L’INDUSTRIA CREATIVA E CULTURALE

L'ARTE DI PRODURRE

Di Patrizio Paolinelli

L’arte di produrre Arte. Imprese italiane del design a lavoro, un volume curato da Pietro Antonio Valentino

Seppur tardivamente anche in Italia la cultura – intesa come volano per la produzione di ricchezza – sta destando sempre più attenzione tra gli economisti e nell’opinione pubblica. Ben vengano pertanto libri come quello curato da Pietro Antonio Valentino: L’arte di produrre Arte. Imprese italiane del design a lavoro. Il volume consiste in un corposo rapporto di ricerca realizzato dal Centro Studi “Gianfranco Imperatori” dell’Associazione Civita con il contributo e la collaborazione della Fondazione Roma Arte-Musei. La ricerca si divide in due parti: la prima è di tipo quantitativo e analizza l’Industria Creativa e Culturale (ICC) nel suo complesso; la seconda è maggiormente qualitativa e indaga il rapporto tra design e mondo produttivo. L’indagine si focalizza sul settore privato dell’ICC e prende in esame quattro comparti: Editoria, TV e cinema; Design, web, Pubblicità e Pubbliche Relazioni; Arti visive; Beni culturali.

Tra gli obiettivi principali del rapporto c’è quello di fornire informazioni, interpretazioni e proposte ai decisori politici in modo da aiutarli ad assumere iniziative per lo sviluppo delle attività culturali e delle economie locali. Possiamo solo fare gli auguri all’Associazione e al prof. Valentino visto che questo loro obiettivo si trova davanti uno degli ostacoli maggiori alla crescita delle ICC: la sordità della classe politica italiana nei confronti della cultura e della creatività (le cui imprese sono considerate di serie B nonostante i successi del Made in Italy).

Far cambiar opinione ai politici italiani sarà un’impresa ardua. Ma la forza delle cose potrà forse convincerli a intervenire date anche le scarse prospettive del manifatturiero e del mattone. E la forza delle cose si presenta, come ormai capita da molti anni a questa parte, nel segno della crisi e nella necessità di un rilancio del comparto viste le opportunità di mercato che ancora presenta. Dai dati dell’indagine curata da Valentino emerge un fenomeno preoccupante: la perdita di addetti e imprese è più accentuata nei settori che dovrebbero essere maggiormente innovativi, l’Informatica e l’ICC. Il che la dice lunga sulla capacità del nostro Paese di tenere il passo con i concorrenti europei. Ma le cattive notizie non finiscono qui. Tra il 2011 e il 2012 il numero delle imprese dell’ICC si è ridotto del 6,1%, mentre il numero degli occupati è passato dalle 355.231 unità del 2010 alle 326.493 del 2011 (-8,1%). Due sono i fattori che hanno colpito negativamente tutti i comparti dell’ICC: la riduzione della domanda e la riduzione del sostegno pubblico al settore. Il che ha condotto a una terza riduzione: la microimpresa si è fatta ancora più micro attestandosi nel 2011 a 1,9 addetti per azienda (-0,1 rispetto all’anno precedente).

Se cinema, editoria, pubblicità e arti visive navigano in cattive acque, qualche segnale di speranza giunge dal settore del design. Settore che si caratterizza per due motivi: investe in ricerca e sviluppo ed è virtuosamente integrato col manifatturiero, in particolare con le produzioni del Made in Italy. D’altra parte, il miglioramento della qualità e l’ampliamento della gamma dei prodotti rappresentano le principali strategie che le imprese mettono in atto per competere sui mercati. Dall’indagine risulta infatti che nel 2011 le aziende italiane hanno investito circa 4 miliardi di euro nelle attività del design, contro i 3,5 miliardi circa di Germania e Regno Unito e 1,5 e 1,1 miliardi di Francia e Spagna. Ciò significa che tramite il design i nostri prodotti hanno un valore aggiunto in termini di gusto e bellezza che ci permette di essere competitivi sul mercato mondiale. Le ricerche sul campo – effettuate nelle aree dove sono maggiormente concentrate le eccellenze del Made in Italy (Lazio, Lombardia, Marche e Veneto) – mostrano che le forme con cui si concretizzano i rapporti tra Industria e Design dipendono dai settori merceologici e dalla dimensione dell’azienda. Tuttavia, in genere si passa dalla consulenza esterna più o meno stabile all’integrazione dei designer nell’organico aziendale tramite l’istituzione dell’ufficio stile o dell’aerea ricerca e sviluppo. A proposito di designer la quantificazione della categoria è controversa: dipende dalle figure che si fanno rientrare nella classificazione. Il Censimento dell’industria del 2011 parla di circa 43mila addetti, mentre Valentino arriva a 149mila unità inglobando anche i dipendenti delle imprese che operano nei settori del “bello e ben fatto” (calzature, abbigliamento, mobili) e gli architetti.

Nei quattro ambiti regionali oggetto di indagine la ricerca evidenzia come il processo di rinnovamento dei distretti produttivi locali proceda in modo differenziato configurando scenari e opportunità di sviluppo nettamente diversi. In Lombardia la forte competitività e la concentrazione della domanda tendono a isolare le realtà aziendali più periferiche e meno equipaggiate. In Veneto, dopo anni di crescita, il sistema produttivo regionale deve raccordarsi maggiormente con i servizi avanzati di knowledge management per quanto concerne ricerca, assistenza, comunicazione e promozione. Nel Lazio l’integrazione tra design e imprese è ancora in fase iniziale. È quindi necessario sostenere le professioni emergenti per facilitare contatti e scambi con i sistemi produttivi locali. Nelle Marche le imprese più lungimiranti hanno attirato nel tempo designer da tutto il mondo. Oggi si pone l’esigenza di replicare su scala regionale queste esperienze. Come si vede il panorama è molto complesso e peraltro investe pure il tema della formazione. La speranza è che il mondo politico apra gli occhi e si accorga finalmente che anche con la cultura si mangia.

L’arte di produrre Arte. Imprese italiane del design a lavoro
A cura di Pietro Antonio Valentino
Marsilio Editori 2013,
27 euro

Patrizio Paolinelli, VIAPO, inserto culturale del quotidiano Conquiste del Lavoro, 29 novembre 2014.

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