di Sabrina Martinelli

Il genere distopico ha dato alla letteratura opere irrinunciabili ed oggi gode di molta popolarità, riuscendo a catturare l’attenzione soprattutto delle giovani generazioni.

Il termine distopia fu coniato da John Stuart Mill nel 1868 come contrario di utopia per indicare qualcosa la cui realizzazione sarebbe non desiderabile e spaventosa. In letteratura il genere distopico ci offre romanzi in cui ci troviamo di fronte a società, solitamente instauratesi dopo qualche forma di apocalisse, totalitarie e autoritarie, in cui lo strumento principe per il mantenimento dell’ordine è la repressione della libera espressione ed il controllo delle menti. Attraverso l’opera distopica spesso l’autore denuncia le derive di fattori che vede all’opera nella società in cui vive, illuminando i lati d’ombra di ideologie dominanti, fungendo da campanello d’allarme. Spesso, ma non necessariamente, la distopia si coniuga alla fantascienza.

Una delle pietre miliari del genere è senza dubbio 1984 di George Orwell, pubblicato nel 1949.1984 Orwell immagina una società futura in cui ognuno ha il proprio compito, senza bisogno di porsi interrogativi, perché il Grande Fratello predispone la vita di ognuno, dice cosa pensare e controlla gli individui costantemente. Il tentativo di imporre una “neolingua” da cui espellere le sfumature di significato e l’incertezza dei termini è il tentativo di bandire ogni forma di libero pensiero fino a renderlo impossibile, imbrigliandolo in rigide griglie. Quando, in rari casi, la coscienza critica si risveglia e il seme della ribellione tenta una sortita, la reazione del Grande Fratello è fredda e spietata. La tortura psicologica è la sua arma per eccellenza e non si ferma finché non riesce a riprendere il pieno controllo sulla mente. La critica feroce dell’autore è contro ogni forma di totalitarismo. Il libro si legge tutto d’un fiato, ma lascia esausti come se si fosse ricevuto un pugno nello stomaco per l’assenza di speranza e la desolazione del paesaggio finale.

Un altro libro cult è Farenheit 451 di Ray Bradbury del 1953. Anche qui ci muoviamo in una società futura preoccfarenheitupata di ottenere l’ubbidienza e il mantenimento dello status quo, azzerando ogni possibile opposizione. E quale modo migliore per incasellare e “spegnere” gli
individui che negare loro ogni sapere e la possibilità stessa di sviluppare una competenza critica, accedendo ai libri? Così, possederne o leggerne diviene un reato e i pompieri incendiari anziché spegnere le fiamme, accendono falò per bruciare quelli scoperti e requisiti, grazie alla delazione. Un giorno, però, Montag, il pompiere protagonista del romanzo, sarà vinto dalla curiosità nei confronti di quei libri che ha sempre arso senza porsi domande. Nella fuga, cui sarà costretto dall’evolversi degli eventi, incontrerà uomini che si sono fatti custodi della memoria letteraria dell’umanità, trattenendone il sapere e la bellezza nella propria mente.

Molti altri titoli meriterebbero di essere citati ma, a mio avviso, questi sono i due da cui è impossibile esulare e che, per le loro implicazioni, non dovrebbero mai mancare dalle nostre letture. Se guardiamo all’oggi, vediamo che il genere distopico è una presenza costante tra le novità letterarie e ammicca con grande successo ai giovani adulti. Tra i titoli rivolti a loro hanno avuto grande risonanza due saghe, quella di Hunger games e di Divergent.

Nella trilogia di Hunger Games di Suzanne Collins, pubblicata tra il 2008 e il 2010, abbiamo a che fare con una società divisa in distretti, ognuno dei quali ha il compito di lavorare per fornire alla ricca e frivola Capitol city, sede del potere, le materie prime di cui necessita per continuare a vivere nel lusso. Man mano che si sale nel numero dei distretti le condizioni di vitahunger games la trilogia si fanno più dure, fino al distretto 13 che la propaganda dichiara ormai distrutto in seguito alla ribellione che ha sconvolto la nazione di Panem. Per ricordare e celebrare la vittoria del potere nel sedare la rivolta, ogni anno hanno luogo gli hunger games, in cui i giovani rappresentanti dei distretti, un ragazzo e una ragazza tra i 12 e i 18 anni estratti a sorte, combattono sotto l’occhio della nazione fino all’ultimo sangue. Il romanzo è un potente attacco alla società dell’immagine e della spettacolarizzazione, ma anche una critica sociale e un inno al diritto di ribellarsi contro l’oppressore È ben costruito, coinvolgente, intenso, intelligente nel suo mostrare le insidie del potere e come ovunque, anche tra i “buoni”, si possano nascondere gli stessi vizi e la stessa forma mentis contro cui si combatte. Occorre vigilare per non diventare strumenti delle ambizioni altrui e combattere, non solo il tiranno, ma anche le ideologie e le metodologie del potere.

