bue e asinello

di Mario Michele Pascale

Una calca, un vocio diffuso ed il click clack delle tastiere del pc. In sottofondo le stampanti laser compiono il loro dovere. La sede del comitato “Bue & Asinello liberi” è un brulichio di vita e militanza. Una signorina molto gentile, in stile casual, mi da il benvenuto pregandomi di seguirla. Si volta, precedendomi. Ha un collo bellissimo, diafano, con una leggera peluria bruna. I capelli biondo camomilla appena tinti sono tenuti insieme sulla nuca da un nodo attorcigliato intorno ad una matita. Il mio sguardo si poggia, volente o nolente, sui leggins d’ordinanza. Non osceni, né casti: diciamo quella via di mezzo che, pur svelando l’anatomia e la qualità dell’intimo, non induce a pensieri immediatamente sconci. Li lascia serpeggiare nell’anima per poi liberarli ad ore di distanza, magari in situazioni maggiormente incresciose. Davanti ad un gelato allo yogurt, ad esempio. Difficilmente si potrà spiegare a quelli che saranno intorno a noi la relazione che intercorre tra il frozen farcito di frutti di bosco e la libido.

Divago e seguo matita e fondo schiena. La ragazza si volta, mi sorride e mi dice di pazientare un attimo sedendomi. Una seduta da ufficio decisamente lisa, che ha visto evidentemente diverse campagne e moltissime battaglie, mi ospita. Di tanto in tanto da qualche gloriosa lesione del tessuto fuoriesce la gommapiuma. Come accade a molti veterani alcune ferite di guerra non si rimarginano mai.

Passano alcuni minuti, sette, forse otto. Da una porta esce un gruppetto di volontari, ognuno dei quali pretendeva di possedere l’unica strategia di comunicazione possibile: sfrecciano nell’aria i like e le condivisioni, volano le foto su Instagram e frotte di uccellini cinguettano nel web. Poi, per un interminabile attimo, fu il silenzio, interrotto dal riapparire della mia guida. Mi fisso come un allocco stordito sulla sua camicetta bianca. Assolutamente casta. Ma i suoi capezzoli non la pensavano allo stesso modo: liberi dalle costrizioni di quel femminile ordigno, castratore di libertà e prigione del buon selvaggio che è in ognuno di noi, che passa sotto il nome di reggiseno, essi svettavano nell’aere. La signorina poteva esser mia figlia, letteralmente. Cerco, per quanto possibile di distogliere lo sguardo mentre seguo, più con l’udito che con la vista, i suoi passi. Arriviamo davanti all’uscio da dove erano fuoriusciti le menti pensanti del marketing politico. Ella bussa. Si sente un roco “Avanti” ed io sono già dentro la stanza.

Gli schedari sono coperti di fieno. Sulla scrivania ci sono margherite fresche e carote. L’insieme è gradevole. Un tepore irreale mi pervade. Penso se sia il caso di togliermi la giacca. Istintivamente slaccio un bottone della camicia.

Buonasera, lei è il sig. Pascale de Il Bibliomane vero?

Si sono io. Buonasera.

Il bue mi guardava masticando lentamente. Con inesorabile flemma ma con precisione maniacale, tritava la biada. Il suo respiro, monotono e rilassato, metteva a proprio agio. L’asinello, invece, mi guardava con occhi furbi, rizzandole orecchie con un ritmo frenetico ma non lineare, quasi a volermi carpire qualche parola sussurrata per sbaglio.

Prego si sieda, disse il bue.

Mi tolga una curiosità, ragliò l’asinello, “come mai si interessa alla nostra lotta?

In genere l’intervistatore fa le domande e gli altri rispondono. Ma mi adattai.

Sono un socialista. Le rivendicazioni di libertà e giustizia sociale sono il mio pane quotidiano…

Simpatico”, disse l’asinello rivolto al bue, che annuì profondamente. E proseguì dicendo “siamo tutti suoi.

Il bue e l’asinello sono il simbolo del natale cattolico. Siete stati sempre sullo sfondo. Cosa vi porta a venire in primo piano?

Il bue, lentamente, ansimò. E rispose: “quasi duemila anni. Duemila anni passati in ginocchio ad adorare il figlio di dio. Ogni santo natale stesi lì a riscaldare quella stalla con il nostro fiato. Ogni anno, con qualsiasi tempo, dovevamo promanare calore con i nostri corpi…

Un lavoro”, sottolineò l’asinello, “usurante, festivo e notturno, che nessuno ci ha mai riconosciuto a livello salariale!

Vero”, riprese il bue, “ma neanche moralmente. Gli indiani ritengono che i bovini siano sacri. Premesso il fatto che anche gli asini dovrebbero essere sacri (l’asinello annuì) i cattolici, nonostante il fatto che noi ogni anno salviamo dal congelamento il loro messia, continuano a macellare i nostri simili.

