L’UMANITÀ DI VITTORINI di Daniela Esposito

Uomini-e-no

Uomini e no di Elio Vittorini

Scritto nel 1944, nel pieno delle lotte partigiane, Uomini e no è uno dei primi libri sulla Resistenza italiana. Pubblicata da Bompiani nel 1945, l’opera rappresenta pienamente l’impegno ideologico della figura dell’intellettuale nel dopoguerra, atteggiamento promosso da Vittorini nell’editoriale della sua rivista «il Politecnico», e caratteristico del contemporaneo orientamento culturale conosciuto col nome di Neorealismo. Un romanzo del suo tempo, dunque, se non fosse che, al di là dell’impegno politico, l’autore si distacca completamente dalle regole stilistiche che governano gran parte della letteratura neorealistica, di cui rifiuta la mimesi neonaturalistica e documentaria ispirata ai modelli ottocenteschi. In quest’ottica si pone la polemica con Palmiro Togliatti sui rapporti tra politica e cultura. Nel rivendicare la piena autonomia di quest’ultima, lo scrittore siciliano respinge i tentativi d’indirizzamento del Partito Comunista, cui gran parte degli intellettuali di sinistra erano legati in quegli anni, tra i quali lo stesso Vittorini. Di qui, il rifiuto della scrittura come mera cronaca e la rivalutazione dei modelli del Decadentismo europeo, della letteratura americana e delle avanguardie.

elio vittoriniUomini e no è dominato da uno stile lirico che si accentua nei dialoghi dei personaggi, costruiti su frasi brevi e ripetitive che contribuiscono a creare un effetto di compiutezza e solennità. L’azione principale, che vede le vicende di un gruppo di partigiani a Milano, è spesso interrotta dall’intrusione dell’autore, il quale apre delle finestre meta-testuali come sedi di riflessione sulle situazioni narrate, sull’uomo e la sua umanità. Particolarmente sensibile riguardo alla sofferenza umana causata dall’oppressione, dalla dittatura e dalla guerra, Elio Vittorini pone nel titolo dell’opera un quesito, più che una netta distinzione, il senso del quale è contenuto nei paragrafi CIV-CVII. Dopo che un ufficiale nazista ha fatto sbranare dai suoi cani il venditore ambulante Giulaj, colpevole di avergli ucciso una cagna, l’autore si interroga: “[…] noi presumiamo che sia nell’uomo soltanto quello che è sofferto, e che in noi è scontato. […] Ma l’uomo può anche fare senza che vi sia nulla in lui, né patito, né scontato, né fame, né freddo, e noi diciamo che non è l’uomo. Noi lo vediamo. È lo stesso del lupo. Egli attacca e offende. E noi diciamo: questo non è l’uomo. Egli fa con freddezza come fa il lupo. Ma toglie questo che sia l’uomo? Noi non pensiamo che agli offesi. O uomini! O uomo! […] E chi ha offeso cos’è? Mai pensiamo che anche lui sia l’uomo. Che cosa può essere d’altro? D’avvero il lupo?[…]”.

La distinzione tra buoni e cattivi postaci davanti per tutta la durata del romanzo, viene meno in questa riflessione in cui Vittorini sostiene che anche le azioni giudicate inumane facciano in realtà parte dell’uomo, altrimenti non sarebbero possibili; di conseguenza il male è insito nella natura umana, così come il bene. Questa conclusione non rappresenta una rinuncia: Vittorini non si rassegna e promuove la solidarietà umana come unica arma per affrontare la violenza e la sopraffazione, proprio sulla base di quanto si è detto, ovvero che l’uomo si riconosce nell’uomo quando questi è offeso ed è tale circostanza, quindi, a determinare la maggiore umanità di certi uomini su altri. In sintonia con quest’idea si svolge il destino del protagonista dell’opera, chiamato col nome in codice Enne 2, così come l’episodio finale in cui un giovane partigiano risparmia la vita a un tedesco perché costui “era troppo triste”.

I personaggi di Uomini e no non sono eroi, ma persone umili che hanno scelto di Il Politecnicocombattere contro il nazifascismo non per qualche particolare idealismo ma perché è la cosa “più semplice” da fare, una spinta che viene dall’interno al di là delle contingenze che incidono sulla vita quotidiana. Lo stesso Enne 2 possiede un carattere problematico e tormentato, che esce allo scoperto negli incontri che l’autore gli riserva in quelle parentesi surreali cui si è precedentemente accennato. Il narratore gli concede di entrare a far parte delle sue riflessioni e di ritagliarsi delle vie di fuga dalla realtà in cui rifugiarsi con la donna amata. Fughe quasi sempre collocate in un passato lontano che riflette un altro tema caro alla poetica di Vittorini: il mito dell’infanzia, l’unica in grado di restituire all’individuo la sua vitale libertà d’azione.

 

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