lasciami entrare copertina

di Sabrina Martinelli

Lasciami entrare di John Ajvide Lindqvist

Nel freddo inverno svedese, mentre l’autore parla alle nostre emozioni obliate, tra sangue e solitudine sboccia un’amicizia. 

Lasciami entrare è un libro sorprendente, una lettura che lascia storditi e spaesati, è il libro che non ti aspetti, capace di sconvolgere le facili interpretazioni del bene e del male. Come tutti i libri in cui si mescolano l’abilità nello scrivere, la fantasia e la capacità di vedere oltre il velo adagiato sulle cose, è un’opera che travalica il genere in cui si cerca di comprimerlo. È classificato tra gli horror ed è questo il settore in cui, cercandolo in libreria, lo troveremo e sì, sicuramente ha le caratteristiche del genere ed è un horror, anche. Ma non solo questo, molto, molto più di questo. È una storia che cattura sin dalle prime pagine, dai risvolti inconsueti e dai molteplici temi e, soprattutto, è un’esplorazione del concetto stesso di limite, di confine, sul quale siamo pericolosamente in bilico tra giusto e sbagliato; quella linea, superata la quale, diventiamo tutti mostri.

Lindqvist evoca la solitudine, compagna inseparabile di ogni vita con la quale facciamo i conti al di là della normalità quotidiana. Ci narra del nostro lato oscuro che l’isolamento amplifica, del nostro desiderio di vendetta quando la giustizia manca. Ci racconta della nostra debolezza e di quella parte di noi fatta di dolore, rancore, sogni infranti e desideri repressi, che culliamo e coltiviamo quando lo sguardo del mondo ci ha abbandonati e non abbiamo più nulla da perdere, o così ci sembra. Il nostro lato d’ombra che cresce fino a fagocitarci, se glielo permettiamo. È una storia che svela e non giudica le fragilità e le perversioni che non sono poi tanto distanti, appena lì, un passo dietro la mente.

Le parole dell’autore penetrano abilmente nell’adolescenza e portano alla luce il carico che spesso grava su questa età, un carico troppo spesso non visto, non considerato nella sua severità da noi adulti. E proprio la nostra incapacità di vedere e sentire abbandona le giovani menti a se stesse, in quella zona buia in cui la vulnerabilità si tramuta nel bisogno visionario di trovare riscatto. Molti i temi che si intrecciano: la pedofilia, che trova un’accorata rappresentazione nel personaggio di Håkan, altra figura di confine; il bullismo, che attraversa il romanzo in tutta la sua gravità; la droga, come rifugio e rifiuto di una realtà vissuta come estranea e distante. 

Lasciami entrare è, però, soprattutto la storia di un dialogo impossibile, di una comunicazione che si arresta per viltà e incapacità; di uno scambio dialettico spezzato, incompiuto, tra noi e il mondo, tra l’individuo e l’altro da sé. Ed è una storia di amicizia tra spiriti affini che si riconoscono, rispecchiandosi nella sofferenza l’uno dell’altro, e che riescono a riallacciare quel filo tenue e interrotto della solidarietà proprio perché sono entrambe creature ai margini in cui è ancora viva, però, a discapito di tutto, la capacità di mantenere aperta la porta delle molteplici possibilità, tipica della giovinezza. Ci riescono rinunciando ai pregiudizi degli adulti, dei sani di mente, dei moralmente ineccepibili, accogliendo l’altro senza pretendere di spiegarlo, esattamente per ciò che è. È la scoperta che il Male ha tratti umani, a volte molto più della banale cattiveria del quotidiano.

È anche la storia di una silente ribellione, quella di Oscar, di una presa di coscienza e della voglia di riscatto che lo porterà a lasciarsi tutto dietro le spalle. Ed è la storia di Eli che riporta in letteratura la malinconia del vampiro, il suo dramma di creatura sospesa, incolpevole e letale al tempo stesso. Eli è un personaggio drammatico, impietoso nel suo bisogno di nutrimento, ma anche infinitamente tenero. La sua natura lo condanna all’emarginazione, rendendolo vittima e carnefice al tempo stesso. La duplice essenza di Eli si rivela chiara nel finale, quando appare a tutti come un angelo perché il bene e il male possono essere i volti di una stessa medaglia, inscindibili, se non per una questione di equilibri.

Un romanzo potente in cui l’elemento horror è giocato sapientemente per dare corpo alla storia, tenere alta l’attenzione e farci riflettere sul tenue limite tra vita e non vita. In un’opera in cui i contorni della moralità si confondono e si fanno aleatori, la condanna senza appello dell’autore è soprattutto per il misero male quotidiano, privo di ragioni, meschino, fine a se stesso. Accanto alla carnalità del sangue, talvolta eccessiva e raccapricciante per me che non amo il genere horror, vi sono attimi di pura poesia, in cui l’autore riesce a cogliere e restituirci atmosfere interiori con un breve tratteggio.

Lindqvist svela ciò che solitamente l’ipocrisia cela, senza facili biasimi. Ci mostra il sottosuolo di dostoevskijana memoria, ma le atmosfere sospese del legame tra Eli e Oscar hanno l’eco di quelle del Maestro e Margherita di Bulgakov dove, lì come qui, il vero male è l’orizzonte limitato e asfittico della banalità. Lasciar entrare Eli equivale a lasciar entrare l’altro da sé, ad accettare l’incontro, vuol dire aprire la mente e bandire la paura. Un romanzo, dopo il quale non si è più gli stessi. Leggere Lasciami entrare è un’esperienza altamente consigliabile.

Lasciami entrare

di John Ajvide Lindqvist

Marsilio, 2004 – collana Tascabili

€ 12,50

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