I nuovi venuti

di Mario Michele Pascale

I nuovi venuti di Giorgio Dell’Arti

Democrazia, diritto, welfare? Italiani, “nun state a rompe, datece li sordi… o so’ cazzi vostra”. Storia neanche tanto immaginaria del recupero crediti internazionale nei confronti del nostro paese.

In Italia il dibattito sull’abbattimento del debito pubblico è stato acceso. Tutt’ora la parola d’ordine è quella di ottimizzare la spesa, evitare gli sprechi, stringere la cinghia. Ma esiste anche un metodo più semplice: la curatela fallimentare.

Questa la soluzione che propone il visionario romanzo di Giorgio Dell’Arti I nuovi venuti, edito dalle edizioni Clichy. L’azione si svolge a cavallo dei governi Berlusconi IV e Monti, all’origine della austerity. Il metodo è semplice. Parte dall’eliminazione fisica della allora classe politica italiana: Casini impalato, Massimo D’Alema affogato nel fiume Tevere, Fini decapitato, Walter Veltroni lapidato. Poi si passa ai sindacati: abrogati tutti i contratti collettivi nazionali di lavoro, soppressi i trattamenti di fine rapporto, licenziati tutti i lavoratori. Certo questi possono essere riassunti, dipende tutto dalla qualità della prostrazione servile di fronte al nuovo ordine. I nuovi burocrati, ad esempio, vengono scelti non in base all’efficienza, ma alla crudeltà con la quale rispondono alle istanze dei cittadini.

Il welfare? Una palla al piede per la rivoluzione conservatrice della curatela fallimentare. Il servizio sanitario nazionale viene abolito, così come il sistema pensionistico e la scuola pubblica. Del resto che senso ha studiare quando bisognerebbe pensare, giorno e notte, a come ripagare il nostro debito? E poi questi pensionati che pretendono di vivere senza produrre nulla… Uno scandalo! Fontana di Trevi diventa Fontana Coca Cola, in cambio di un miliardo l’anno di sponsorizzazione. I cinesi chiedono la Basilicata, gli americani la Sicilia e la chiesa cattolica rientra in possesso dei suoi possedimenti pre-unitari. Sul nuovo ordine della curatela fallimentare, mentre l’Italia viene spremuta come un limone, vegliano dei super poliziotti, scelti sì tra la feccia e gli scarti delle polizie mondiali, ma estremamente efficaci nella prevenzione e repressione del dissenso.

I nuovi venuti non è solo un’opera di fantasia. È sorretto da un lavoro certosino ed esemplare di catalogazione dei beni nella disponibilità dello Stato. Ogni immobile, ogni base militare, ogni pietra che abbia sembianza di storia, ha un valore e come tale può essere messa in vendita. Gli uomini contano poco, a meno che non siano parte meccanica del grande disegno della liquidazione del paese. Dell’Arti esagera? Forse. Ma è bene comprendere, al di là dell’iperbole, che siamo stati realmente succubi dell’idea che il debito dovesse essere la parte più importante della nostra comunità nazionale. Non gli uomini e le donne, non il loro benessere, non la loro salute. Per molti anni ha tenuto banco solo l’ossessione del debito. Ossessione che prosegue nel presente e getta un’ombra preoccupante sul futuro. Tra le righe il messaggio dell’autore è chiaro: possiamo vivere solo di denaro? La risposta viene lasciata ai lettori…

Romanzo breve, godibile, eccezionalmente chiaro e a prova di analfabetismo funzionale, I nuovi venuti non può mancare nella biblioteca dei lettori del “Bibliomane”. È un piccolo capolavoro. Un unico neo. La lapidazione di Veltroni è poco efficace. Meglio sarebbe stato un rogo a base dei suoi insulsi romanzetti pietistici a sfondo radical-chic neocoloniale. Senza offesa per l’autore, ma questa soluzione narrativa sarebbe stata molto più appropriata.

I nuovi venuti
di Giorgio Dell’Arti
Edizioni Clichy 2014
euro 11,50

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