FILOSOFANDO CON GLI ZOMBIES

copertina the walking dead

di Sabrina Martinelli

The Walking Dead. Gli zombies e la filosofia politica di Mario Michele Pascale

Un saggio che analizza la seguitissima serie tv alla luce delle possibilità dell’umano, restituendone una lettura che ci conduce fino alla nostra realtà.

The Walking Dead è un saggio che si legge tutto d’un fiato, estremamente godibile per chi ha seguito la serie tv. Non è, però, una lettura da prendere alla leggera perché i temi toccati sono molti e non tutti semplici. Del resto, l’autore lo dice esplicitamente, siamo nel campo della filosofia politica ovvero della riflessione sull’agire politico, inteso sia come agire del singolo di fronte alla collettività sia come suo farsi struttura, forma governo, organo di potere e di controllo. Prassi politica che, appare immediatamente palese, è strettamente legata alla riflessione sull’etica. The Walking Dead diviene, dunque, strumento per un’analisi feroce del nostro essere uomini e donne in un mondo in cui è venuta meno ogni struttura dietro cui mascherarsi e nascondersi.

La serie tv offre un’occasione altamente euristica, si presenta come un laboratorio ideale dove ogni legge e l’idea stessa di diritto vengono annientati, totalmente e improvvisamente, dall’apocalisse zombies, fino al raggiungimento dello stato di natura. Ciò che resta è l’uomo preso in sé e per sé, potremmo dire l’idea platonicamente intesa di uomo, aldilà di ogni sua rappresentazione, non più un pallido riflesso. Quest’uomo, frammentato in ogni personaggio della serie, lo vediamo inizialmente faticare nel prendere coscienza della perdita dei vecchi orizzonti di riferimento fino, pian piano, a mostrare il suo vero volto, che non appartiene ad uno soltanto e non è univoco. Il discorso si amplia, entrando anche nel campo della teologia politica, fino ad investire il rapporto esistente tra la legge e il divino o, anche più laicamente, l’idea di necessità ad essa sottesa. Il rapporto che gli zombies intrattengono con il divino è, del resto, innegabile, cosa che l’autore coglie e spiega con chiarezza e dettagli, ma è un rapporto problematico che pone in questione il carattere stesso di quel legame, smascherandone la falsa bontà. L’escatologia di The Walking Dead, nell’attenta disamina di Pascale, uccide definitivamente dio.

Il canonico discorso teologico-politico informava di sé il vecchio ordinamento, antecedente l’apocalisse, dopo non c’è più posto per l’assoluto nel politico, come ben sottolinea l’analisi che l’autore fa del personaggio di padre Gabriel, il sacerdote che, con il farsi tangibilità della resurrezione in terra, perde il proprio ruolo e se stesso. Brillante esempio di maschera che, frantumandosi, mostra la propria realtà di semplice orpello e lascia dietro di sé solo il vuoto. I giochi si riaprono solo sostituendo alla divinità l’uomo che ora può, anzi, è chiamato a farsi dio, realizzando finalmente e in pieno quella responsabilità del decidere esplorata esemplarmente da Sartre. Questo processo è spiegato e portato avanti dall’autore con ricchezza di riferimenti, in una lucida critica al cristianesimo e in un’analisi dei meccanismi che hanno sempre protetto e fatto da paravento all’agire umano.

In tutto questo, la riflessione sull’etica e la morale occupa il posto d’onore. Attraverso il dispiegarsi del ragionamento, le digressioni e gli esempi, l’opinione dell’autore è limpida: la morale può avere solo un fondamento metafisico, polverizzatosi questo, si polverizza anch’essa. Per l’etica il discorso è più complesso, essa nasce dalla realizzazione di un’idea morale, dal suo farsi norma condivisa, anch’essa, però, rivelerà i propri limiti, andando in pezzi. Uno spazio etico forse ancora lo si può trovare, ma solo a patto di fissarne le regole sulla base delle possibilità di sopravvivenza e di rinunciare all’attuabilità di un’etica universale che vada aldilà dei piccoli gruppi che si coalizzano per meglio sopravvivere. L’unica etica ancora plausibile è, in poche parole, quella che garantisce la vita, del singolo o del gruppo. Eliminare l’afflato etico appare, però, più complesso, tanto che esso, a tratti, torna a far capolino sotto forma di nostalgia per ciò che ci si è lasciati alle spalle. Per rendere l’etica che ha accompagnato i vivi per gran parte della loro vita, completamente anacronistica, sarà necessario giungere a Terminus e trovarsi di fronte alla verità di ciò che siamo: abili predatori che utilizzano l’astuzia, anziché artigli affilati.