E poi c’è lei: Katniss Everdeen, una delle più belle figure femminili della nostra contemporaneità. Katniss non mostra una coscienza politica ben delineata come il suo amico Gale, questa è per lei una lenta acquisizione e resterà sempre, prima di tutto, istintiva e viscerale. Katniss combatte per chi ama, ha paura, ma trova il coraggio; soffre, ma mette a tacere la propria sofferenza; non si tira indietro mai, uccide per sopravvivere, per proteggere, per vendicarsi. Katniss è umana, ha ben chiare le priorità e accetta di sporcarsi le mani, senza moralismi di maniera. Uno dei punti di forza del romanzo è l’aver tratteggiato il nascente amore tra la protagonista e Peeta, il ragazzo del pane, in modo lieve, mantenendolo al margine, consapevole di come non abbia carattere di priorità. Katniss è chiamata ad agire proprio malgrado ed è una di quelle persone la cui forza diviene un faro per gli altri. La sua relazione con Peeta rompe ogni schema, sebbene si sostengano a vicenda, è lei a doverlo proteggere, a dover essere forte per entrambi, soprattutto dopo il suo ritorno dalla prigionia a Capitol City. Katniss non è un’eroina romantica, ma potrebbe essere letta come un’icona femminista, ed è una ragazza che diviene donna passando attraverso il fuoco, accettando di assumere su di sé il dolore del mondo, facendosene carico per necessità. E, nonostante la sua forza, ne uscirà distrutta. La saga, nonostante l’apparente lieto fine, si chiude lasciando al lettore, come accade in 1984, un peso sull’anima, ma anche la voglia di lottare. L’opera è pubblicizzata per un pubblico di young adults, ma Hunger games, con la sua molteplicità di livelli di lettura, è in realtà davvero per tutti.

Divergent, diciamolo subito, non regge il confronto. Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad una trilogia, uscita tra il 2011 e il 2013 per la firma di Veronica Roth, e a una realtà distopica. Il primo libro conquista, l’idea di una società suddivisa in fazioni è vincente e questa suddivisione, con le caratterizzazioni delle rispettive peculiarità, rimane il punto di forza della storia e tiene legato a sé il lettore fino all’ultimo. La cornice costruita dall’autrice è accattivante, convincente e attraente, ma la prosa, superato il primo libro, si rivela piatta, spenta e il divergent la trilogiavocabolario povero. La protagonista, Chris, ha dei guizzi notevoli e, nel primo libro, piace lo scontro tra la sua natura ardita e i limiti imposti dalla sua fazione di origine. Ci convincono la determinazione che rivela ed il suo percorso di crescita per diventare ciò che vuole essere, ma nei libri successivi tutto ciò appare perso, il coraggio si trasforma a volte in semplice testardaggine e scarsa considerazione delle conseguenze. Accanto a ciò, man mano, la storia d’amore tra Chris e Tobias prende troppo spazio e si tinge di toni eccessivamente romantici. Anche il finale, più che tragico si percepisce come fastidioso, a causa dell’eccessivo buonismo della protagonista. Va bene che sei una rigida (modo dispregiativo di chiamare gli abneganti), ma quando è troppo, è troppo! Insomma, la storia si perde un po’ e la lotta, che non è tanto focalizzata contro il totalitarismo in sé e per sé, quanto piuttosto contro le storture di un’ideologia tesa al controllo delle vite e alla strumentalizzazione degli individui, perde mordente.

Chiudendo questo breve excursus, prima di mettere il punto, vorrei domandarmi/domandarvi: perché la distopia affascina tanto il lettore? L’accento è posto sulla sua capacità di essere uno strumento di denuncia e critica del presente, rivestendo, quindi, un ruolo positivo, o, piuttosto, il consenso di cui gode nasce dalla perdita di speranze nei confronti di un futuro ecosostenibile e di un’umanità che rischia di autodistruggersi? Interrogativo su cui urge la riflessione!

Nota: per chi volesse saperne di più nell’archivio del Bibliomane è possibile trovare una recensione sul primo libro della saga di Hunger games dal titolo Che gli Hunger games abbiano inizio di Ginevra Furlan.

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