A TEATRO CON PIRANDELLO

locandina sei personaggi in cerca d'autore

di Sabrina Martinelli

Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello, regia e interpretazione di Gabriele Lavia

Impressioni e suggestioni sulla riproposizione di un’opera che ha fatto la storia del teatro del Novecento e che continua a parlare della nostra condizione.

“Manicomio, manicomio” strillarono gli spettatori che assisterono nel 1921 alla prima rappresentazione di Sei personaggi in cerca d’autore, il testo teatrale di Pirandello che sarebbe poi diventato il più rappresentativo del nostro Novecento. La pièce, infatti, scardinava i ruoli, abbattendo la quarta invisibile parete, quella tra palcoscenico e pubblico, e portava sulla scena la dicotomia tra vita e forma, desiderio di essere e la sua impossibilità. Attraverso la rimozione del limite dello spazio scenico, Pirandello creava un voluto effetto di straniamento che, impedendo l’immedesimazione dello spettatore, lo induceva piuttosto alla riflessione. A distanza di quasi un secolo, non c’é opera più attuale.

La messa in scena per la regia di Gabriele Lavia, di cui egli è anche interprete, nel ruolo del Padre, mostra grande rispetto per il testo, restandogli fedele e offrendo un tributo al suo autore nella scelta di quella voce fuori campo che talvolta interviene, recitando le indicazioni di Pirandello sull’allestimento della scena o sull’interpretazione degli attori. L’evolversi del dramma cattura l’attenzione e la tiene agganciata a sé, sebbene l’opera non sia in sé facilissima da seguire e tocchi, lo sappiamo, temi urgenti ed essenziali, con articolate argomentazioni. Molto apprezzabile anche la scelta di mantenere i vocaboli scelti da Pirandello e oggi ormai desueti, come “giuocare”, “cangiare” e “ubbie”.

una scena da sei personaggi in cerca d'autoreLavia ci restituisce un Padre che arricchisce la densa e ricca sceneggiatura con piccoli gesti ed espressioni che completano il personaggio, riuscendo a sottolineare e donarci l’umorismo sempre presente in Pirandello. La mimica è lieve, equilibrata, attenta, ma decisa ed evocatrice. Il dramma del rimorso che il personaggio è chiamato ad impersonare si coniuga al sentire se stesso profondamente incomunicabile, nell’impossibilità di rendersi accessibile ai familiari e al capocomico. Nella figura del Padre si delinea a tutto tondo il tema pirandelliano dell’incomunicabilità, del non riuscire ad essere e palesarsi come l’io si percepisce, essendo, al contrario, destinati a rimanere drammaticamente confinati nei limiti di come gli altri ci vedono. Il Padre avverte nelle proprie intenzioni di aver agito sempre per il bene, ma ciò che ottiene dalle proprie azioni è una situazione di sofferenza per sé e per tutti coloro che sono legati a lui. E l’immagine che gli altri scorgono è quella di un uomo egoista, di un uomo che ha avuto il genio di compiere un esperimento, di un libertino.

L’incomunicabilità, contro cui lotta disperatamente il Padre con un profluvio di parole, nel tentativo vano di liberarsene, è avvertita visceralmente nel dolore della Madre, per divenire consapevolezza nella rassegnata accettazione del Figlio che rifiuta di svolgere il proprio dramma e solo vorrebbe essere lasciato a se stesso. Infine, si compie totalmente nei due personaggi più giovani: il Giovinetto e la Bambina, chiusi nel loro silenzio.

La Figliastra è l’anelito alla vendetta. Vendetta ricercata contro un Padre visto come la causa prima da cui tutto discende. L’interpretazione di Lucia Lavia è degna di nota, volutamente sopra le righe, energica, vibrante di rabbia e di scherno. Sentimenti resi con la voce e con il corpo, sebbene il 20 gennaio, giorno in cui ho assistito alla pièce al teatro Eliseo di Roma, l’artista avesse un ginocchio infortunato e, non potendo stare a lungo in piedi, abbia recitato da seduta. Vedendo l’opera solo così e non potendo far paragoni, mi è sembrato che questa circostanza, che apparentemente si presentava come un limite o una défaillance, abbia, invece, portato alla rappresentazione un valore aggiunto. Mi ha colpita particolarmente la scena in cui il Padre, nell’atelier di Madama Pace, tiene tra le braccia la Figliastra, non ancora riconosciuta per tale, prima dell’arrivo della Madre e del conseguente disvelamento. Il Padre mima l’abbraccio e il sostentamento del peso del corpo di lei, immobilizzandosi con la mano nell’atto di sostenerle la nuca. Lei, in un altro luogo della scena, seduta, atteggia il corpo come se fosse tra quelle braccia. La scena è apparsa destrutturata nelle sue componenti e, proprio grazie a questo, l’intensità ne è scaturita amplificata.

Abbandonandoci allo svolgimento, ancora una volta percepiamo Pirandello. Indaghiamo con lui i misteri della creazione artistica, il rapporto tra personaggio-attore-spettatore, arriviamo ad intuire come l’arte possa essere più vera della vita, siamo con il Padre quando asserisce la propria come l’unica realtà contrapposta alla transitorietà degli attori che non potranno mai cogliere in pieno i personaggi, ma solo tentare per approssimazione di raggiungerli. Giacché il personaggio nasce in un modo e tale resta per sempre e può vivere in eterno, mentre l’attore nel suo essere uomo, oggi non è già più ciò che era ieri. Ed ecco il dramma che travalica i sei personaggi e investe anche noi spettatori. Chi siamo? Esiste un io? La risposta la conosciamo, siamo uno, nessuno e centomila. Il nostro io è frammentato in un continuo mutare. La vita si risolve in un gioco di maschere, il dramma dell’uomo nel rassegnarsi ad esse o nel tentativo di rintracciare la propria identità.

Bravi gli artisti nel saper trattare Pirandello con garbo ed equilibrio e nel saper donarci anche l’umorismo pirandelliano che, pure nelle scene più intense, fa capolino. Brava Lucia Lavia nel donarci una Figliastra intensa. Alla fine, come sempre vorrei che fosse, nello spettatore permane l’urgenza di prendersi un po’ di tempo per riflettere su ciò che ha visto e per interrogarsi anche su se stesso.

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