Tra i vari personaggi su cui si appunta l’attenzione del Nostro, il Governatore è sicuramente quello che meglio impersona l’esempio del Leviatano che concentra nelle proprie mani l’assertività delle decisioni, accettando di assumersene al contempo il peso. L’incontro tra la sua autocoscienza e quella dello sceriffo Rick Grimes non potrà che trasformarsi in una lotta all’ultimo sangue, segnando un punto di svolta per l’evoluzione del protagonista. Rick si specchia nel Governatore, scorgendo ciò che non vorrebbe, ma che è chiamato a diventare.

L’autore dona la palma della negatività al personaggio di Lori, la moglie dello sceriffo Grimes. Lori ha tutti i limiti e compie tutti gli errori segnalati da Pascale. Rick le imputa di averlo costretto ad uccidere il suo migliore amico, una responsabilità che Lori non si assume, come sa chi ha visto la serie tv e ricorda l’immediata reazione di allontanamento che manifesta di fronte alla confessione del marito. Questa incapacità di coniugarsi alle conseguenze delle proprie azioni, assumendosene l’onere, ne fa una creatura aporeticamente in bilico tra due mondi. Da una parte, compie le scelte più appropriate alla sopravvivenza, ma poi si perde nella reiterazione di stereotipi propri di un mondo che non c’è più. La valutazione dell’autore è impietosa e corretta, ma personalmente riconosco a Lori un momento di riscatto. Morirà, dando alla luce una nuova vita, accettando il sacrificio per amor materno e, forse, per il desiderio di sopravvivere almeno nei propri geni, ma indubbiamente anche nella chiara consapevolezza che quella nascita è ciò di cui il gruppo ha un bisogno disperato per poter continuare a sperare. In quest’ultimo atto esce, a mio avviso, dallo schema “piccoloborghese” e autoreferenziale di cui parla giustamente Pascale.

Una delle parti più riuscite del saggio è indubbiamente quella che tratta dell’arrivo a Terminus, cui già accennato. Qui il discorso mostra la forza della logica stringente, è molto efficace nella sua funzione di disvelamento degli ingranaggi e giustamente dissacrante là dove il Nostro mostra con semplicità, ma senza offrire vie di fuga, come non vi sia differenza tra il mangiare la carne degli altri animali non umani e quella umana. Siamo tutti cannibali. Dunque, siamo anche tutti zombies. Questa è la tacita verità con cui il rigore del ragionamento filosofico ci costringe a fare i conti.

Così, l’autore giunge al proprio obiettivo che è quello, attraverso la disamina della serie tv, di svelare gli automatismi, le bugie, le facili autoconsolazioni, le atrocità del nostro stesso vivere. È un fine che si precisa nel corso della lettura e al quale dobbiamo arrenderci, approdando alle ultime pagine del libro: sia l’umanità di cui si parla sia la moltitudine di morti viventi ci rappresentano, di più, siamo noi, colti in due momenti diversi. Nei nostri fallimenti e nelle nostre potenzialità ancora inesplorate, nel primo caso, e nel nostro essere semplice massa al tempo del consumismo, nel secondo.

L’opera si compie nella feroce critica della nostra stessa società, non una critica morale, bensì politica. Le nostre strutture hanno fallito, la nostra democrazia mostra tutta la fallacia nel suo essere espressione non della volontà generale, ma solo della volontà della maggioranza che è e resta un interesse di parte. L’autore nega il ruolo tradizionalmente attribuito alla famiglia, quale primo mattone della nostra società, anzi, nel vaglio del rapporto Lori-Rick, individua nel legame familiare in quanto tale un freno e il porsi di un orizzonte “piccolo” che impedisce di vedere oltre, anziché un possibile luogo di elaborazione e confronto. Pascale riesce magistralmente nell’intento di messa a nudo dei reconditi meccanismi che regolano le nostre strutture politiche e sociali e ci restituisce l’uomo per ciò che è. La democrazia non è che un mascheramento della guerra di tutti contro tutti, una ritualizzazione della lotta che vige nello stato di natura, ma, a differenza delle altre ritualizzazioni etologiche legate all’aggressività di specie che hanno il fine di evitare esiti cruenti, i colpi tra gli animali umani non vengono risparmiati, quella che muta è la metodologia d’attacco. La visione che l’autore ha dell’uomo non è pessimistica, è semplicemente disincantata. La sua denuncia non è condanna, ma una sfida a sperimentare nuovi orizzonti, a farsi, come Rick, uomini nuovi. È un invito ad accettare la scommessa, rinunciando alle false illusioni e alle facili consolazioni, e cercare un modo diverso di essere, più vero, accogliendo la verità della nostra natura di animali predatori. Rimane da vedere come questo si possa articolare nel mondo reale. Ma questa è una riflessione ulteriore e, ce lo auguriamo, un altro libro. Del resto, quando si inizia a filosofare, non ci si vorrebbe più fermare.

The Walking Dead. Gli zombies e la filosofia politica
di Mario Michele Pascale
Factory 2016 (marchio editoriale dell’Associazione Spartaco)
Euro 12,00

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