Ma lei ce lo vede un induista a fare mortadelle?” Riprese l’asinello. “Non c’è gratitudine”.

Capisco benissimo. Nonostante il vostro sia un ruolo centrale, il vostro lavoro viene sfruttato e misconosciuto.

Esatto!”, iniziò a saltellare e a scalciare l’asinello che, dopo qualche secondo, si ricompose.

Vede Pascale”, riprese con calma serafica il bue, “noi non ce l’abbiamo con il bambino. Gli vogliamo bene. Lui è simpatico e faceva apparire sempre delle rape per noi. Molto gustose. Poi se pensiamo alla fine che ha fatto… (la voce gli abbassa, insieme allo sguardo, inizia a piangere)”

Dai, non fare così” lo riprese l’asinello. “Fai piangere anche me… quello che il mio compagno voleva dire, Pascale, è che a noi il bambino fa tenerezza. Lui non ha colpa. Ma vorremmo che i nostri sforzi venissero riconosciuti. Siamo condannati ogni anno a quella grotta, senza pause. La Palestina d’inverno è orripilante. E non è che d’estate cambi più di tanto. Ho sempre avuto il desiderio di vedere la Grecia. Anche l’Egitto deve essere magnifico. Ma siamo qui. Non è lavoro il nostro, ma schiavitù. Senza pause, con un salario da fame, senza sapere quando e se andremo in pensione.

Mi dispiace molto. Anche noi animali umani ci siamo passati. Ma è una barbarie che abbiamo superato. E ci sono voluti molto tempo e molte lotte…

Pascale, qui sono duemila anni di sofferenze”, disse il bue. “Ho le ginocchia completamente ulcerate e non ho mai visto un veterinario. Tutto questo perché piace rievocare la nascita del bambino. E questa è una cosa che non riesco a capire. Gli umani festeggiano la sua nascita, poi lo fanno crescere e se lo mangiano vivo…

Lei si riferisce alla transustanziazione?

Si, quella cosa lì. Mangiano il suo corpo, che è il suo corpo e bevono il suo sangue, che è il suo sangue. Ma lei ha mai visto un bue ed un asinello mangiare i propri figli?

In effetti no…

Il peggio, la perversione di questa cosa”, trasalì l’asinello, “è la loro contentezza. Lo mangiano vivo e sono pure contenti!

Vi dò ragione. Anche io, più di una volta, ho fatto la stessa considerazione. Ci pregiamo di avere una morale. Ma essa si fonda su di un crimine.

Ecco, ha colto l’essenza della cosa” riprese l’asinello.

Ma ditemi, di preciso, qual è la vostra rivendicazione?

Rispose il bue: “Un salario preciso. In più di un’occasione siamo quasi morti di fame. Vogliamo, per tutto l’anno, acqua fieno e verdure a volontà. Vogliamo inoltre le ferie pagate. Almeno venti giorni l’anno. Chiediamo una moratoria sulle macellazioni: in questo pianeta c’è verdura per tutti. Vogliamo la chiusura immediata di tutti i McDonald’s e Big Mac della terra: dovranno essere trasformati in luoghi della memoria per condannare perennemente la brutalità umana.

E poi”, sussurrò l’asinello, “il bambino deve essere affidato a noi. Ci farebbe piacere, per una volta, vederlo crescere serenamente, vivere la sua vita, senza inutili sofferenze.

Si”, ribadì il bue. “Chiediamo la revoca della patria potestà ai genitori terreni e al padre celeste. Chi manda a morte il proprio figlio non è degno di essere chiamato padre”.

Rimasi in silenzio. Percepivo qualcosa che si faceva strada tra il masticare del bue e l’odore pungente dell’asino. Era incorporeo, privo di sostanza materiale, quasi un ectoplasma spirituale. Il bue e l’asinello amavano davvero quel bambino e, in fondo, le rivendicazioni sindacali erano solo un pretesto. Sentivo il calore di quell’affetto, misto a quello dei corpi e del fiato dei due animali. Mi slacciai un altro bottone della camicia.

Non vi preoccupate, io sono dalla vostra parte e parlerò al mondo di voi.

Grazie, ero certo che ci avrebbe capito”, disse l’asino. “Ora la dobbiamo salutare. Prendiamo l’aereo per Milano. Abbiamo un comizio a piazzale Loreto.

Li salutai e andai via. Sull’uscio mi aspettava la ragazza dai capelli color camomilla. Le sorrisi e lei mi accompagnò alla porta. Uscito dal comitato del bue e dell’asinello un rumore sordo attirò la mia attenzione. A pochi metri, nell’androne di un palazzo, un babbo natale, con la divisa rossa e la barba di ovatta grigia dalla sporcizia, si era accasciato a terra. Verso di me rotolava una bottiglia di gin di qualità scadente. Ovviamente vuota.

“Buon natale”, pensai tra me e me…

 

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