INTERVISTA IMMAGINARIA ALLA PIZZA DI PASQUA

pizza di pasquadi Mario Michele Pascale

Avvolta in un lenzuolo leggero, che ne lascia intravedere le forme, rotonde, piene, sode, con un velo di umidità che risale tra la trama e si insinua dell’ordito, poggiata come su un trono invisibile. Federico Fellini aveva immaginato Roma distesa in un letto, placida, mentre governava quel poco di mondo che le era rimasto a disposizione direttamente dal letto. Non poteva alzarsi perché aveva un’infiammazione alle ovaie. Ma la città eterna è una cosa. Civitavecchia è un’altra. La sua anima non è florida, ma semplicemente rigonfia. È piccola e cerca, con il trucco, di stemperare la grossolanità e raccattare con altri mezzi quella grazia che la natura non le ha dato. Indossa tacchi che fanno molto più bene alla vanità che alla statura e vestiti improbabili. Trasparenti, il più delle volte, però con sottane marrone scuro, con fiocchi appariscenti che imitano lo chiffon, ma rimandano a tessuti molto più prosaici.

Oggi l’anima di Civitavecchia era in déshabillé. Eppure si aspettava la mia visita. Ero penetrato in quest’antro, le cui mura erano ricoperte di mattonelle bianche, con luci al neon che irradiavano luminosità spettrali e un odore come d’ospedale. Figlio di una pulizia frettolosa e obbligata, con tanto detersivo ma poco olio di gomito. Un signore quasi calvo, con qualche filo di capelli che si irradiava dalla pelata, dall’aria giovale, munito di cocomero all’altezza della cintura dei pantaloni, mi fece strada indossando un sorriso leggermente unto. Aveva i capelli e le mani bianche, straordinariamente sottili, simili a strumenti. Parlava del più del meno, del tempo e della politica cittadina, distinguendo tra chi era omosessuale e chi no, molto interessato a scoprire, tra questi, chi faceva la donna e chi l’uomo.

Mi scusai per la mia incompetenza e scarsa conoscenza della materia. Ricevetti, come risposta, uno sguardo di commiserazione. Mi ricomposi. Ero davanti all’anima di Civitavecchia: la pizza di pasqua.

Buongiorno signora.

Buongiorno regazzì. Che vòi?

Sono qui per l’intervista, sono Mario Michele Pascale del “Bibliomane”.

A’ sì… Umbè (l’uomo dal cocomero s’affrettò) porta na sedia a ‘sto regazzino, mica lo volemo fa sta m’piedi come un salame torfetano. (mi guardò) Mica se’ de la Torfa? No, no, un signorino come te nun vien da le vacche. Umbè (l’uomo scattò di nuovo sull’attenti) e movile ste mano, pija ne sedia (Umberto scomparve e ricomparve all’istante, portando con sé una sedia di paglia di Vienna che aveva visto ben altri splendori). Devi da sapè che sta seggiola l’aveva data via il vecchio Marchese Guglielmi, stava lì, accanto n’cassonetto. E je dissi a Umberto: Umbè, me pare bbona, pijala n’po’. Portamola a casa che po’ esse utile. Sai com’è. Oggi, domani. Vedi che è stata utile, Umbè.

Umberto annuì e io mi sedetti, cercando di non far sprofondare le natiche nel pianale, che in verità mi pareva inadatto alla mia mole. Mi aggiustai come se mi dovessi sedere sulle uova.

Che c’hai le emorroide? Voi ‘na pomata? Ma pe’ l’emorroide nun c’è niente de mejo che annà a la Fincuncella. Te metti cor culo dentro all’acqua e stai come un signore. Brucia un po’, ma stai come un signore. Pensa che n’amica mia, che lo pijava sovente n’der posto, c’aveva ‘na brutta infezione. J’è passata a bagno nell’acqua de la Fincuncella. Ma dimme, bello, dimme…

Mi feci coraggio, tirai un bel respiro e cercai di assumere l’aria più seria e professionale del mondo, scacciando da me l’immagine delle affollatissime pozze termali riempite di tutto il marciume che il corpo umano è in grado di produrre.

Signora, lei è l’anima di Civitavecchia. Tutti la cercano, tutti la bramano. Tutti la lodano. Le fa piacere tutto questo interesse?

A regazzì, la ciotta è ciotta…

Prego?

La ciotta, che nun sai che è la ciocia?

Veramente io non sono di Civitavecchia, vengo da Salerno…

Umbè, nun sa che è la ciocia (Umberto ride, io resto interdetto). A’ regazzì, la ciocia è la fregna. Come la chiamate da le parti vostra?

Beh, noi la chiamiamo cionna o prucchiacca, a seconda…

A seconda de che?

