il cammino della dignità

“Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”

Così recita il primo articolo della Dichiarazione Universale dei diritti umani. E a nessuno sfuggirà la distanza ancora da colmare tra quanto proclamato nel 1948 e la realtà del nostro presente. Basti pensare al diritto al lavoro, che deve essere quotidianamente affermato, nonostante rappresenti uno dei due principi fondamentali della Costituzione italiana.

Meno immediato è il giudizio sulla parola dignità all’interno di un’etica pubblica che per sua natura è storicamente variabile e passibile di discussione. Tuttavia parole-chiave come dignità, diritto e fratellanza resistono nel tempo, mutano nel corso delle vicende storiche, addirittura cambiano significato, ma obbligano comunque i parlanti a confrontarsi con i valori che si portano dietro. Nicola Casaburi si è fatto carico di ricostruire il percorso storico di uno di questi concetti in un libro snello e stimolante intitolato: Il cammino della dignità. Peripezie, fascino, manipolazioni di una parola.

A detta dell’autore uno dei motivi che l’ha indotto a impegnarsi nella ricostruzione del significato di dignità è l’attuale Babele che regna intorno a tale termine. Oggi infatti ci si può imbattere nelle affermazioni più disparate. Se da una parte l’autorevole voce di Papa Bergoglio afferma che: “L’affamato chiede dignità, non l’elemosina” (riprendendo in tal modo una concezione umanistica della persona), dall’altra parte, cultori dell’effimero arrivano a sostenere con estrema disinvoltura che “il cibo è cultura e il vino, l’olio, i formaggi e i salumi nazionali hanno la stessa dignità del Colosseo o dei Musei fiorentini”. Casaburi si diverte poi a inanellare una serie di applicazioni dell’idea di dignità al cibo: la dignità del fritto misto, dell’asparago e del cefalo. Un uso così esteso del termine indica che siamo in una fase di transizione semantica che consente di applicare l’idea di dignità a ciò che più aggrada o, peggio ancora, a ciò che più conviene. E quando una parola si alleggerisce fino a questo punto si assiste a un doppio movimento: da un lato, è depotenziata nel suo interagire con la realtà (se tutto ha dignità, alla fine niente ha dignità); dall’altro, l’abuso del termine rivela comunque quanto sia irrinunciabile. Proprio per tale motivo la società sta cercando di assegnare alla dignità un nuovo significato.

Per mettere ordine in questa complicata vicenda Casaburi segue passo passo le molteplici vite del concetto di dignità – dalle origini classiche all’attuale stallo – attraverso brevi capitoli che spingono il lettore interessato a questo o quel periodo storico a ulteriori approfondimenti. Una cosa è infatti il concetto di dignità per Cicerone, un’altra per i Padri della Chiesa, un’altra ancora per Rousseau, Mazzini e così via. Tuttavia, al di là delle differenti convinzioni, nel momento in cui la dignità ha iniziato a non essere considerata più appannaggio esclusivo delle élite (come era ad Atene, Sparta e durante il Medioevo) ha iniziato ad accogliere nel suo alveo altre parole chiave. Una è quella di humanitas, ossia la dignità dell’uomo nella sua interezza fisica e psichica. È con Pico della Mirandola che la dignità muove i suoi primi passi verso la modernità: la dignità è sì un dono divino, ma è anche frutto di un soggettivo progetto di virtù e conoscenza. Dalla dignità medioevale – che si trascina dietro il senso di colpa del peccato originale ed è riservata solo ai credenti – si inizia a passare a una dignità umanistica – espressione di una fede gioiosa fondata sulla libertà di tutti, credenti e non credenti. Pico apre così la strada al giusnaturalismo: la dignità è “una dote intrinseca alla natura stessa dell’uomo”. Verrà poi il Rinascimento e la crisi di una nobiltà incapace di tenere il passo con le trasformazioni del modo di produzione indotte dal progressivo affermarsi del capitalismo. In questo divenire il concetto di dignità è identificato principalmente con quello di libertà. E da qui fino alla Rivoluzione francese, il concetto di fratellanza sarà il terzo compagno di viaggio della dignità.

Siamo così giunti alla presa del potere da parte della borghesia. La quale del concetto di fratellanza non sa proprio che farsene. Mentre quelli di libertà e eguaglianza valgono solo formalmente: di fatto il proletariato industriale non gode degli stessi diritti economici, civili e politici della nuova classe dominante. In un capitolo del libro Casaburi interpreta “Il Quarto Stato” di Pellizza da Volpedo come una “marcia della dignità”. Dignità della persona innanzitutto. D’altra parte, che dignità può avere un operaio sfruttato in maniera disumana e che vive in condizioni miserrime? Proprio per ribellarsi contro una vita indegna di essere vissuta il proletariato urbano e rurale tenterà di diventare Primo Stato. Un sogno da cui i movimenti di emancipazione dei lavoratori si desteranno negli anni Novanta del secolo scorso.

Alle soglie del nuovo millennio la dignità non si sa più bene cosa sia visto che come dimostra Casaburi è utilizzata qualche volta a proposito e assai più spesso a sproposito. Alla fine della sua indagine l’autore propone una definizione di dignità secondo la quale il lemma presenta due profili: uno passivo, con cui la dignità è diritto di ognuno al rispetto della propria libertà e della propria persona; e uno attivo, che comprende il precedente profilo a cui Casaburi aggiunge un’idea di dignità intesa sia come esercizio delle virtù personali (le ciceroniane saggezza, giustizia, forza, temperanza) che come rispetto di ogni altra forma di vita (animale e vegetale). In conclusione: perché leggere Il cammino della dignità? Perché costituisce un percorso utile a ritrovare il senso delle parole in una società come la nostra, ormai permeata dal progressivo assottigliamento dei concetti e dalla conseguente perdita dei valori.

Il cammino della dignità. Peripezie, fascino, manipolazioni di una parola
di Nicola Casaburi
Ediesse, 2015
13,00 euro

Patrizio Paolinelli, VIAPO, inserto culturale del quotidiano Conquiste del Lavoro, 20 giugno 2015.

 

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