L’intellettuale ai tempi dell’Isis

urlo-munch

di Mario Michele Pascale

Ci eravamo occupati già una volta, con la penna di Viviana Minori, delle tragedie legate al terrorismo. Era il tempo della strage alla redazione di Charlie Hebdo. Provo un estremo disagio a trattare di nuovo l’argomento: la violenza integralista, la metodologia del terrorismo, erano cose che volevamo dimenticare tra le pieghe della storia. Un momento che non si ripetesse mai più. Eppure è accaduto di nuovo. Non voglio dilungarmi in analisi politiche e geo politiche, che ho già fatto altrove. Voglio soffermarmi sul ruolo che la cultura, come luogo di produzione di ideologia, può avere nel contrastare la barbarie.

L’Occidente non è religione, la religione pervade ogni angolo del mondo. Quel che ci contraddistingue, come comunità ideologica, è la capacità di esercitare sia la critica alle dominanti culturali, rigenerandole di continuo, che il diritto di resistenza all’ingiustizia, guardando in faccia chi tradisce il patto di cittadinanza che lega cittadini e leviatano, che di pensare, progettare ed attuare un mondo nuovo. L’Europa è terra di illuminismi, di utopie e di rivoluzioni. Queste, a loro volta, generano reazioni. Più profondamente incidono le idee nuove, più violenta è la reazione. Il ruolo degli intellettuali, ovvero di coloro i quali analizzano l’esistente e descrivono il nuovo, è cruciale. Negli ultimi anni, complice una crisi generalizzata dei grandi sistemi di riferimento del Novecento, si è colpevolmente abbassata la guardia. Il lavoro intellettuale è diventato un semplice esercizio, appunto, brutalmente lavorativo, privo di capacità progettuale. Bisogna invertire la tendenza.

Come si diceva l’Occidente è illuminismo. Questo porta con se due idee forti: libertà e giustizia sociale. Se noi non esercitiamo più la nostra libertà, se accettiamo una restrizione dei nostri diritti in nome della sicurezza, se esercitiamo su noi stessi, mentre scriviamo, una censura preventiva per non urtare le sensibilità della sfera religiosa, se abbiamo paura di andare nei luoghi affollati in cui si presentano idee scomode, l’Isis avrà vinto. Se rinunciamo ad essere cittadini a 360°, facendoci carico, per le nostre competenze, anche delle questioni sociali, se rinunciamo all’analisi dell’esistente ed alla progettualità, l’Isis avrà vinto. E questo non lo possiamo permettere. Onorare i morti di Parigi, che di certo non hanno alcuna colpa del comportamento delle grandi potenze occidentali e delle loro mire imperialiste, sicuramente vuol dire piangerli e ricordarli con affetto. Ma vuol dire anche portare in superficie la nostra rabbia e la nostra determinazione. Vuol dire discutere, scrivere, parlare ancora più forte. Senza nessuna paura. Onorare i morti di Parigi vuol dire, per chi fa cultura, rivalutare il ruolo sociale e propulsivo degli intellettuali. Vuol dire far aprire gli occhi sulle concrete possibilità dell’avvenire.

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