fiume va contenuto nel suo letto, altrimenti diventa ingestibile e, nella peggiore delle ipotesi, irrecuperabile, come la maionese quando impazzisce se sbagli qualcosa nella sua lavorazione. Una delle difficoltà più grandi è stata sicuramente quella di tenere le redini della storia.

Da come ne parli e da come lo hai padroneggiato, presumo che tu sia un appassionato del genere thriller: quali sono i tuoi autori preferiti? Dan Brown è tra questi? 

No, non è Dan Brown il mio scrittore preferito. Mi piacciono molto quegli scrittori che vengono dal genere noir, dall’hard boiled (una branca del noir, dalla quale si è originato il genere pulp – n.d.r.). Un nome tra tutti: Raymond Chandler. Addio mia amata, Il lungo addio, Il grande sonno sono libri che vanno riletti regolarmente, anche solo per sfizio. Tra i contemporanei ho la venerazione per James Ellroy, geniale su tutti i fronti: una delle poche personalità che vanno di pari passo con la propria opera e scrive quello che ha detto, è coerente.

Dopo questa ottima prova hai in mente di scrivere un secondo libro?

Sì ed è già in fase di lavorazione, sarà una sorta di seconda opera prima perché ho cercato di alzare il tiro. Al momento sono nella fase che più mi piace, quella della raccolta del materiale. Il nuovo romanzo, come La provincia del diavolo, avrà degli agganci di realtà ma non troppi come nel primo libro: in fondo, non sono mica James Bond (ride)! Lo scenario sarà diverso, si esce dalla provincia per andare su un piano più internazionale. È una sfida più complessa perché in questo caso è più difficile reperire i contatti giusti, ma è sicuramente avvincente.

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