BENVENUTI NEL XXI SECOLO: INTERVISTA A PAOLO ZARDI di Giulia Luciani

Paolo Zardi

XXI Secolo, l’ultimo libro di Paolo Zardi, è ufficialmente entrato a far parte della dozzina dei semifinalisti al Premio Strega, un grande traguardo anche per la piccola casa editrice che lo ha pubblicato, la NEO Edizioni. Il libro racconta la storia di un uomo, votato completamente alla sua famiglia, che si ritrova improvvisamente con la moglie in coma e, subito dopo, con la scoperta dei suoi tradimenti, mentre, in un futuro molto prossimo, la società galoppa verso la rovina. Dopo aver avuto il piacere e l’onore di leggere in anteprima e recensire il romanzo, abbiamo avuto la possibilità di intervistarne l’autore.

Il suo romanzo affronta due tematiche principali: una è relativa al protagonista, alle difficoltà che sta passando e alla sua evoluzione introspettiva, l’altra è relativa ad una società in decadenza, in un futuro distopico e senza speranza. Durante la narrazione questi due aspetti sono sempre equamente presenti e continuamente interconnessi, tuttavia il libro si intitola XXI Secolo. Perché la scelta di questo titolo e quella di portare avanti contemporaneamente la tragedia del singolo e quella della collettività? Vuole dare ad entrambi la stessa importanza nel corso del libro?

XXI-secolo-Paolo-ZardiIl romanzo è pensato come una storia di due voci che si alternano e si mescolano: c’è quella del protagonista, una terza persona un po’ ingenua, che vede la minuscola porzione di mondo che gravita attorno a quest’uomo semplice e ottimista, e poi c’è quella che racconta questo secolo sub specie aeternitatis, la voce di qualcuno che ha già visto come sono andate a finire le cose e ricorda, con un pizzico di stupore, l’assurdità di questi anni. A un livello un po’ più alto, il romanzo è la storia dell’effetto che produce il ventunesimo secolo sulle persone, e in particolare su una persona cresciuta in un’epoca nella quale c’era ancora la speranza di un futuro migliore: in questo senso la tragedia del singolo riflette quella della collettività.

Durante l’intero romanzo non compare mai il nome del protagonista, probabilmente (mi corregga se sbaglio) questo aspetto vuole sottolineare il completo annullamento della sua identità di fronte alle esigenze imposte dalla crisi del XXI secolo, prima tra tutti quella di mantenere una famiglia. Sarebbe corretto leggere in questa scelta anche l’interesse nel dare al lettore una maggiore immedesimazione nel personaggio, evidenziando come, in fondo, queste vicende potrebbero accadere a chiunque?

Come diceva Bernardo di Cluny, nomina nuda tenemus. Delle cose (e quindi delle persone…) possediamo solo i nomi. La prima cosa che fa Adamo, nella Genesi, è percorrere il Paradiso Terrestre in lungo e in largo per dare un nome a ogni cosa, conferendo loro l’esistenza; e non è un caso che l’ingresso ufficiale di un essere umano nel mondo avvenga attraverso il battesimo, la cerimonia con la quale riceviamo il nostro nome. Il personaggio non ha un nome perché di fatto non esiste: come lui stesso ammette, è un uomo che non è mai stato interessato a essere se stesso. Da un certo punto di vista, allora, la storia raccontata da questo romanzo è quella di un uomo che cerca di trovare il proprio nome, e quindi di iniziare ad esistere.

Nel suo libro l’implosione della società è molto prossima e non c’è spazio per la speranza, se non fosse per il fervido attaccamento che il protagonista mostra fino alla fine nei confronti dell’amore e della famiglia: sarà esclusivamente questo che ci salverà dal baratro verso cui ci sta trascinando il XXI secolo? E, soprattutto, riuscirà a salvarci completamente?

Il millenovecento è stato il secolo della predominanza del pubblico sul privato. Premio Strega LogoIdeologie di varia natura e colore hanno organizzato, migliorato, disintegrato la vita di centinaia di milioni di persone e pur nella loro diversità sono unite da un aspetto fondamentale: hanno fallito tutte. Il ventunesimo secolo, invece, è individualista, di un individualismo imposto con la forza, come attuazione di uno dei più vecchi principi della politica: dividi et impera. Ciascuno percepisce la propria solitudine sociale, e la totale mancanza di punti di riferimento condivisi, come potevano essere la Chiesa, il partito o il sindacato. Anche lo Stato come lo intendevamo trenta o quaranta anni fa è morto: il potere sta altrove, in strutture sovranazionali che a malapena intravediamo. Siamo tornati ai tempi del Leviatano di Hobbes, un mondo alla Darwin in cui la mancanza di strutture sociali sta trasformando gli uomini in lupi. Ma rimangono il privato, i rapporti personali, il calore della famiglia, per qualcuno la fede, e il nucleo di umanità che ci portiamo dentro e che non può essere negato. Sono anni di resistenza sentimentale, i nostri e la resistenza, nonostante quello che sostiene Walter Siti, serve a salvarci.