Forma, dimensione… disponibilità…

Ah, ho capito… e te dicevo, la ciocia è ciocia e io, ringraziando dio, so’ generosa. So’ bbona.

La rimirai in tutto il suo splendore. Rimasi in silenzio. Volevo piangere e andare via, ma rimasi incollato alla sedia.

Com’è la vita della pizza di pasqua, quando non è pasqua?

Che fai? Stai. Cerchi da sopravvive. Ne capita sempre una. ‘Sta casa, tanto pe’ dì, ce l’ha data il comune. Pensa che ce la volevano da toglie. Dicevano che c’avevamo l’Isee troppo alto. Ce toglievano pure er sussidio. E io chiamo Umberto e je faccio: “Umbè, li dovemo da fregà. Mò famo n’antro figlio, cor pupo nun ce cacciano e l’assistenti sociali se la pijano n’der culo”. Devi da carcolà che er pupo è n’industria. Se vai dar movimento per la vita te spesano de tutto… e ce guadagni pure.

E lei ha fatto un figlio per non essere sfrattata?

E certo, che ce vo’? Un po’ de lievito, du’ botte, e come dà le botte Umberto mio, nessuno (Umberto ridacchiava).

Non ne dubito, dissi, inquadrando con lo sguardo Umberto che, felice come una pasqua, si godeva l’elogio alla sua virilità.

Mi dica, molti vogliono cose diverse da lei, come fa ad accontentarli tutti?

A’ regazzì, scusa se te lo dico, l’omo è omo. È cojone pe’ natura. Ma che a casa loro non se ponno da soddisfà? Che c’ho io che le altre nun c’hanno? Me metto un po’ dè trucco, un fiocchetto n’testa, n’abito intrigante, faccio du’ moine, bevemo ‘na sambuca e il resto va da sé. Paghi e hai da vedè quello che te pare. Pe’ na decina de euri me vesto pure de cioccolato…

Ma cosa cercano in lei che non trovano altrove?

Fratè, la vita è grama e triste. Io nun so na gran signora, lo so. Nun sarò tanto fine. Mi madre era lumierasca e mi padre stava sempre m’briaco. Poi se faceva la penitenza ar venerdì santo, co’ tanto de catene. Ma a noi ce faceva a strisce e ce menava. Puzzava come un cane morto che s’era rotolato sopra na carogna. Da morto c’aveva la stessa puzza che da vivo. Che c’ho io? So bbona, abbondante e riempio la panza subbito. La gente è disperata e c’ha fame. La fame glie resta dentro, ponno fa pure le sorde, diventà dottori e architetti, ponno ‘sta ar parlamento, ma ai civitavecchiesi la fame glie entra ne la carne, te consuma er sangue. Se trasmette da padre a fijo come ‘na brutta malattia. E la fame nun te la levi co’ le pietanze sopraffine, ma co’ la merda…

Mi dispiace, dissi… E mi dispiaceva davvero. La pizza di pasqua era nuda di fronte a me e io provavo vergogna. E, con questa, mi sentivo anche indegno di ricevere i suoi più reconditi segreti.

Nun t’affligge… coso… la merda è merda. Lo dice pure er marchese del Grillo. Lui parlava de pajata. (la guardo con stupore). E che te credi, so de cultura pura io. Pure io guardo er televisore. Er Marchese del Grillo è gajardo. Gajardo proprio. Te piace a pajata?

No, veramente no.

E te piace a patata? (ride e io non posso fare a meno di sorridere)

Lo ha detto lei, rispondo, “l’omo è omo…”

Vero. Mò me devi da scusà, devo da riposà, devo da cresce. Tra poco ce sarà la fila qui davanti. E devo da accontentà a tutti, sennò nun se magna. Ma prima de annà, bello mio, damme un bacetto.

Mi avvicinai e la baciai sulle guance.

Che fai, mica so na sora! Aò.

E stampò le labbra sulle mie. La sua lingua si insinuò nella mia bocca. Non opposi resistenza. Aveva un intenso sapore di anice, che irradiò dentro di me. M’infiammò il ventre e sentii, subito dopo, una grande sensazione di benessere.

Era questo l’amore?

Rimasi lì, allibito, allampanato, finché Umberto non mi prese per un braccio. Mi ritrovai in strada, come stordito. Sentivo in me generazioni e generazioni di pezzenti che cercavano cibo e facevano figli. Ne sentivo la disperazione, il fiato putrido, il dolore nelle ossa e nella carne. Li sentivo pregare di non morire. Li vedevo mentre vendevano mogli, madri e sorelle. Ma avevo capito finalmente perché la pizza di pasqua piace tanto.

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