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Recensione di La shoah in me – memorie di un combattente nel ghetto di Varsavia di Simcha Rotem

La furia nazista e la voglia di vivere; la paura, il terrore della morte che viaggia accanto e la necessità di agire: la storia di Simcha Rotem è dicotomica, cammina su binari paralleli che, questa volta, si intrecciano. La ZOB, la resistenza, la vita.

Quando si scrive della Seconda Guerra Mondiale è sempre molto difficile non cadere nella retorica, nelle parole dette mille volte che ormai rappresentano dei cliché standard a cui rivolgersi; il secondo conflitto mondiale ha reso ancora più precaria l’esistenza dell’uomo, l’ha modificata irrimediabilmente, forse più profondamente rispetto alla Grande guerra. Quest’anno ricorre il settantesimo anniversario della fine della guerra: il nostro 25 aprile, indimenticabile. Ma ogni nazione, seppur accomunata dalla fame, dalla miseria, dalla disperazione e dalla crudeltà, ha vissuto la propria guerra, ha avuto i suoi martiri, i suoi morti e i suoi eroi. Simcha Rotem è stato uno degli eroi polacchi, un giovane diciannovenne che decide di non piegarsi alla paura entrando a far parte della ZOB, l’organizzazione ebraica di combattimento; erano giovani donne e uomini senza armi e senza mezzi, contrastati anche dagli stessi ebrei che vivevano all’interno del ghetto di Varsavia nel quale operavano. Senza aiuti esterni di alcun tipo e in una fase di estremo pericolo la ZOB riuscì a tener testa all’esercito tedesco, coadiuvato dalle spietate SS ucraine. Sono stati giorni difficili. Nei primi mesi del 1943 il ghetto era a ferro e fuoco, le case erano in fiamme e le persone allo stremo delle forze visto che già dal 1941 il tasso di mortalità era salito vertiginosamente. In questa situazione nella quale tutto sembrava perduto e la fine del ghetto e degli ebrei al suo interno prossima, la ZOB resiste, combatte e grazie a Simcha Rotem alias Kazik, riesce a salvare alcune decine di combattenti portandole fuori dal ghetto attraverso il sistema fognario; arrivano nella parte ariana più simili a fantasmi che a persone per poi prendere la volta della vicina foresta e tornare a combattere tra le fila dei partigiani polacchi.

Il testo, che ha poco del romanzo e molto della biografia, della cronistoria degli eventi, ci restituisce una fotografia dettagliata degli spostamenti, delle azioni di guerra, delle organizzazioni, dei pericoli soffermandosi poco sulle emozioni del combattente: è molto faticoso ricordare, rievocando anche la perdita di una persona cara, di compagni di battaglia. Uno spaccato efficace della storia vissuta in prima persona e della Storia, la concatenazione degli eventi che investirono la popolazione e i soldati: come sempre la memoria viaggia su questi due livelli.

Il protagonista è un uomo valoroso che incarna perfettamente lo spirito del combattete universale. All’interno di Kazik si cela il mondo dei partigiani che resistono al freddo, alla fame, agli stenti. Lo spirito resistenziale impone scelte estreme, una di queste è anche quella di staccarsi dai propri affetti, allargare le maglie che li legano e di rimandare la vita di prima a dopo la guerra: una parentesi che per molti non si chiuse mai. Il nostro combattente fu uno dei pochi che riuscì ad abbracciare la famiglia, o almeno parte di essa, dopo la fine della guerra ma l’interrogativo che già durante i combattimenti, e nelle pagine del libro è un tema che torna molto spesso, e in maniera preponderante emerge al termine della guerra è: cosa fare dopo? L’uomo dopo la barbarie dei campi di concentramento, della ghettizzazione non è più lo stesso. Kazik avrebbe voluto, forse annebbiato dalla violenza, dal senso di alienazione che ben si comprende dalla situazione limite che visse, vendicarsi sul popolo tedesco; non sapeva se fosse giusto abbandonare l’Europa e trasferirsi in Israele ma le scelte vanno compiute, e lui decise.

È interessante vedere, come ai fini della narrazione e forse come momenti spia, ci siano dei personaggi che accompagnano le vicende ma in maniera sottile, quasi invisibile: i contadini, inseriti nella logica del personaggio-salvezza, compaiono nei momenti di maggiore bisogno, offrono riparo ai combattenti, forniscono il cibo ai partigiani nella foresta e anche a quelli che, più in generale, si trovano in difficoltà. Altra figura, che compare nel testo solo due volte, è la donna messaggera che si identifica con la cartomante che legge le carte prevedendo il futuro, e la donna che legge la mano a kazik: entrambe le volte, pur prevedendo il vero, il protagonista, spalleggiato dai suoi compagni, non terrà conto delle rivelazioni; una messaggera a metà, quindi, che potenzialmente riveste un ruolo salvifico.

Nella prefazione, firmata dalla penna autorevole di Gad Lerner, viene fatto riferimento al nome Simcha che in ebraico è un sostantivo femminile che significa gioia; è vero, quindi, che il carattere è, in parte, riposto nel nome visto che il protagonista dimostra di avere una forza vitale infinita. “C’è tempo per morire” è un meraviglioso esempio di come in circostanze eccezionali emergono uomini eccezionali.

La shoah in me – memorie di un combattente nel ghetto di Varsavia
di Simcha Rotem
Sandro Teti Editore
Ottobre 2014
€ 15.00

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