VIAGGIO AL TERMINE DI CÉLINE di Patrizio Paolinelli

Celine

A quasi cinquant’anni di distanza dalla prima edizione francese è oggi disponibile nelle librerie italiane “La morte di Céline” di Dominique de Roux (1935–1977), Lantana editore, a cura di Andrea Lombardi, traduzione di Valeria Ferretti.

A differenza di quel che lascia presumere il titolo non si tratta di una ricostruzione degli ultimi giorni di Céline a Meudon. Al contrario, La morte di Céline è una biografia. Ma una biografia molto particolare: emotiva, poetica, partigiana, scritta con uno stile che alcuni ritengono céliniano, altri no e comunque assai incline a cedere al fascino della leggenda che lo stesso Céline costruì intorno a se stesso più che alla realtà storica. Come noto, all’indomani dello straordinario successo del Viaggio al termine della notte, Céline offrì una vita immaginaria ai giornalisti e al pubblico che bramavano di conoscere l’oscuro medico della banlieue diventato all’improvviso una celebrità letteraria. A chi gli domandava del suo passato Céline fantasticava di un’infanzia rubata dalla miseria, di una ferita alla testa procurata in combattimento durante la Grande Guerra, di quattro anni di lavoro come operaio nelle officine Ford e via di questo passo finché arrivò a ingannare persino se stesso e a credere alle proprie fantasie.

Dominique De Roux

Dominique De Roux

Anche quest’ultima affermazione va presa con beneficio di inventario perché quando si affronta Céline si deve mettere nel conto la fusione tra vita reale e vita immaginaria, tra verità strumentale e verità emotiva. Allo stesso tempo va tenuto presente che l’autore del Voyage era un uomo molto pratico e molto efficiente nella gestione della propria immagine e della propria esistenza. Cercò sistematicamente si dare di sé l’idea di essere un outsider e dopo la Seconda guerra mondiale recitò efficacemente la parte del perseguitato squattrinato. Sul piano dell’immagine l’autore del Voyage aveva la stessa straordinaria capacità di Curzio Malaparte di manipolare i mass-media anziché esserne manipolato. Céline: “Naturalmente nelle interviste diverto la platea, buffone per quanto posso”. Sul piano della vita materiale, non trascorse né un’infanzia, né una giovinezza, né una vecchiaia in povertà. Gestiva con estrema oculatezza il denaro che guadagnava (e ne guadagnò tanto); certo, conobbe momenti di difficoltà, soprattutto nei sei anni di autoesilio in Danimarca, ma non fu mai un indigente come spesso faceva credere ai suoi interlocutori e come si atteggiò al suo rientro in Francia dopo l’amnistia. L’elenco delle contraffazioni di Céline è così lungo che persino Pol Vandromme in un’amichevole biografia osserva: Céline “ha sempre indossato una maschera, in pubblico, e persino davanti ai suoi familiari e amici”. Allora perché de Roux prende per buona la vita fittizia narrata dall’autore del Voyage? Per calcolo politico (il che, per evitare cattive interpretazioni, è del tutto legittimo).

Dominique de Roux è stato un intellettuale e un promotore della cultura di destra. Da giovane fonda la rivista “Cahiers de l’Herne” con cui riporta all’attenzione del pubblico autori compromessi col nazifascismo come Ezra Pound e appunto Céline a cui i “Cahiers de l’Herne” dedicano un volume monografico nel 1963. Si trattò di un atto di coraggio in tempi in cui i conflitti ideologici erano acutissimi e gli echi della Seconda guerra mondiale, per quanto lontani, si facevano ancora sentire nella memoria dei sopravvissuti. Céline era bollato di collaborazionismo, di razzismo e aveva finito i suoi giorni autorelegandosi a Meudon, poco fuori Parigi, vestito come un clochard (una posa dettata da un’avarizia diventata patologica con l’età e dalla nuova immagine di sé che aveva deciso di dare in pasto a giornalisti e Tv). L’ostracismo non gli aveva tuttavia impedito di tornare agli onori delle cronache letterarie con la “Trilogia del Nord”. Ma non bastava. Occorreva in qualche maniera liberarlo dal pesantissimo fardello dei pamphlet antisemiti e anticomunisti: Bagatelle per un massacro (1937), La scuola dei cadaveri, (1938), La bella rogna (1941). L’eliminazione di questa zavorra costituisce l’obiettivo politico dell’operazione di de Roux con “La morte di Céline”. Riesce nello scopo? Non molto francamente. L’anticomunismo resta indiscusso e possiamo comprenderlo. Anche se occorrerebbe interrogarsi sui motivi per i quali nel secondo dopoguerra la destra, in nome della libertà e dei valori della tradizione, si è schierata col capitalismo che per sua natura è distruttore di ogni tradizione e ammette una sola libertà: quella di consumare.

Ferdinand Céline

Ferdinand Céline

L’antisemitismo invece è liquidato in poche battute. Scrive de Roux: “Per Céline, il termine Ebreo non ha il suo significato abituale. Non indica un preciso gruppo etnico e religioso: lo dimostra il fatto che sotto questo vocabolo avrebbe potuto raggruppare tutti gli uomini, compreso lui. Il termine, ai suoi occhi, ha qualcosa di magico. Vi ripone tutta la sua paura. L’Ebreo, per lui, è il profittatore della guerra, quello che la voce popolare chiama il mercante d’armi, le Duecento Famiglie”. C’è del vero in quanto sostiene de Roux. La paura ad esempio ha costituito il motore principale della vita di Céline (soprattutto paura della povertà e della diversità: due ingredienti tipici della miscela morale piccolo-borghese). Tuttavia, in tema di razzismo le cose non stanno come afferma il fondatore dei “Cahiers de l’Herne”. Seppure con ragionamenti da bar di periferia, nei tre libelli Céline individuò nell’ebreo e nel comunista i diversi di cui il mondo doveva sbarazzarsi. A questo proposito sarebbe utile che i pamphlet di Céline fossero pubblicati in modo da permettere un dibattito aperto proprio in un momento in cui il razzismo è tornato a soffiare forte in Europa.

La morte di Céline non poteva essere scritta che con un linguaggio poetico proprio perché costituisce l’apologia di un’esistenza. Dalle pagine di de Roux, Céline appare spesso come un incompreso: innanzitutto dalla Repubblica delle lettere con i suoi intrighi e la sua pochezza. In realtà Céline è un uomo profondamente ambizioso. Della perdita del Goncourt fece una malattia. Non gli bastavano le stratosferiche vendite del “Voyage”. Voleva il riconoscimento ufficiale della comunità letteraria perché era un autodidatta e massima aspirazione dell’outsider è il successo all’interno dell’establishment oggetto di disprezzo. Questa dinamica non emerge dalla biografia di de Roux. Emergono tuttavia tanti altri elementi ancor oggi degni di attenzione. Prendiamone uno: la politica. Una disciplina di cui Céline non aveva il bernoccolo, tant’è che nessun partito gli dava ascolto. Ma pur con tutti i suoi errori Céline si fece carico dei problemi del mondo sognando il ritorno dei legami comunitari e pagando per le sue scelte. Quanti intellettuali oggi sono disposti a battersi per un progetto di società?

La morte di Céline
di Dominique de Roux
Lantana editore 2015
16 euro

Patrizio Paolinelli, VIAPO, inserto culturale del quotidiano Conquiste del Lavoro, 4 luglio 2015.

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