Un grande scrittore è, quasi sempre, un grande lettore: cosa legge Paolo Zardi e quanto di ciò che legge diventa uno spunto per ciò che scrive? Tornando a ciò che potrebbe aiutarci a sopravvivere al XXI secolo, ne L’idiota di Dostoevskij il principe Miškin dice che “La bellezza salverà il mondo.” Pensando all’arte, in particolare alla letteratura, fino a che punto è d’accordo con questa affermazione?

Le due attività, leggere e scrivere, sono strettamente collegate tra di loro: di fatto la seconda non esisterebbe se non fosse alimentata dalla prima. Quando leggo, alterno la lettura di romanzi e racconti con quella di saggi che spaziano dalla filosofia alla sociologia, dalle scienze cognitive alla biologia, dalla linguistica alla critica letteraria; e questi libri, quando mi colpiscono, finiscono inevitabilmente nelle storie che scrivo. Nel campo della fiction, quando scopro un autore lo esploro fino in fondo: è successo con Philip Roth, Vladimir Nabokov, David Foster Wallace, Milan Kundera, John Le Carrè, Martin Amis. Sono molto prudente nella scelta dei romanzi da leggere, nel senso che prima di comprare un libro passo mesi a raccogliere informazioni, a fare appostamenti… Il consiglio di un amico non è mai sufficiente: ne servono almeno due, provenienti da mondi completamente diversi per farmi decidere. Di tutta questa prudenza talvolta mi dispiaccio, perché sono sicuro di aver perso tante belle occasioni. Per quanto riguarda l’affermazione del principe Miškin, la condivido, ma solo in parte. La bellezza salva, su questo non ho dubbi, ma il complemento oggetto, il mondo, è un contenitore troppo ampio, e troppo generico, perché possa denotare qualcosa. La bellezza colpisce il cuore di una singola persona e le indica una possibilità: la salvezza che ne può derivare è un fatto del tutto personale, privato. Su larga scala, invece, credo si sottovaluti il potere della bruttezza: la pessima architettura e l’urbanistica dissennata, la televisione spazzatura e la plastificazione musicale creano mostri.

1377616_10205907510111033_6042646645894263268_nCom’è il suo rapporto con la NEO Edizioni, la casa editrice che ha pubblicato le sue raccolte di racconti, Antropometria e Il giorno che diventammo umani, e il suo ultimo romanzo, ora candidato al Premio Strega? Come state vivendo quest’esperienza?

Pubblicare con una piccola casa editrice, lavorare con loro, è un’esperienza estremamente positiva: si ha la possibilità di partecipare a tutto il processo creativo che sta dietro l’uscita di un libro, dalla scelta della copertina alle strategie di marketing. Con i dovuti aggiustamenti e un sacco di eccezioni, una piccola casa editrice assomiglia a un negozio sotto casa che propone prodotti DOP, mentre la grande è un supermercato dove si può trovare davvero di tutto ma dove manca un rapporto diretto con il produttore. In una piccola casa editrice si diventa amici anche degli altri autori del catalogo, ci si scambia pareri – tutti sentiamo di far parte di un progetto che ci coinvolge direttamente, Per questo motivo la candidatura al Premio Strega, e l’inclusione del libro nella dozzina in particolare, sono state vissute come un successo di questo gruppo di persone che, ostinatamente, ha scelto una strada diversa, meno battuta. Siamo felici ma, con un pizzico di presunzione, aggiungo che non siamo per niente increduli: pensiamo di aver lavorato bene, con determinazione e coraggio, e che l’attenzione del Premio Strega verso il nostro libro sia un bellissimo riconoscimento di questo sforzo.

Il regolamento del Premio Strega di quest’anno recita: “Se nella graduatoria dei primi cinque non è compreso almeno un libro pubblicato da un editore medio-piccolo […], accede alla seconda votazione il libro (o in caso di ex aequo i libri) con il punteggio maggiore, dando luogo a una finale a sei (o più) candidati.” Cosa ne pensa di questo nuova regola?

Il Premio Strega ha dimostrato che, nonostante i suoi sessantotto anni, ha ancora voglia di mettersi in discussione, e di trovare nuove strade per continuare a essere uno dei premi più prestigiosi in Italia. La mia sensazione è che qualcuno si sia reso conto che il peso, la forza e la storia delle grandi case editrici rischiavano di nascondere un mondo, quello della piccola editoria, che esiste ed è vitale: è sufficiente andare alla “Più libri più liberi”, la Fiera della Piccola Editoria di Roma che si tiene a dicembre, per intercettare quel fermento, e valutarne la consistenza. L’introduzione di questa regola, che affettuosamente viene indicata con il nome di “quote nane”, ha dato coraggio ai piccoli editori, e, forse, una spinta ai grandi a osare di più. È presto per capire il reale impatto di questo cambiamento, ma la direzione, lo possiamo dire già adesso, mi pare quella giusta.

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