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Recensione de Il kitsch di Andrea Mecacci

Un libro di Andrea Mecacci sul Kitsch spiega perché il frivolo, il futile, il facile, il pacchiano, il superficiale, lo sciropposo, il vistoso e lo strappalacrime abbiano così tanta presa nella nostra società

Spesso crediamo di sapere cos’è il cattivo gusto e sorridiamo indulgenti alla vista dei nanetti da giardino che impreziosiscono l’ingresso di villette e seconde case. Ma a farci riflettere sui nostri sbrigativi giudizi estetici è un libro di Andrea Mecacci intitolato “Il kitsch” (il Mulino, 2014, 162 pagg., 12,50 euro). L’obiettivo del testo è sostanzialmente didattico ed è perfettamente centrato sia per la grande competenza dell’autore che per la sua chiarezza espositiva. In poche parole, Mecacci ha scritto un’introduzione al kitsch utile a chiunque voglia iniziare a comprendere perché il frivolo, il futile, il facile, il pacchiano, il superficiale, lo sciropposo, il vistoso e lo strappalacrime abbiano così tanta presa nella nostra società. Per uscire dall’astratto tutti questi termini si concretizzano in innumerevoli prodotti: dalla gondola in miniatura al comportamento di certi politici, da molte versioni cine-televisive della grande letteratura alle statuette di Padre Pio, da Shakespeare usato per commedie musicali alle arie di Mozart ridotte a jingle, dai mobili finto antico a romanzi come Il vecchio e il mare, dalla villa di Elvis Presley a Memphis al modo in cui tanti turisti guardano monumenti e paesaggi.

Come si può arguire da questi esempi il kitsch è un fenomeno socio-estetico ampio, trasversale e che riflette una precisa antropologia. Infatti, sin dalla prima pagina del suo lavoro, Mecacci problematizza il tema: il kitsch è “un interrogativo culturale che ha investito l’identità del soggetto novecentesco (i suoi gusti, le sue scelte, i suoi comportamenti) e degli oggetti su cui questa identità elaborava se stessa”. A ben vedere dunque il nocciolo della questione non sta tanto nel prodotto kitsch quanto nel fare del kitsch l’unica dimensione estetica. Per qualcuno forse quest’approccio potrebbe apparire come la sopravvalutazione di un fenomeno tutto sommato marginale rispetto all’esistenza di tante, troppe persone oggi alla ricerca di un lavoro e di un futuro. In realtà non è così. Innanzitutto, perché il kitsch è un’iniezione di felicità visiva a buon mercato e fa ormai parte delle nostra vita quotidiana. Tant’è che lo ritroviamo dappertutto: negli oggetti, nelle immagini, nei testi narrativi. In secondo luogo, perché è una dimensione della modernità che cambia nel tempo e dunque siamo dinanzi a un fenomeno culturale tanto sfuggente quanto complesso. Infine, perché rappresenta il gusto, o il cattivo gusto se si preferisce, di una sensibilità estetica che materializza il risultato di numerose trasformazioni sociali intervenute nella sfera della produzione e del consumo.

 

Il libro si articola in rapidi ed efficaci capitoli finalizzati a presentare i tratti distintivi e i mutamenti interni al kitsch, dalla sua comparsa in Germania, tra il 1860 e il 1870, alle sue incursioni nella cultura pop e alle sue proiezioni nel citazionismo postmoderno. Lo scopo è quello di tracciare le linee evolutive di una categoria storica che muta se stessa col mutare dei processi sociali. Mecacci individua la genesi del kitsch nel dibattito settecentesco sul gusto. Dibattito che si iscrive sia nel campo dell’estetica che in quello politico col passaggio di potere dall’aristocrazia alla borghesia. Gli illuministi separano nettamente il gusto dal cattivo gusto. Da una parte riposa la semplicità, l’equilibrio e la misura del classicismo, dall’altra strilla l’eccesso, il superfluo, l’artificio. Voltaire: “Come il cattivo gusto consiste nell’essere attirati solo da condimenti piccanti e ricercati, così, nelle arti, il cattivo gusto consiste solo nell’apprezzare ornamenti manierati e nel non capire la bella natura”.

Nell’800 il kitsch si intreccia col Romanticismo da cui mutua il primato del sentimento trasformandolo però in sentimentalismo. In altre parole, il kitsch fagocita le istanze romantiche metabilizzandole all’interno della propria sensibilità: “Tutti gli oggetti del sentimento romantico (la natura, l’amore, la patria) nel kitsch si sono rovesciati nel proprio contrario: non più dimensioni inquietanti dell’interiorità, ma pratiche consolatorie”. Insomma, il sentimento non rappresenta la premessa dell’esperienza estetica ma costituisce il suo fine; non è apertura del sé alla pluralità dell’esistenza ma si trasforma in un’aspettativa interiore già codificata: è il mondo di Emma Bovary.

Nel Novecento il kitsch è interpretato come un effetto delle crisi che hanno segnato quel secolo. Norbert Elias lo definisce come il “sogno di evasione di una società che lavora”. Si tratta di un bisogno di compensazione imposto dalla coercizione esercitata dal capitalismo industriale sul corpo e lo spirito degli individui. Hermann Broch osserva invece il kitsch da un punto di vista etico arrivando a concludere che è il modo in cui il male si dà esteticamente. Inevitabilmente il kitsch finisce per entrare nel dibattito sulla cultura di massa proprio perché si è incardinato nella coscienza della piccola e media borghesia fissando i suoi principi estetici: azione, immedesimazione, godimento, emozione. Brecht e la Scuola di Francoforte tenteranno inutilmente di rovesciare questo modello culturale denunciandolo come una forza che cela le disuguaglianze sociali.

Oggi il kitsch è un fenomeno connotativo della nostra contemporaneità. Secondo Abraham Moles si è diffuso a macchia d’olio grazie a tre macrofattori: “il feticismo (l’esclusiva centralità dell’oggetto nella civiltà industriale), l’estetismo (l’affermazione della bellezza come fine in sé) e il consumo (la struttura di fondo del capitalismo)”. Questa analisi suggerisce che kitsch non è solo la miniatura della torre di Pisa in alabastro, ma anche il soggetto che si riconosce in quell’oggetto. Ed è tramite questo riconoscimento che l’inautentico, il surrogato e la volgarizzazione diventano dimensioni tipiche del nostro tempo. Per di più il raggio d’azione del kitsch si è parecchio allargato: dal suo territorio tradizionale fatto di ninnoli, souvenir e gadget è arrivato a investire intere aree urbane precipitandole nell’iperrealtà: la copia di Venezia che si può vedere in un casinò di Las Vegas è più reale, più autentica dell’originale. Siamo così giunti al neokitsch e alla sua capacità di nidificare in sensibilità limitrofe come il camp e il trash. Ubiquo, camaleontico, imprevedibile il kitsch fa ormai parte del nostro ordine visivo e delle nostre abitudini socio-estetiche. Possiamo sorridere dei suoi prodotti ma non possiamo fare a meno di interrogarli.

Il kitsch, Andrea Mecacci

Il Mulino, 2014

162 pp.

12,50 €

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