SPECCHIO, SPECCHIO DELLE MIE BRAME

Jezabel copertina

di Sabrina Martinelli

Jezabel di Irène Némirovsky

Il ritratto di una donna e dello scorrere del tempo, suo peggior nemico.

Graffiante. Impietoso. È Jezabel, un romanzo di Irène Nèmirovsky, pubblicato per la prima volta nel 1936. La narrazione si apre con una donna sul banco degli imputati. È accusata di aver ucciso quello che per tutti era il suo giovane amante, un ragazzo di vent’anni, nel tentativo di nascondere la loro relazione all’uomo cui era legata. Sotto la luce gialla delle lampade ci appare il suo volto senza età, è lei: Gladys/Jezabel. Perché Jezabel? È stata la sua giovane vittima ad attribuirle nel corso della narrazione il nome della madre di Atalia, così come compare in sogno alla figlia nell’opera di Racine, volendo riassumere in un soprannome la lussuria e la crudeltà che vedeva in Gladys.

La Nèmirovsky costruisce molto bene la storia ed è ancora una volta maestra nell’arte del disvelamento. Pagina dopo pagina lascia cadere ogni maschera dal volto di Gladys. Inizialmente, il sentimento che suscita nel lettore è di partecipazione e pietà. Vediamo l’esangue figura, il volto pallido, “la vita tutta rifugiata negli occhi allucinati, belli e profondi” e non possiamo non essere dalla sua parte. Non sappiamo cosa sia accaduto in realtà, percepiamo che nasconda un grande dolore e forse una grande motivazione, intravediamo il pathos della tragedia e ci schieriamo nell’attesa di un mite verdetto che, infatti, giunge. Ma quale verità si cela dietro il delitto commesso da Gladys? Cosa nasconde quell’espressione d’odio che guizza improvvisamente sul suo volto quando si parla della vittima?

Capitolo dopo capitolo impariamo a conoscerla, ne vediamo le debolezze, così umane così perdonabili, e applichiamo un po’ di psicologia spicciola: quale donna con un’adolescenza solitaria e arida di affetti, come intuiamo esser stata la sua, non troverebbe gratificazione e un senso di sicurezza nello scoprire il proprio fascino e nell’esercitarlo? L’autrice, però, ci conduce inesorabilmente oltre, fino a vedere la sua protagonista per ciò che veramente è. E la tragedia si tramuta in commedia. Si perché, nonostante l’epilogo luttuoso, i motivi che si celano dietro le azioni di Gladys non ne fanno un’eroina tragica, Gladys è solo un gioco di maschere, caduta l’ultima rimane il nulla. Qualcuno potrebbe dire che, in fondo, lei sia la prima vittima di se stessa, ma non Irène. Il suo obiettivo sembra proprio dirci: “Provate pietà? Ebbene non fermatevi alle apparenze: ecco chi è Gladys Eisenach. Non si può aver pietà del nulla!”

Il dramma di Gladys è proprio non essere né lussuriosa né cattiva, come la testimonianza della sua cameriera chiarisce subito, ma banalmente egoista e in fondo così insicura di sé e del proprio esser donna da sentirsi viva solo nello sguardo di un uomo. Gladys non desidera far del male, è persino generosa, quando non le costa nulla. Consapevole delle mancanze della propria madre, si ripromette di esser diversa con la propria figlia, rimandando però sempre a domani il momento in cui porre in essere le buone intenzioni. Anche di fronte alla morte della figlia non capirà le proprie colpe e non si renderà conto di come le parole da lei usate per descrivere la propria madre, ora le calzino così bene: “una madre fredda, severa, una vecchia bambolina imbellettata…”. Certo il suo destino di criticare il modello materno per poi replicarlo proprio malgrado avrebbe potuto farne una figura tragica, ma la totale mancanza di qualsiasi rimorso ne fanno solo una caricatura. E attraverso questa figura di madre, l’autrice si vendica della propria. È, infatti, proprio dal suo rapporto con la figura materna che scaturiscono, nell’opera della Nèmirovsky, queste genitrici incapaci di vero amore, profondamente egoiste e divoratrici.

Irène ottiene ciò che vuole, giungiamo alla fine del libro senza più pietà né partecipazione alle vicende della protagonista: la percepiamo ormai come un mostro. Un mostro cui calza a pennello il concetto di banalità del male di Hanna Arendt perché alle accuse, Gladys risponderebbe che voleva semplicemente essere felice. Il dramma di Gladis è, tutto e soltanto, nel disperato tentativo di nascondere la propria età, a qualsiasi costo, per poter mantenere inalterato il proprio ascendente sugli uomini.

Lo stile della scrittrice è irreprensibile, così come lo è la costruzione della storia, ma ciò che sempre colpisce è quella mirabile capacità di rendere con le parole i moti serpeggianti dello spirito, quei sentimenti cui spesso non diamo parola, quell’irrequietezza che tacciamo senza saper padroneggiare. Alla Nèmirovsky basta uno sguardo anche per aprire un varco attraverso cui osservare i rapporti tra donne: “per un attimo le due donne si squadrarono, poi l’imputata rialzò frettolosamente il bavero del cappotto e vi nascose il volto”, e una volta terminato il romanzo le parole si arricchiscono di significato. Se in un primo momento questa frase è interpretabile come un gesto di debolezza o di pudore per la propria situazione, poi, riandandovi con il pensiero a lettura ultimata, brilla alla luce del suo senso reale: è un ritegno nell’esporre la propria età senza i filtri del trucco allo sguardo della rivale ormai vittoriosa. L’amicizia tra donne non è contemplabile in questo universo in cui l’ipocrisia regna, annidandosi dietro falsi sorrisi. E questo gioco bugiardo è una denuncia dei rapporti sociali della società in cui l’autrice viveva, ma anche un affresco ancora troppe volte veritiero.

Jezabel, dopo le lotte femministe, è, ahimè, ancora attuale e ci mostra una donna che non ha preso coscienza di sé e del proprio valore, che si accontenta di vivere riflessa negli occhi di un uomo. E non lo fa neppure in nome di un sentimento, ma solo perché non conosce altro modo per esplicare e realizzare la propria ambizione di vivere. Gladys vorrebbe semplicemente fermare per sempre il faustiano attimo, peccato che, contrariamente a quanto avviene in Goethe, l’attimo sublime non sia di superamento empatico dei propri individuali confini, ma autoesaltazione del proprio effimero e caduco potere di seduzione. E qui la contemporaneità della Nèmirovsky, nel dire: c’è un altro modo di essere donna.

Il romanzo non ha l’ampio respiro di Suite francese, non ha la sua coralità e molteplicità di punti di vista, ma tiene il lettore avvinghiato a sé nella progressiva opera di messa a nudo della sua protagonista.

Una piccola nota a margine: nella prima pagina dell’ultimo capitolo credo vi sia un errore di traduzione, non ho avuto a disposizione l’originale per poter controllare, ma nella frase “Aprì la portiera dell’auto e si scansò, tenendosi nell’ombra”, vi è palesemente qualcosa che non va. Colui che si tiene nell’ombra è Martin, la vittima, che non si avvicinerà mai all’auto, ma aspetterà Gladys nei pressi del portone e, quindi, più ragionevolmente: la portiera si aprì e lui si nascose. Resta da vedere se sia stata apportata una modifica nella ristampa del 2010.

Jezabel
di Irène Némirovsky
Adelphi 2007
euro 10,00

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