L’AMORE CHE NON CHIEDE NULLA IN CAMBIO

l'amore al tempo della globalizzazione

di Patrizio Paolinelli

L’amore-agape. Un nuovo strumento per interpretare le relazioni sociali

L’interesse della sociologia per la vita privata, la coppia e la sessualità è maturato soprattutto con l’affermazione dei movimenti delle donne nella seconda metà del Novecento. Tramontati quei movimenti l’interesse è scemato e comunque da sempre la tematica dell’amore – pur così ben radicata nella sfera dell’intimità – è stata affrontata dalla sociologia con molte riserve, peraltro confermate da illustre eccezioni quali quelle di Simmel e Sorokin. Oggi viviamo in una società in cui i rapporti umani sono prevalentemente strumentali, una società che potremmo definire del disamore mentre l’erotismo è dappertutto. Se a questi fenomeni aggiungiamo il costante aumento della povertà, la conseguente polarizzazione fra classi e la paura collettiva del futuro è evidente che occorre ricorrere a nuovi chiavi di lettura del sociale e a nuove pratiche relazionali per spiegare e superare un mondo tendenzialmente infelice. Mossi da questo intento alcuni sociologi e studiosi del servizio sociale – di diverse nazionalità e facenti parte del gruppo Social-One (Scienze Sociali in Dialogo) – hanno recentemente rilanciato la questione dell’amore e raccolto le loro riflessioni in un libro intitolato: L’amore al tempo della globalizzazione. Verso un nuovo concetto sociologico.

La versione dell’amore di cui si occupano gli autori del libro è quella di agape, ossia l’amore disinteressato, l’amore che non chiede nulla in cambio e che finora ha costituito un oggetto di dibattito per la teologia e, in misura minore, per la filosofia. Il volume – curato da Vera Araújo, Silvia Cataldi e Gennaro Iorio – è diviso in tre parti: nella prima, l’idea di amore-agape è proposta come un nuovo concetto per le scienze sociali; nella seconda, la proposta è messa a confronto con l’opinione di alcuni autori contemporanei (Axel Honneth, Paulo Henrique Martins, Luc Boltanski, Michael Burawoy, Annamaria Campanini); infine, nella terza parte del libro sono presentati quattro studi di caso: 1) l’osservazione dell’azione professionale di alcune assistenti sociali in Sardegna; 2) la riflessione sul rapporto assistente-assistito in un’esperienza nord-americana; 3) il dialogo religioso tra cristiani e musulmani in una comunità algerina; 4) il ritorno a Napoli della tradizione del “caffè sospeso” (l’usanza di lasciare al bar un caffè pagato e destinato a sconosciuti che si trovano in difficoltà economiche). Chiude il volume un “Glossario” di settanta pagine la cui funzione è quella di stabilire le differenze tra l’agape e concetti a essa limitrofi quali ad esempio: aiuto, altruismo, dono, empatia, reciprocità.

