Umberto_Saba

Malgrado la rivalutazione di cui Umberto Saba fu oggetto dagli ultimi anni della sua vita, e il fondamentale posto che la figura del poeta triestino occupa nelle antologie e nei manuali della letteratura italiana ed europea, mai il mondo è stato più lontano dalla sua poetica di quanto lo sia oggi.

Umberto Saba scelse di opporsi alle attitudini della sua epoca, prediligendo un linguaggio semplice e chiaro in riferimento a una vita individuale fatta di piccole cose, in cui gli echi degli eventi storici restano appunto echi e non si muovono dal fondo, apparentemente (e sottolineo apparentemente) incapaci di suscitare interferenze con la vita interiore del poeta. In Quel che resta da fare ai poeti Saba racchiude il suo manifesto, nonché la sua apologia, ed espone chiaramente le linee guida di tale scelta fin dal primo paragrafo, contrapponendo due atteggiamenti personificati nelle figure di Manzoni e D’Annunzio. Il primo, favorito dall’autore del saggio, rappresenta quell’ideale di “poesia onesta” che risponde alla domanda del titolo: una poesia spoglia degli artefatti stilistici ed eroici che caratterizzano invece la vita e lo stile dannunziano, molto più simili ad un’operazione di marketing (diremmo oggi) o di un meccanismo di falsificazione volto al marketing, piuttosto che al fare poesia.

DAnnunzio-Vittoriale-01Nonostante l’opposizione metodologica contenuta in queste dichiarazioni è pur vero che Saba, così come D’Annunzio, pone se stesso al livello di eroe della propria poesia, enfatizzando, al contrario di D’Annunzio, gli aspetti umili della propria vita, anziché quelli eroici; così come è testimoniato dal lavorio continuo cui egli sottopone il proprio Canzoniere e che si nasconde dietro la metafora del salmone formulata da Debenedetti e ripresa da Lavagetto. Ma da cosa nasce questa ostinata e ostentata necessità di distacco?

La poesia di Saba si colloca come una nota stridente nel panorama poetico a lui contemporaneo. Sono gli anni del futurismo e dell’ermetismo, (gli anni di D’Annunzio). La critica e gli ambienti accademici hanno iniziato ad apprezzarlo ben tardi, questo è vero, ma il motivo dell’escluso è una componente endemica della vita, e quindi della poetica, di Umberto Saba e prescinde dalla fortuna dell’autore; anzi, l’ostracismo di cui è vittima non fa che definire e confermare un percorso attraverso il quale il poeta in qualche modo ha scelto di assumere questo ruolo.

Il sentimento di marginalità nasce infatti da una condizione esistenziale che investe 800px-Triest_1885più aspetti della vita di Saba. Nato a Trieste quando questa apparteneva ancora all’impero austro-asburgico, è tuttavia cittadino italiano, condizione ereditata dal padre, discendente di una nobile famiglia veneziana (cfr. Dal testo alla storia, dalla storia al testo, ed Paravia, 2001). L’abbandono da parte del padre prima della nascita, rappresenta un primo motivo di esclusione che caratterizzerà la sua vita:

Mio padre è stato per me «l’assassino»,

fino ai vent’anni che l’ho conosciuto.[…]

(dalla raccolta Autobiografia del 1924)

Il virgolettato non rappresenta tanto un giudizio dell’autore quanto, probabilmente, quello della madre che così parlava del genitore scomparso dando sfogo al rancore dell’abbandono, come suggerisce Nunzia Palmieri nell’Introduzione al Canzoniere edito da Einaudi (ed. 2004). Tra l’eredità paterna e materna un ulteriore trauma infantile è rappresentato dal distacco dall’amata balia che lo accudì per i primi tre anni di vita, di cui sono testimoni alcuni componimenti, tra i quali le Tre poesie alla mia balia della raccolta Il piccolo Berto (1929-1931). A coronare ed amplificare questo senso di estraneità, le origini ebraiche del poeta e la persecuzione razziale che segnerà un importante periodo della sua vita.

Se ci soffermiamo sugli eventi biografici di Saba non è per un nostro morboso gusto per la psicanalisi, ma perché l’autore ci guida in tal senso. Il Canzoniere, nelle parole del suo autore, è

la storia (non avremmo nulla in contrario a dire «il romanzo», e ad aggiungere, se si vuole «psicologico») di una vita, povera (relativamente) di avvenimenti esterni; ricca, a volte, fino allo spasimo, di moti e risonanze interne, e delle persone che il poeta amò[…]. (U. Saba in Storia e cronistoria del Canzoniere)

FB_Amici_DeBenedettiWLQuesto particolare culto del sé che il poeta pone a materia prediletta della propria scrittura, unito all’insofferenza nei confronti dell’indifferenza, quando non è esplicita opposizione, della critica, sfocia in una costante auto-analisi che fa dell’uomo poeta e critico di se stesso. E se notiamo che Saba fu uno dei primi pazienti di Edoardo Weiss, non ci sorprende neanche che il suo più tenace sostenitore sia Giacomo Debenedetti. L’impronta della critica debenedettiana che cerca l’uomo anche laddove è difficile trovarlo (vedi Giacomo Debenedetti, La poesia italiana del Novecento, Garzanti, 2000), vede un perfetto caso di studio ed esempio portante nell’individuo-personaggio Saba.

Distaccandosi da tutti, Umberto Saba e la sua opera rappresentano, nonostante le nevrosi e le dichiarazioni opposte, un attaccamento alla vita materiale e all’uomo. Quell’uomo che, all’inizio del Novecento, sta attraversando un momento di profonda crisi. Lo sforzo di Umberto Saba di mantenere i piedi ancorati sul terreno solido della quotidianità rappresenta, volente o nolente, una lotta per la vita, sullo sfondo di quegli avvenimenti storici che hanno permesso ai poeti di fuggire le apparenze e rifugiarsi in esaltanti favole eroiche o in arcane alcove da cui la parola usciva camuffata ed enigmatica. Attraverso l’ostinata unione di significante e significato operata da Saba, vediamo lo sforzo dell’uomo di mantenersi tale, ovvero reale.

Se quello sforzo sia ancora perpetrabile e sensato è difficile dirlo. È generalizzata Umberto_Saba_1l’idea che della lirica sia rimasta una produzione oramai quasi esclusivamente amatoriale e che le sue forme si alternino tra un atteggiamento di derivazione ermetica in cui la parola fatica a descrivere il mondo così come è, ed un ripiegamento intimista in cui gli oggetti quotidiani rimandano comunque a simboli che anche quando sono decifrabili si risolvono in un contesto talmente autoreferenziale privo di interesse collettivo. In un’èra in cui ognuno e nessuno scrive ci domandiamo: cosa resta da fare ai poeti, oggi?

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