In una società in cui la morale dominate è quella mercantile e dove la forma di amore trionfante è quella dell’eros, proporre il tema dell’amore-agape è una sfida. Come per tutti gli atti di sfida occorre una certa dose di coraggio per lanciarla. E va detto che davvero coraggioso, tanto va controcorrente, é il tentativo dei curatori del libro di rinnovare la relazione tra teologia e sociologia attraverso la traslazione del concetto di agape dal primo al secondo campo disciplinare. Rinnovare e non inaugurare perché in passato la relazione fra le due materie ha avuto dei momenti assai fecondi. Basti pensare al concetto di carisma, che Weber mutua dal lavoro dei teologi, e a quello di habitus, sviluppato da Bourdieu sulla scia del pensiero di Tommaso D’Aquino. All’interno di questo ripensamento del rapporto tra teologia e sociologia l’agape rimette sul tavolo della discussione i temi dell’emancipazione e del legame sociale. Rispetto all’andamento della nostra società l’approccio è dunque critico nei confronti delle interazioni fondate sul calcolo ed è innovativo nei confronti della sociologia perché pone il problema di agire nel concreto. Detto in altri termini, lo statuto dell’amore-agape non si dà senza il suo riscontro nella realtà di tutti i giorni: “L’agape si mostra nella sua prassi. Quindi non è un agire utilitaristico […] L’agape per nascere non presuppone neanche reciprocità, in quanto chi ama, spesso, si trova a rompere il circuito del rendere: ad esempio non restituisce uno schiaffo a chi l’ha dato per primo. […] L’anonimo, l’ostile, l’ingrato sono tre tipi che non annullano l’agape, non l’intaccano, proprio perché eccedente, nel senso indicato di essere capace di offrire molto più di quanto la situazione richieda, per cui può esistere pur senza il ritorno della reciprocità”. Se l’agape non presuppone la reciprocità, tuttavia non la esclude in osservanza al comandamento di Gesù “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi” (Gv 13,34); più semplicemente l’agire agapico non si aspetta restituzioni né tantomeno le reclama.

Come si vede da questi passaggi il concetto di amore-agape non investe solo la speculazione teorica ma è anche un invito all’azione. In sostanza un invito a fare del bene sempre e comunque. Naturalmente ci può essere chi predica l’agape e non lo mette in pratica. A parte questo estremo, proprio perché fuori dalla logica illuminista del progetto sociale, non c’è alcuna pretesa che agire esclusivamente per amore dell’umanità debba essere una condizione perenne nella giornata degli individui. D’altra parte non sarebbe possibile perché chiedere di rinunciare all’amore di sé è possibile solo in circostanze eccezionali (vedo una persona in mare che sta affogando e nonostante ci sia burrasca mi butto in acqua per salvarla). Sebbene l’agire agapico non abbia pretese prescrittive e sebbene sul piano della trattazione sociologica si affacci nel panorama concettuale del servizio sociale, la sua utilità è quella di costituire uno strumento che vada al di là di campi d’applicazione come l’assistenza sociale e le pratiche di aiuto per chi si trova in uno stato di vulnerabilità. Pensiamo ad esempio al rapporto tra amore-agape e libertà. Se è vero che la libertà si esprime nel fare del bene, allora è l’intera area della vita quotidiana ad essere interessata dall’agape.
Quanto sia problematico fare del bene è un’esperienza comune. Esperienza che peraltro emerge chiaramente dalle cautele registrate nelle interviste agli autori che discutono il concetto di agape. Axel Honneth, ad esempio, ritiene che sia assai più intorno all’amore stricto sensu, alla solidarietà e alla legge che si strutturano i legami sociali nella nostra società. Perciò la solidarietà costituisce la risorsa principale e deve essere mantenuta all’interno del linguaggio dei diritti sociali che si esprimono attraverso il sistema del Welfare state. Un altro intervistato, Luc Boltanski, si chiede quanto sia desiderabile e possibile un mondo tutto di agape pur riconoscendo che nella nostra società ci sono alcuni momenti di amore universale. Nell’amore-agape, sostiene Boltanski, sussiste l’aspetto del dono –un dono dal quale non si aspetta ritorno – e tuttavia la teoria del dono è difficilmente traducibile in politica se non al prezzo di una semplificazione dell’economia che non pare essere nel novero delle cose. Come si vede L’amore al tempo della globalizzazione ha aperto un dibattito. Un dibattito che ci auguriamo investa la sociologia, ma soprattutto la società italiana per contribuire a farla uscire dalla spirale utilitarista nella quale è precipitata.

Patrizio Paolinelli, VIAPO, inserto culturale del quotidiano Conquiste del Lavoro, 26 settembre 2015.

L’amore al tempo della globalizzazione. Verso un nuovo concetto sociologico
di Vera Araújo, Gennaro Iorio, Silvia Catldi
Città Nuova, Roma 2015
25,00 euro

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